Il sogno di Batigol: un uomo su un sentiero in Friuli
Lug 13, 2021

“Quanto a Porthos, dopo aver lanciato il barile di polvere in mezzo ai nemici, era fuggito, seguendo il consiglio di Aramis, e aveva raggiunto l’ultimo ambiente della grotta, da cui penetravano, attraverso l’apertura, l’aria, il giorno e il Sole. Così, appena ebbe appena svoltato l’angolo che separava il terzo ambente del quarto, vide a cento passi da sé la barca cullata dalle onde; là erano i suoi amici; là era la libertà; là, la vita dopo la vittoria. Ancora sei dei suoi passi da gigante e sarebbe uscito dalla volta; fuori della volta, due o tre slanci vigorosi, e avrebbe raggiunto il natante. D’improvviso, sentì le ginocchia flettersi: le sue ginocchia sembravano vuote, le gambe s’afflosciavano sotto di lui.

– Oh! oh!, mormorò sorpreso, Ecco che la mia stanchezza mi è di nuovo addosso; non riesco a camminare! Che significa tutto ciò?

Attraverso l’apertura, Aramis lo vedeva e non comprendeva perché si fermasse a quel modo.

– Venite, Porthos!, gridò Aramis, Venite! Venite, presto!

– Oh!, disse il gigante, facendo uno sforzo che tese vanamente ogni muscolo del suo corpo, Non ci riesco”.

Alexandre Dumas, Il Visconte di Bragelonne

Gabriel Omar Batistuta, friulano della provincia di Santa Fe, aveva (ha tuttora, ma da molto non lo si vede più) gli occhi verdi e il sorriso ampio delle persone oneste, di quelli che la mattina si svegliano sereni e affamati e si accingono a una colazione colossale. Quella certa mattina, tuttavia, al termine della colazione la moglie Irina deve aver notato un inconsueto lampo di preoccupazione in quegli occhi limpidi; forse gli avrà anche chiesto cosa non andasse, ma Batistuta – con quel velo di piccata vanità che hanno spesso le persone giustamente soddisfatte di sé – avrà replicato che non c’era nulla.

Un giovane Batistuta ai Newell’s Old Boys nel 1988

Non che si possa nascondere qualcosa a chi ti conosce da quando avevate quindici anni; ma proprio perché lo conosce bene, Irina Fernandez avrà ritenuto di non fare altre domande. Io credo che sia andata così; e che il centravanti biondo si sia poi recato all’allenamento, a Trigoria, rimuginando ancora su uno strano sogno: aveva sognato un suo antenato, uno di quelli di Cormons, fermo in un sentiero di montagna, incapace di muoversi e dimentico dei passi che lo avevano portato fin lassù, mentre la neve, placidamente, lo ricopriva. La cosa singolare, tuttavia, era che Batistuta nel sogno si sentiva ed era a Cormons, ed era quell’uomo. Più tardi, quella stessa mattina, Batistuta avrà ricevuto durante la partitella un passaggio corto di Guigou, e per la prima volta in vita sua si sarà fermato un attimo a chiedersi come calciare quella palla, permettendo a Zebina un facile anticipo.

A differenza di tanti bambini cresciuti con il pallone tra i piedi, innamorati della sfera, e decisi anche da professionisti a non privarsi della compagnia del cuoio se non quando strettamente necessario, Batistuta era un entusiasta non della palla, ma della gioia e della gloria che questa poteva regalare se scagliata con forza e precisione. Il suo primo idolo fu Kempes, e quell’eredità rimase sempre evidente. Gabriel Omar Batistuta ha avuto con la sfera di cuoio, sin da bimbo, un rapporto estremamente professionale, e non ha esitato a farle del male quando lo richiedevano le necessità del gol. Perfino al Nou Camp di Barcellona, uno di quei templi in cui al pallone vanno tributate le più alte lodi, lui si permise di calciarne uno con violenza dentro la porta dei padroni di casa, e di zittire quella folla di esteti con la brutale essenzialità del suo gesto.

