Alfredo Magni: gioie e amarezze in quel vortice di emozioni senza fine
Ago 13, 2022

Nelle quattro stagioni della “quasi” serie A, a fine anni Settanta, la vernice spray di un ignoto tifoso biancorosso aveva trasformato la targa della centralissima via Missori di Monza in “via Alfredo Magni”. Basterebbe questo aneddoto per far comprendere il cordone ombelicale della passione che univa il tecnico di Missaglia agli sportivi brianzoli. Quando gli abbiamo parlato del libro, Magni ci ha accolti con entusiasmo nella sua villetta immersa nel verde, aprendo con malcelata nostalgia lo scrigno dei tanti ricordi. In quel tempo bellissimo, lui è stato il condottiero di un sogno mai realizzato eppure a un passo dal trasformarsi in magica realtà. Gioie e amarezze: una simbiosi imperfetta, in quel vortice di emozioni senza fine.

Magni con Aurelio Cazzaniga

Nel rivivere quei fasti attraverso le fotografie e gli innumerevoli ricordi, gli occhi del mister si sono spesso spalancati come succede a un bambino di fronte a una magia. E mentre la gentile signora Gabriella ci serviva un aperitivo, i tanti fotogrammi dei tempi andati scorrevano veloci, a ritroso, riportandoci nel mezzo di quella splendida avventura.
“Da giocatore ero molto timido – ci ha confessato l’Alfredo – e la presenza di tecnici di grande personalità come Bersellini e Radice accentuava quel mio disagio. Proprio per questo non avrei mai immaginato di diventare anch’io un allenatore, dopo aver smesso di giocare.” A partire dal 1960, Magni disputa sette stagioni con la maglia del Monza (un banale infortunio gli fa saltare lo storico spareggio con il Como nel ’67) poi altre sei sulla sponda lariana, fino al 1973. Nell’estate di quell’anno, inizia la sua esperienza da allenatore con la squadra della “Primavera” biancorossa.

Magni con Ghioni e il presidente Cappelletti

Dopo appena diciotto mesi, un’investitura inattesa. “Il 21 gennaio del ’75, all’una di notte, squilla il telefono – ricorda Magni – ed è chiaro che pensi subito a qualcosa di spiacevole. Invece era Giorgio Vitali, il direttore sportivo, che senza troppi giri di parole mi disse “Da domani sei il nuovo allenatore del Monza”. Ero confuso e frastornato: dopo pochi giorni avrei compiuto 35 anni ed era già arrivata la mia grande occasione da allenatore!”
Per Magni si tratta di un fulmine a ciel sereno. La società ha deciso di sollevare dall’incarico Mario David, nonostante una posizione di classifica più che discreta (sei punti dal capolista Piacenza a metà campionato). In realtà la situazione nello spogliatoio era tesa da tempo, a causa di alcune faide interne tra giocatori che si sentivano “primedonne”. L’allenatore veneto, a detta della dirigenza incapace di ricucire i vari strappi, paga per tutti e scocca così l’ora dell’Alfredo da Missaglia.
“Pochi giorni dopo, mentre mi trovavo in sede, incrociai Aurelio Cazzaniga, che era il vice presidente in carica, mi guardò dritto negli occhi e mi domandò: “Ma tu… sei capace di allenare?”. Senza pensarci due volte, gli risposi sorridendo: “Non saprei, ma nel caso dovessi aver bisogno di consigli, li verrò a chiedere a lei!”.Cazzaniga accennò una mezza risata, anche se non ero certo di averlo convinto. Qualche tempo dopo, alla fine di una bellissima gara giocata a Como, mi fece i complimenti ammettendo di avermi un tantino sottovalutato.”
Magni guida il Monza a un onorevole secondo posto dietro il Piacenza schiacciasassi, e pone le basi per la successiva, trionfale stagione, che riporta la società in serie B dopo un purgatorio durato tre anni. È solo l’inizio di un periodo d’oro: la squadra propone un calcio divertente, a ritmi vertiginosi, e lo stadio “Sada” diventa una roccaforte chiusa a tripla mandata. Nei successivi tre anni, solo tre sconfitte in sessantun partite!
“Giocare in quello stadio era come possedere un’arma in più, rispetto agli avversari. Anche quando c’erano soltanto cinque-seimila spettatori, ti trasmetteva una carica incredibile. Uscire dal Sada con un risultato positivo era un’impresa difficile per tutti.”

