
A Bruxelles, mentre a Mosca nasce la Germania unita, la Nazionale della DDR gioca la sua ultima partita
Il 12 settembre 1990 la storia accelera. A Mosca, in una sala dove il linguaggio è quello dei trattati e delle clausole, sei ministri degli Esteri firmano l’accordo che mette fine alla divisione tedesca. Il Zwei-plus-Vier-Vertrag non è solo un passaggio diplomatico: è l’atto che consegna la Repubblica Democratica Tedesca al passato. Quasi nello stesso momento, senza cerimonie e senza retorica, un’altra fine si consuma su un campo di calcio, a Bruxelles. La Nazionale della DDR entra in campo sapendo, più o meno confusamente, che non ci sarà un domani.
All’inizio dell’anno nessuno immaginava che tutto sarebbe finito così in fretta. Il 2 febbraio 1990, quando la UEFA estrae le urne per le qualificazioni agli Europei del 1992, la Germania Est viene inserita in un girone apparentemente normale: Galles, Belgio, Lussemburgo e Germania Ovest. Il calendario promette persino un doppio confronto fratricida, un evento che avrebbe avuto un peso sportivo e simbolico enorme.

Ma la politica corre più veloce del pallone. Le due federazioni tedesche capiscono presto che quella sfida non si giocherà mai. Con l’accordo di unificazione firmato il 31 agosto, la federazione orientale rinuncia ufficialmente alla competizione. Rimane un solo appuntamento, fissato per il 12 settembre in Belgio. Viene riclassificato come amichevole per una ragione pratica e quasi banale: i biglietti sono già stati venduti, e annullare tutto sarebbe costato troppo.
Nel giro di pochi mesi il calcio della DDR perde riferimenti, strutture, volti. La storica Oberliga viene archiviata e sostituita da un torneo di transizione, mentre i giocatori migliori scelgono la via dell’Ovest. La Bundesliga diventa una promessa concreta, spesso irresistibile.
Quando Eduard Geyer, commissario tecnico navigato e figura discussa, prova a costruire una squadra, si ritrova davanti un elenco di assenze. Su 36 convocazioni partono più rifiuti che adesioni. Ulf Kirsten, Andreas Thom, Thomas Doll, Rico Steinmann: nomi che fino a poco prima erano l’ossatura della Nazionale rispondono tutti allo stesso modo. No, grazie. C’è chi pensa al club, chi al futuro, chi semplicemente non vede più un senso in quella maglia.
La squadra che aveva sfiorato il Mondiale italiano solo dieci mesi prima non esiste più. Al suo posto c’è un gruppo eterogeneo, con pochi veterani e molti esordienti, legati più dal calendario che da una vera storia comune.

In mezzo a quel vuoto emerge Matthias Sammer. Ha 23 anni, gioca già in Bundesliga e possiede una leadership naturale che lo rende capitano quasi automaticamente. Ma è anche il più combattuto. Nel ritiro di Kienbaum, tra i boschi del Brandeburgo, osserva compagni che conosce appena, ascolta silenzi più che discorsi e valuta l’idea di tornare indietro.
Resta per una combinazione di circostanze e di orgoglio. Non ci sono voli serali, ma soprattutto c’è la sensazione che abbandonare significherebbe rinnegare qualcosa che va oltre il calcio. Molti anni dopo dirà che quella partita, più di tante altre, gli ha insegnato cosa significhi portare una responsabilità.
A Bruxelles non c’è atmosfera da evento storico. Lo stadio dell’Anderlecht accoglie circa diecimila spettatori, una cornice discreta, quasi dimessa. In Germania Est, intanto, la partita non viene trasmessa in diretta. La televisione di Stato sceglie altro, come se quell’addio potesse essere archiviato con un cambio di palinsesto.

Per questo l’ultima esecuzione di Auferstanden aus Ruinen su un campo di calcio resta confinata allo stadio. Le tre strofe risuonano complete, anche quella che per anni era stata rimossa perché parlava di un’unica patria tedesca. In quel momento, senza proclami, l’inno dice più della politica.
Il Belgio arriva con ben altre credenziali. Ai Mondiali in Italia è uscito solo ai supplementari contro l’Inghilterra e può contare su giocatori di alto livello come Scifo, Ceulemans e Preud’Homme. La Germania Est, invece, ha una panchina ridotta al minimo: tre riserve in tutto, uno dei quali è un portiere.
Eppure la partita non è una formalità. La DDR si compatta, difende con disciplina e affida la manovra a Sammer. Scifo colpisce una traversa prima dell’intervallo, ma il risultato resta inchiodato sullo 0-0. Nella ripresa la Germania Est trova spazio per colpire. Heiko Bonan inventa due assist, Sammer li trasforma in gol: prima da pochi passi, poi dopo una corsa in solitaria conclusa con il dribbling sul portiere. Sono le reti numero 500 e 501 di una storia che sta per chiudersi.

All’89’ Eduard Geyer guarda l’orologio e decide di fermare il tempo. Sostituisce il portiere Jens Schmidt, all’esordio, con Jens Adler, anche lui alla prima e unica presenza. Adler resterà in campo pochi minuti, abbastanza però per poter dire di esserci stato.

Quando l’arbitro olandese John Blankenstein fischia la fine alle 21,53, non c’è celebrazione. I giocatori si stringono le mani, le maglie si scambiano come sempre, ma quella normalità è solo apparente. La Nazionale della Germania Est, da quel momento, non esiste più.
Quella di Bruxelles non avrebbe dovuto essere l’ultima apparizione. A novembre era prevista una “partita della Riunificazione”, poi cancellata per timori legati all’ordine pubblico. Così il sipario cala in Belgio, quasi in silenzio.
Di quei giocatori, soltanto Matthias Sammer continuerà il suo percorso anche con la Germania unificata, fino a diventare campione d’Europa e Pallone d’Oro. Per tutti gli altri, quella sera resta un confine: prima e dopo, come per il Paese che rappresentavano.
Mario Bocchio
