Quando l’Ararat sfidò l’impero
Gen 2, 2026

Storia, gloria e declino della squadra armena che per un attimo fece tremare il Bayern e conquistò l’Unione Sovietica

Per qualche stagione, nel grande mosaico del calcio sovietico, l’Armenia smise di essere periferia e divenne centro. Accadde grazie a una squadra, l’Ararat Erevan, che seppe trasformare un’identità nazionale spesso compressa in orgoglio sportivo condiviso. Non durò a lungo, ma bastò perché il suo nome entrasse nella memoria collettiva di un’intera epoca.

L’uscita delle due squadre con in testa i due capitani, Franz Beckenbauer e Hovhannes Zanazanyan

Nel vasto campionato dell’Urss, dominato da club russi e ucraini, l’Ararat rappresentò un’eccezione geografica e culturale. A Erevan il calcio si caricò di significati che andavano oltre il campo: portare il nome del monte Ararat, simbolo assoluto della nazione armena, era già di per sé una dichiarazione. Fino ai primi anni Sessanta quel nome era considerato troppo esplicito, troppo identitario. Solo con il clima più aperto del periodo chruščëviano il club poté abbandonare la denominazione Spartak e assumere ufficialmente quella che lo avrebbe reso celebre.

L’Ararat Erevan nel 1975

Il salto di qualità coincise con la costruzione dello stadio Hrazdan, un colosso incastonato nella capitale armena, capace di accogliere folle immense. Fu lì che l’Ararat trovò la propria casa e, soprattutto, la propria dimensione. Tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta, la squadra divenne una presenza stabile ai vertici del calcio sovietico: un titolo nazionale, piazzamenti d’onore e due Coppe dell’Urss raccontano un periodo irripetibile.

Le due squadre nello stadio “Hrazdan”

Il momento simbolo di quell’epoca arrivò lontano da Erevan, sui palcoscenici europei. Nella Coppa dei Campioni 1974-’75 l’Ararat raggiunse i quarti di finale, trovandosi di fronte il Bayern Monaco, la squadra più forte del continente, fresca di titoli mondiali e guidata da una generazione leggendaria. Per gli armeni era la prima vera prova internazionale; per i tedeschi, una tappa verso l’ennesimo trionfo.

Alla guida dell’Ararat c’era Viktor Maslov, allenatore visionario e figura centrale nella storia del calcio sovietico. A Monaco impostò una partita di resistenza e disciplina. Il Bayern vinse, ma solo nel finale, dopo aver sbattuto a lungo contro una difesa organizzata e contro il portiere Abrahamyan, protagonista di una serata memorabile.

Prima del fischio d’inizio

Il ritorno in Armenia fu qualcosa che andò oltre il calcio. Erevan si fermò. Lo stadio Hrazdan si riempì ben oltre i limiti ufficiali, trasformandosi in una massa compatta di voci, bandiere e attesa. In quel clima nacque una delle storie più raccontate del calcio dell’Est: nel sottopassaggio che portava al campo, Franz Beckenbauer avrebbe suggerito un pareggio “comodo”, ricevendo in cambio il rifiuto orgoglioso del capitano armeno Hovhannes Zanazanyan. Vero o no, poco importa. Quella leggenda racconta perfettamente lo spirito di quella squadra.

Una fase di gioco con gli armeni in attacco

In campo l’Ararat giocò per vincere. E vinse. Il gol di Arkadiy Andreasyan, di testa, arrivò nel primo tempo e scosse lo stadio come un terremoto. Finì 1-0: non bastò per eliminare il Bayern, ma bastò per lasciare un segno. Quella rimase l’unica sconfitta dei tedeschi in tutto il torneo, che si concluse con la coppa alzata al cielo.

Da allora il tempo ha cambiato tutto. Con la fine dell’Unione Sovietica, l’Ararat non riuscì a conservare il proprio ruolo. Crisi finanziarie, retrocessioni e l’emergere di nuove società ne hanno progressivamente eroso il prestigio, fino a costringerlo ad abbandonare lo stesso stadio che ne aveva accompagnato la gloria. Oggi il nome Ararat è diviso, confuso, talvolta dimenticato.

Eppure, davanti all’Hrazdan, una statua continua a ricordare che per un breve, luminoso tratto di strada una squadra armena seppe guardare negli occhi i giganti d’Europa. E non abbassò lo sguardo.

Mario Bocchio

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