Una formazione del Monza 1977-’78

L’anno della prima, magica cavalcata, il Monza vince quindici partite casalinghe su diciannove. Solo Como, Atalanta, Vicenza e Cagliari riescono a strappare un punto. È l’anno di Modena, del clamoroso scivolone all’ultima giornata. Per Alfredo Magni, una delusione immensa: la più grande, a suo dire, di tutta la sua avventura da allenatore biancorosso. “Una grandissima stagione, vanificata da quell’autorete a pochi minuti dalla fine! Eravamo senza Tosetto, uno degli uomini più in forma, il quale si era fatto male nei primi minuti della partita con il Cagliari, la settimana precedente. Avevamo provato fino all’ultimo a rimetterlo in sesto, ma niente da fare. La mancata promozione non mi fece chiudere occhio, per alcune notti. Pochi giorni dopo, però, ci rimboccammo tutti le maniche pensando alla stagione successiva. La nostra forza era proprio quella: ripartire subito, cercando di migliorarci.”
Quella stagione, seppur dall’esito sfortunato, consente a Magni di essere considerato il miglior allenatore della serie B e di aggiudicarsi il “Seminatore d’Oro”. Nel campionato 1977-78, tuttavia, il nuovo Monza ha una partenza choc: dopo cinque giornate, la squadra è fanalino di coda con un solo punto in classifica. La sorte del tecnico di Missaglia sembra appesa a un filo, qualche giornale ipotizza un imminente esonero, ma le cose vanno in un altro modo.  “Il presidente mi chiamò in disparte, dopo la partita che perdemmo a Terni negli ultimi minuti, e mi rassicurò in dialetto brianzolo, con il fare bonario che gli era proprio: ”Fin che ci sarò io, tu sarai il nostro allenatore!”
Grazie all’innesto di alcuni giocatori importanti, il Monza si risolleva in fretta dalla crisi e risale la classifica fino ad arrivare in zona promozione.

Mister Magni a Pistoia, campo infuocato

“Prendemmo Felice Pulici dalla Lazio, Gorin e Lorini dal Milan e Acanfora dall’Inter. La squadra cambiò volto e si mise a correre. A quel tempo non c’erano agenti e procuratori, io seguivo direttamente le trattative insieme a Cappelletti e Giorgio Vitali. Il presidente aveva uno spiccato senso degli affari oltre a una grande competenza. Ricordo che acquistò De Nadai dal Milan per un’ottantina di milioni, per poi rivenderlo alla Roma dopo un anno a 400. Quando prendemmo Silva dal Milan, su forte consiglio di Pippo Marchioro, intuì subito che sarebbe stato un ottimo acquisto. Era solito chiamarlo “Pony”, per il suo fisico brevilineo. So che sembrerò scontato, ma per me Cappelletti contava davvero come un padre. Il suo ottimismo contagiava chiunque, niente riusciva mai ad abbatterlo.”
Per la seconda stagione consecutiva, il Monza di Magni arriva a un passo dal grande salto in serie A ma, ancora una volta, il veleno è tutto nella coda del campionato. Un altro epilogo amarissimo, beffardo, addirittura intriso di sospetti e illazioni. 4 giugno 1978: la Pistoiese passeggia sulle macerie biancorosse, e i tifosi insorgono.
“Fu un partita quasi surreale. Avevamo appena vinto alla grande contro l’Ascoli dei record, c’era fiducia ed entusiasmo, ma entrammo in campo molli e arrendevoli. Alcuni giocatori sembravano fantasmi, la Pistoiese ci dominò dall’inizio alla fine.”
Una delusione pazzesca, quasi insopportabile, ma l’intento collettivo è quello di riprovarci.

Il gol di Pavone che a Bologna spiana la strada al Pescara

Alfredo Magni è stato l’allenatore che più di tutti ha lasciato un’impronta nel cuore dei tifosi.L’uomo delle tante promozioni in serie A solo accarezzate, come un sogno che poi beffardo svanisce all’ultimo soffio.Nel 1979 il punto più alto della plurisecolare storia biancorossa: lo spareggio di Bologna, una sfida impari sugli spalti ma non sul campo, dove il Monza lotta ma alla fine deve arrendersi, ancora una volta…