Batistuta e Diego Latorre al Boca Juniors nel 1991

Ben presto il giovane Batistuta diventa un’anomalia nel calcio sudamericano, specie a livello giovanile: il suo modo di giocare non conosce vanità né sovrastrutture, e la sua unica funzione, il suo unico interesse è la porta. Ma il suo fisico e forse il suo carattere gli impediscono di diventare un Gerd Müller o un Inzaghi: Batistuta non staziona nei pressi dell’area come un avvoltoio e non si nasconde nelle pieghe del fuorigioco. Lui cerca il pallone, perché gli serve, anche a quaranta metri dalla porta; e quando ha la sfera tra i piedi, non esiste che la rete.

Batistuta con la fascia di capitano della Fiorentina nel 1995

Mi sono chiesto spesso a chi si dovesse paragonare quel centravanti e, anche per via dell’assurda polemica con Passarella che gli ingunse di tagliarsi i capelli per giocare in nazionale, l’ho a volte avvicinato a Sansone: ma vedo ora che Batistuta è Porthos, è l’uomo di forza erculea e di sentimenti diretti, netti, come i suoi tiri da trenta metri. Batistuta è l’uomo che davanti a una palla che rimbalza al limite dell’area non ha dubbi, e la spedisce in rete; anche se quel calcio fa più male alla sua anima tersa che al pallone maltrattato, anche se la porta è quella di Toldo e lui ora indossa una maglia rossa e gialla.

Batistuta festeggia la tripletta al Milan del 26 settembre 1998 mimando una mitragliatrice, esultanza da lui inventata in quelle settimane] e destinata a divenire tra le più iconiche della sua carriera

Per certi versi, Batistuta pareva in dovere di segnare; e la sua tenacia e la sua cieca applicazione appartenevano più al contadino friulano che al campione sudamericano. È difficile abbozzare un’analisi della carriera di Batistuta e in particolare dei suoi nove anni a Firenze, nonostante le caterve di gol, nonostante lo spessore tecnico e anche morale di quella permanenza. Voi sapreste dire se Batistuta sia stato destro o mancino? Io credo che lui tirasse, semplicemente, guidato dalla sua forza e dall’assoluta limpidezza dei suoi scopi, dato che non cercava la bellezza o l’esaltazione di sé, ma solo e soltanto la rete.

Batistuta (accosciato, al centro) nell’Argentina vincitrice della Copa América 1991

Ovviamente non tutti i gol di Batistuta sono stati gol di potenza o tiri da lontano; ma tutti sono stati essenziali, con il pallone scagliato da dove doveva essere scagliato, senza ghirigori e senza dubbi. Semmai, con l’età e con l’accrescersi della sicurezza il centravanti viola è diventato sempre più simile a un Titano, a una forza della natura impossibile da arginare, neanche dai potenti dei che vegliano su San Siro o sul vecchio Highbury. Batistuta era il centravanti in quanto tale, era il meccanismo per cui un pallone posto su un prato verde finiva invariabilmente in fondo ad una rete. E il Batistuta della prima stagione romana è stato il più grande dei Titani.

Batigol nella Roma

Poi, un giorno, il biondo semidio si è chiesto, con il terrore delle cose che abbiamo sempre ritenuto ovvie, in che modo colpire quel cuoio, e non ha saputo rispondersi. Si è fermato; e come nella caduta di massi che travolge Porthos, incapace di fuggire dall’esplosione che lui stesso ha provocato, la sua carriera è finita in un momento, senza decadenza, come capita ai meccanismi che d’improvviso smettono di funzionare. E d’altronde l’onesto e corretto Gabriel Omar non ha voluto fingere, passando rapidamente dalla Serie A al Qatar al ritiro senza aver trascinato stancamente la sua carriera per qualche stagione inutile. Oggi Batistuta, tornato in Argentina, è un ricco proprietario terriero e gioca a polo; e chissà se gli capita a volte, mentre percorre a cavallo i suoi campi, di domandarsi come facciano quegli affascinanti animali a non fermare mai il moto inspiegabile delle loro zampe e a non cadere di colpo ventre a terra, come cade un vecchio friulano esausto su un sentiero che costeggia un torrentello, come si inceppa il piede di un titano che per dieci anni non ha smesso di scagliare saette.

Da “Lacrime di Borghetti”

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