Il talento spezzato da un infortunio
Mar 14, 2025

Bruno Mora, uno dei più grandi talenti del calcio italiano degli anni ’60, avrebbe potuto avere una carriera ancora più luminosa se non fosse stato per un grave infortunio che ne ha compromesso il futuro sportivo. Nato a Parma il 29 marzo 1937, Mora era un’ala destra capace di unire tecnica, velocità e una straordinaria intelligenza tattica. Dotato di un dribbling secco e preciso, di una visione di gioco superiore e di un ottimo fiuto del gol, Mora era considerato uno dei giocatori italiani più promettenti della sua epoca.

Una formazione della Sampdoria nella stagione 1959-’60. Da sinistra, in piedi: Azeglio Vicini, Ernst Ocwirk (capitano), Aurelio Milani, Guido Vincenzi, Mario Bergamaschi, Ezio Bardelli; accosciati: Gaudenzio Bernasconi, Bruno Mora, Glauco Tomasin, Giuseppe Recagno, Ernesto Cucchiaroni

Gli inizi furono in una squadra minore di Parma mettendo subito in mostra il suo talento cristallino. Era cresciuto via Bixio, orfano di guerra, da giovane faceva il meccanico alla Tep. La sua storia calcistica nacque grazie ad Ugo Pianforini, alla Giovane Italia. E da lì partì per Genova, con la sua valigia di cartone, destinazione Sampdoria.

Le sue capacità attirarono infatti proprio l’attenzione della Samp, che lo acquistò nel 1956.  Aveva 15 anni e viveva in pensione da una famiglia, poi vinse il Torneo di Viareggio e fu eletto miglior giocatore della competizione e così, a 19 anni esordì in serie A in Genoa-Sampdoria, nel derby. I tifosi presero quasi subito a osannarlo, entuisiasti, rapiti dalla sua classe, tanto che gli dedicarono un Doria Club.

Stagione 1961-’62, Mora nella Juventus

Con i blucerchiati giocò quattro stagioni di alto livello, affinando ulteriormente le sue qualità tecniche e tattiche. Nel 1960 arrivò la chiamata della Juventus, uno dei club più prestigiosi d’Italia, con cui vinse lo scudetto nella stagione 1960-‘61. Con i bianconeri si impose come uno dei migliori esterni del campionato, grazie alla sua capacità di creare superiorità numerica e di servire assist perfetti ai compagni d’attacco.

Nel 1962 si trasferì al Milan, squadra con cui raggiunse il massimo splendore della sua carriera. Con i rossoneri fu protagonista della storica vittoria della Coppa dei Campioni nel 1963, battendo in finale il Benfica di Eusebio. Mora fu uno degli artefici di quel trionfo, dimostrando di poter competere ai massimi livelli internazionali.  Giudizio confermato anche nella sfortunata triplice finale della Coppa Intercontinentale contro il Santos di Pelé, dove mise a segno un gol all’andata e addirittura una doppietta in Brasile, quando l’intero Maracanã gli attribuì una convinta ovazione. Poi fece sua anche la Coppa delle Coppe. In quel periodo, il suo talento gli valse un posto fisso nella Nazionale italiana, con la quale collezionò 21 presenze e segnò 4 reti. Prese parte al Mondiale del 1962 in Cile, dove la sua velocità e la sua abilità nel dribbling furono tra le poche note liete della deludente spedizione azzurra.

Una foto restaurata a colori del Milan del 22 maggio 1963 a “Wembley”. In piedi, da sinistra a destra: Cesare Maldini, Victor Benitez, Gianni Rivera, Jose Altafini, Bruno Mora, Gino Pivatelli. Accosciati: Giorgio Ghezzi, Mario Trebbi, Mario David, Giovanni Trapattoni, Dino Sani (foto Olycom)

Gianni Rivera lo ha messo nella sua top 11 personale, mentre Gigi Radice ha sempre sostenuto che c’erano he c’erano pochi calciatori che sapevano calciare come Mora.

Tuttavia, il 1965 segnò la sua carriera in modo irreversibile. Durante la partita contro il Bologna subì un terribile infortunio dopo uno scontro con il portiere felsineo Giuseppe Spallazzi : la frattura di tibia e perone a seguito di un duro contrasto. Un colpo devastante per un giocatore che faceva della rapidità e dell’agilità i suoi punti di forza. L’infortunio richiese un lungo recupero, ma nonostante tutti gli sforzi, Mora non riuscì mai a tornare ai livelli precedenti. La Federazione voleva recuperarlo per i Mondiali d’Inghilterra del 1966, così Mora sperimentò una nuova forma di ingessatura. Ma due mesi dopo, appena fu tolta, appoggiò la gamba a terra e la frattura si riaprì.

Anche se continuò a giocare, prima con il Milan e poi con il Parma, la sua brillantezza e la sua esplosività erano ormai compromesse. Il calcio italiano perse così prematuramente uno dei suoi più grandi talenti.

Fotografia di Agenzia Stampa (Fotowall – Bologna) che testimonia il grave infortunio occorso all’ala destra del Milan e della Nazionale Bruno Mora. Il giocatore in uno scontro infortunio con il portiere del Bologna Giuseppe Spalazzi si ruppe tibia e perone. I giocatori del Bologna si misero le mani nei capelli disperati, Janich in particolare fu il primo a soccorrere Mora. La partita terminò con un perentorio 4 a 1 per il Bologna, ma rimase nella storia per quell’episodio e per quelle immagini che univano drammaticità a senso di lealtà sportiva. Mora uscì in barella accompagnato dalle carezze di compagni e avversari

Dopo il ritiro dal calcio giocato, Mora rimase comunque legato al mondo del pallone, tanto che fu proprio lui a svezzare Ancelotti, Pioli e Berti, Cercando di trasmettere la sua esperienza alle nuove generazioni. La sua vita, tuttavia, fu segnata da una tragica fine: nel 1986, all’età di soli 49 anni, Bruno Mora si spense a causa di un cancro.

Bruno Mora nel Parma

Bruno Mora è stato un esempio di classe e talento, un giocatore che avrebbe potuto scrivere pagine ancora più importanti del nostro calcio, se solo la sfortuna non gli avesse spezzato le ali nel momento migliore della sua carriera. Dicembre fu il suo mese maledetto. A dicembre si infortunò, a dicembre morì.

La sua storia è quella di un campione incompiuto, ma anche di un uomo educato e di altri tempi. Diceva sempre al figlio: “Devi imparare ad uscire senza mille lire in tasca”. Gli regalava un giocattolo al mese, quando incassava lo stipendio, anche perché… “io i giocattoli da bambino me li costruivo”. Il figlio gli chiese il meccano, al suo posto gli fece trovare a casa il motore di una Cinquecento. Con la cassetta degli attrezzi di fianco. Per imparare qualcosa di utile.

Mario Bocchio

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