Su Ugo Tosetto un divertente aneddoto di mister Magni

Nella stagione successiva a quella 1977-’78, il Monza s’insedia fin da subito nei quartieri alti della classifica: grazie ai soliti innesti azzeccati, la squadra di Magni dimostra di possedere forza e compattezza, subisce pochissimi gol (a fine campionato risulterà la difesa meno battuta, N.d.R.)  in attacco la coppia Penzo-Silva fa faville. Sembra davvero l’anno giusto per il grande salto, ma la buona sorte volge lo sguardo altrove, ancora una volta: prima la gara maledetta con il Lecce persa al “Sada” per 1-0, poi lo spareggio di Bologna col Pescara. “Alla vigilia della partita con il Lecce eravamo andati in ritiro, come sempre, all’Hotel Sant’Eustorgio di Arcore. La domenica mattina sentii i clacson di alcune auto, erano tifosi del Monza che già andavano in giro a festeggiare. Il pomeriggio lo stadio Sada era stracolmo di gente: sembrava essere una pura formalità, ma troppe cose andarono storte. Prima l’espulsione di Corti che ci lasciò in inferiorità numerica, poi il gran gol di Loddi a fine primo tempo. La tensione si tagliava a fette, la serie A stava diventando una vera ossessione, ma c’era ancora tempo per rimediare, avevamo due punti di vantaggio sul Pescara, anche un pareggio sarebbe andato bene. Invece Silva si fece parare il rigore, e fu l’inizio della fine.”
Un pomeriggio, che da possibile festa, trasforma il “Sada” in un teatro di assurda guerriglia, con i tifosi inferociti che a fine gara invadono il campo e spaccano tutto.
“In città c’era un clima pesantissimo – ricorda Magni – addirittura pericoloso ed ostile. Il Pescara, vincendo con la Pistoiese, ci aveva raggiunti al terzo posto in classifica, ma noi eravamo tutt’altro che spacciati, potevamo ancora giocarcela. Certo che, però, avevamo bisogno della massima tranquillità e a Monza la situazione stava degenerando. Così chiesi a Cappelletti di portare subito la squadra in ritiro in una località vicino a Parma, per preparare al meglio la delicata sfida di Pistoia.”
Contro la squadra toscana, non esclusa del tutto dal discorso promozione (avrebbe dovuto vincere col Monza e sperare in una contemporanea sconfitta del Pescara per garantirsi gli spareggi), i ragazzi sfoderano gli artigli e dimostrano di credere fermamente nella serie A. Per ventisei minuti, dal gol del foggiano Barbieri sul campo neutro di Napoli a quello dell’abruzzese Nobili che riporta in vantaggio il Pescara, il grande sogno sembra poter diventare realtà.
“A pochi minuti dal termine arrivò la voce che il Foggia aveva pareggiato, ma la notizia era infondata. Sapemmo poi che Salvioni si era mangiato un gol clamoroso a tre metri dalla porta. Così noi e il Pescara andammo a giocarci lo spareggio a Bologna…”
Già, quel maledetto spareggio, il primo luglio del ’79. Magni ricorda come fosse ieri l’infuocata vigilia di quella sfida: la lunga attesa e, soprattutto, la netta sproporzione del tifo sugli spalti del “Dall’Ara”, un sinistro presagio che anticipava l’epilogo ancora una volta contrario ai nostri colori.

“Prima della partita entrai da solo sul terreno di gioco. I tifosi avversari mi riconobbero: fui subissato di fischi, l’intensità era tale che quasi mi sollevarono da terra! Capii immediatamente che sarebbe stata dura. Difatti, il Pescara ci aggredì fin dall’inizio della gara. Io non potevo contare su Volpati, squalificato per somma di ammonizioni, e fu un’assenza pesantissima per noi. Dopo pochi minuti si fece male anche Stanzione, per cui mi ritrovai con una difesa in piena emergenza. Accanto a Pallavicini piazzai Giusto, un ragazzo di vent’anni che aveva già esordito in campionato con buon profitto, ma che sul piano dell’esperienza era ancora troppo acerbo.”
Il Pescara va in vantaggio sul finire del primo tempo, ma il Monza ha un sussulto d’orgoglio e a inizio ripresa mette alle corde gli abruzzesi. Acanfora confeziona per Silva un cross perfetto, ma un attimo prima della zuccata vincente, l’anticipo disperato di Motta strozza l’urlo in gola di Magni e delle poche migliaia di tifosi biancorossi assiepati sugli spalti.
“Pensare che per Motta fu l’ultima partita con la maglia del Pescara! Dopo qualche settimana venne acquistato dal Monza: ricordo che alla presentazione della squadra per la nuova stagione, il presidente Cappelletti esordì dicendo che ripartivamo ancora una volta dalla serie B, stavolta per colpa di un brianzolo, riferendosi proprio a Motta che è nativo di Vimercate…”
Nonostante tutto, c’è ancora tanta voglia di riprovarci. Per il quarto anno consecutivo il Monza gioca una stagione ad alti livelli e arriva in fondo con la promozione sempre nel mirino. Lo scontro diretto con il Brescia alla terz’ultima giornata si rivela fatale, ma il patatrac si era consumato la settimana precedente, perdendo in casa con il Cesena.
Per l’Alfredo, la meravigliosa avventura sulla panchina del Monza è arrivata al capolinea. Proprio il Brescia, salito in serie A, offre al tecnico di Missaglia l’occasione della vita. Gigi Simoni ha ceduto alle sirene del Genoa, suo antico amore, così i dirigenti delle “rondinelle” virano decisi su Magni. Finisce così un idillio sbocciato quasi per caso cinque anni prima, in un freddo mattino di gennaio, finisce anche un’epoca indimenticabile che resterà scolpita, a imperitura memoria, negli annali della società.
“Ho allenato tantissime squadre, ma alla fine di ogni partita il primo risultato che m’interessava sapere era quello del Monza.”
Alfredo Magni, un allenatore semplice, non uno stratega. Nessuna lavagna, niente freccette disegnate su un foglio, solo tanto lavoro e pazienza, come un buon padre sa fare con i propri figli.
Il suo Monza riempiva le pagine dei giornali grazie a un gioco moderno, frizzante, eppure Magni non aveva inventato nulla. Semplicemente, metteva al servizio dei giocatori la sua esperienza e la sua umiltà, il resto arrivava quasi da sé.


