La notte spezzata di Riccardo Magherini: dieci anni dopo, una ferita ancora aperta
Nov 28, 2025


Dalla confusione in strada alla morte durante l’arresto: una vicenda che continua a interrogare la giustizia italiana mentre la famiglia attende la decisione della Corte europea

Magherini con la maglia della Fiorentina

Riccardo Magherini, per gli amici Riky, morì nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 2014, disteso sull’asfalto di Borgo San Frediano, il quartiere fiorentino dove era cresciuto e dove tutti lo conoscevano. Aveva quarant’anni. Figlio di Guido Magherini, ex calciatore di Milan, Lazio e Palermo, anche Riccardo aveva inseguito il sogno del professionismo, vestendo la maglia della Fiorentina prima che una serie di infortuni lo costringesse a fermarsi troppo presto.

Quella sera aveva cenato con un gruppo di amici stranieri in un locale del rione. Dopo averli accompagnati all’albergo e aver bevuto qualcosa al bar dell’hotel, aveva chiamato un taxi per tornare a casa. Da quel momento, la situazione, complice un evidente stato di agitazione, sfuggì di mano: il litigio con il tassista, le richieste d’aiuto udite da passanti e residenti, le telefonate al 112, le vetrine infrante, il cellulare sottratto a un pizzaiolo. Testimonianze discordanti, ma tutte accomunate da un dettaglio: Riccardo non era lucido e appariva spaventato.

Alle 1.20 arrivarono i carabinieri. Lo bloccarono a terra, riuscendo dopo vari tentativi ad ammanettarlo. Nel frattempo fu chiamata un’ambulanza della Croce Rossa, senza medico a bordo. I volontari non intervennero subito – su indicazione dei militari, ritenendolo ancora pericoloso – e si attese l’arrivo dell’automedica, giunta venticinque minuti dopo. Quando un’operatrice provò a controllare i parametri di Magherini, questi risultavano già assenti. I tentativi di rianimazione davanti ai portoni del quartiere servirono solo a rimandare l’inesorabile: in ospedale fu dichiarato morto poco dopo.

Magherini papà in azione nel Palermo

Alcuni residenti filmarono l’arresto dalle finestre. Nei video si sentono le sue ultime parole: «Sto morendo», e il disperato richiamo al figlio piccolo. La perizia tossicologica avrebbe confermato l’assunzione di cocaina, ma secondo la famiglia e i loro legali quel dettaglio non basta a spiegare la dinamica della morte, avvenuta mentre era immobilizzato a pancia in giù.

L’omaggio del tifo viola

Ne seguì una lunga battaglia giudiziaria. Due gradi di giudizio condannarono i tre carabinieri coinvolti per non avere soccorso l’uomo in tempo. La Cassazione, però, nel 2021 li assolse definitivamente. La famiglia – sostenuta dall’avvocato Fabio Anselmo, da anni impegnato nei casi di morti avvenute durante interventi delle forze dell’ordine – non ha smesso di cercare risposte. Oggi resta aperto il procedimento davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

«Non abbiamo mai smesso di cercare giustizia», ripete ancora il padre, Guido. Una decina d’anni dopo, in Borgo San Frediano le urla di quella notte sembrano non essersi mai davvero spente.

Mario Bocchio

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