Palermo, ricordi in rosanero
Feb 1, 2026


Quando la Favorita era sudore, voci rauche e ghiaccioli volanti

Il Palermo ritratto nel 1910

La storia del Palermo, come quella di qualsiasi club, è fatta di alti e bassi. Vittorie e sconfitte si sono alternate in ogni epoca, anche nelle stagioni più luminose. Succede a tutti, persino alle grandi: Juventus e Milan hanno conosciuto la Serie B, Genoa, Atalanta e Udinese hanno toccato la C, il Bologna non ne è stato immune. E allora, anche a Palermo è naturale voltarsi indietro e lasciare che i ricordi riaffiorino, belli o brutti che siano dal punto di vista dei risultati.

In centoventisei anni di vita, il Palermo ha vissuto stagioni esaltanti, soprattutto nell’era Zamparini, ma anche periodi ben più complicati di quelli attuali. A cambiare, però, non è stato solo il campo: era diverso tutto l’ambiente umano che ruotava attorno allo stadio.

Negli anni Settanta e Ottanta la Favorita era un’altra cosa. Un solo anello, niente seggiolini, curve chiamate “popolari” e gradoni bassissimi, dove si stava ammassati in una folla compatta e rumorosa, quasi esclusivamente maschile. Con un solo anello, lo stadio arrivava a contenere fino a 40 mila persone, più di oggi, sacrificando comfort, sicurezza e, a volte, persino il respiro.

Renzo Barbera, Salvatore Matta (presidente e vice presidente del Palermo), e Giampiero Boniperti, presidente della Juventus

Il caldo era un avversario fisso. Le partite si giocavano solo la domenica alle 14,30 con il sole che picchiava duro. L’unico riparo era il giornale piegato sulla testa, meglio se la Gazzetta, già rosa per definizione. Si sudava sugli spalti quanto in campo.

Dentro c’erano soprattutto uomini, ma anche tanti ragazzini. Si entrava spesso gratis, infilati da qualche “padre o zio d’occasione” incontrato in fila. Bastava chiedere: “Mi facissi trasiri”, e la risposta arrivava puntuale, solidale. Le porte girevoli facevano il loro clangore metallico e pochi metri dopo ognuno si disperdeva verso il proprio posto, tra amici improvvisati e compagni di domenica.

La formazione del Palermo nella stagione 1975-’76 nello stadio Favorita

I cori erano diversi, persino sorprendenti: si cantava La Marsigliese in versione rosanero, senza ironia né rivalità. In campo e fuori regnava un calcio lontano anni luce da quello attuale.

Il Palermo nel 1979, prima della finale di Coppa Italia a Napoli contro la Juventus

Chi batteva un corner sotto le curve affrontava prove di coraggio oggi impensabili, tra sputi e lanci di ogni genere, tanto che il lunedì sui giornali compariva puntuale l’ammenda al Palermo. Una riga che diventava motivo d’orgoglio per i più piccoli.

Il biglietto dei popolari costava poco più di duemila lire, con il sovrapprezzo minimo dei bagarini. I ghiaccioli volavano sugli spalti lanciati dai venditori, all’arancia o al limone, da scartare soffiandoci dentro per non mangiare anche la carta. A volte portavano fortuna: un gol improvviso, un boato che faceva tremare lo stadio e faceva volare in aria tutto, ghiaccioli compresi.

Benigno De Grandi, per tutti Ninetto, era emiliano di nascita ma palermitano d’adozione. Arrivò al Palermo da calciatore negli anni Cinquanta e in città mise radici, scegliendo di restarci per tutta la vita. Scomparso nel 2011, da allenatore legò per sempre il suo nome alla storia rosanero: fu lui a guidare il Palermo all’ultima promozione in Serie A della stagione 1971-72, molto prima dell’era Zamparini

Fuori, davanti alle cancellate, c’era un mondo parallelo: panelle, panini improvvisati, sfincione, pitittuni con il sale. E soprattutto la gazzosa, artigianale, senza etichetta, diversa da bancarella a bancarella, perfetta per schiarire la voce e insultare l’arbitro con fantasia tutta palermitana.

Vito Chimenti – a sinistra – uno dei simboli del Palermo, era celebre per la sua “bicicletta”: un colpo di genio in cui sollevava il pallone col tacco e, con lo stesso gesto, lo scavalcava l’avversario, superandolo con eleganza e fantasia. Claudio Ranieri giocatore del Palermo, a destra

Era un Palermo ruvido, caldo, caotico e irripetibile. Forse meno sicuro, certo meno comodo. Ma per chi c’era, resta ancora oggi un luogo della memoria dove il calcio non era solo una partita, ma un rito collettivo che sapeva di sudore, strada e appartenenza.

Mario Bocchio

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