“Trovo assurdo che a uno come Del Piero, tanto per fare un esempio, dovessero spiegare i movimenti da eseguire in campo, prima di fargli disputare una manciata di minuti. Se uno è bravo…è bravo, punto. Un’altra cosa che non ho mai capito, nei metodi moderni di allenamento, è quella di far visionare ai giocatori i Dvd delle squadre da affrontare: la qualità principale che va sfruttata è la propria forza, non la debolezza altrui.”
Carota, ma anche bastone, nei metodi di insegnamento dell’Alfredo. Teste calde non ce n’erano, nello spogliatoio, ma qualche giocatore andava seguito più di altri.

Sacchero e Magni, il braccio e la mente

“Tosetto era un tipo particolare – ricorda Magni -, carattere estroso oltre che troppo anarchico a livello tattico. Venne acquistato dal Monza nell’estate del ’75: fumava tantissimo, poi l’ho convinto a darsi una regolata. Inoltre, da buon veneto, amava la buona cucina e soprattutto il vino. Qualche mese dopo a Cremona, alla vigilia di una sfida delicata in serie C, eravamo seduti a tavola per il pranzo, nell’albergo dove alloggiavamo. Arriva il pesce, rigorosamente bollito, e Tosetto mi domanda: “Mister, qui ci starebbe bene un po’ di vino!”. Io gli lancio un’occhiataccia che valeva come risposta e tutto sembrava finisse lì. Più tardi, durante la consueta passeggiata che facevamo per digerire, sento arrivare da dietro il rumore di una bottiglia che si rompe. Vado su tutte le furie e mi metto a urlare: “Questo ora lo caccio via a calci nel sedere!”. Mi si avvicinarono due giocatori, cercando di tranquillizzarmi: “Lasci stare, mister, questo oggi ci fa vincere!”. Naturalmente stavano parlando di Tosetto, che giocò una gran partita e noi vincemmo per 1-0, anche se a segnare fu Sanseverino.”
Per Magni, tuttavia, le occasioni in cui ha dovuto usare le maniere forti sono sempre state molto rare: “Ho avuto la fortuna di avere a che fare con ottimi professionisti: quando nel ’75 mi venne affidata la prima squadra il portiere era Anzolin, che aveva ormai trentasette anni, due più di me, eppure ebbe sempre un grande rispetto nei miei confronti. Nel ’77 arrivò Anquilletti dal Milan, squadra con cui aveva vinto tutto, eppure si mise al servizio del Monza come un esordiente, disputando due stagioni ad alto livello. Anche lui si concedeva il vizio di fumare qualche sigaretta, ma a differenza di Tosetto si vergognava come un bambino e cercava di nasconderla sotto il palmo della mano…”
Anche riti e piccole superstizioni, tra i tanti aneddoti raccontati da Magni. Come quella volta a Palermo, stagione 1979/80: “Avevamo portato con noi Scotti e Jair, i due storici magazzinieri. Ricordo che entrarono in campo e, senza farsi notare, misero un ferro di cavallo dietro una delle due porte e proprio lì, nel primo tempo, segnammo due dei tre gol che ci permisero di ottenere una clamorosa vittoria”.

Anche la scelta dell’albergo dove trascorrere il ritiro pre-partita in trasferta, non poteva prescindere dalla scaramanzia: “Insieme a Sergio Sacchero controllavamo i risultati ottenuti dalle squadre che ci avevano preceduto, e sceglievamo di conseguenza”.
Magni, dopo l’esperienza vissuta a Brescia e successivamente al Bologna, tornò ad allenare il Monza nell’autunno del 1983, rimanendo sulla panchina per poco più di due anni, prima di essere esonerato a favore di Carosi. A distanza di tanto tempo, ogni suo lembo di pelle trasuda passione autentica per i due soli colori che ha amato, il bianco e il rosso. Da giocatore e, soprattutto, da allenatore, con quasi 300 presenze in panchina. La nostalgia è davvero canaglia, il tempo pure: fosse per lui, tornerebbe ad allenare anche domani mattina.
“La mia vita è sempre stata il calcio, non riesco a rassegnarmi al ruolo del pensionato che taglia le siepi attorno alla villetta.”
Difficile, anzi… impossibile dargli torto.

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