Il destino di Sauro Tomà: si può morire dentro, anche continuando a vivere
Mag 4, 2021

4 maggio 1949, la tragedia del Grande Torino, di quella leggendaria epopea di una squadra schiantatasi sul terrapieno sottostante la basilica di Superga di ritorno da un’amichevole con il Benfica a Lisbona. Tutti morti, i 18 giocatori del Torino a bordo dell’apparecchio Fiat G.212 della compagnia Ali. C’è anche, però, chi quel pomeriggio del 1949 morì dentro, pur rimanendo fisicamente in vita. È Sauro Tomà, terzino di quel Grande Torino che non era partito per l’amichevole di Lisbona a causa di un infortunio al ginocchio. Un infortunio che l’allora giovane Sauro aveva maledetto, un infortunio che gli salvò la vita.

Un allenamento del Grande Torino nel ’49. In fondo s’intravede Tomà
Una squalifica di Rigamonti apre a Tomà le porte del Grande Toro

Sauro nasce a Rebocco, frazione di La Spezia, il 4 dicembre del 1925. È con la casacca bianconera del Rapallo Ruentes che muove i primi passi da calciatore. Lungo e secco, Sauro se la cava decisamente bene tra i pali: già, il calciatore che sarebbe diventato il terzino di una delle più forti formazioni della storia del calcio ha dato i primi calci al pallone giocando in porta. Solo qualche anno dopo, quasi per caso, Sauro – come racconta “Libero Pallone” – sfila i guanti andando incontro alla prima delle “sliding doors” della sua vita calcistica. Avviene nel 1940, quando un dirigente dello Spezia, tal Sergio Persia, lo nota durante una partitella tra amici e decide di invitarlo ad una delle selezioni per ragazzi abitualmente organizzate dalla società spezzina. Sauro, giunto sul posto del “provino”, lo stadio “Picco”, si ritrova con tanti altri portieri. Troppi, per lui. Troppa concorrenza, impossibile farsi notare: Sauro decide così di sostenere la selezione nel ruolo di interno. “Provino” superato, Tomà diventa ufficialmente un giocatore dello Spezia. Dopo la trafila nelle giovanili, dopo i prestiti a Rapallo, Entella, Borgotaro e Vogherese, dopo una sanguinosa guerra che sembra spezzare i sogni di gloria di milioni di ragazzi, una guerra durante la quale Sauro viene impiegato presso il Regio Arsenale di La Spezia, la stagione 1946-‘47 è quella della definitiva esplosione: gli spezzini si piazzano al terzo posto nel girone A della Serie B, Tomà rientra alla base ed è un punto fermo della squadra, al punto che su di lui, nell’estate del ’47, si posano gli occhi di diverse big della Serie A. Si interessano a lui la Juventus, il Genoa, ma soprattutto il Torino del presidentissimo Ferruccio Novo. E nel calciomercato italiano dell’immediato dopoguerra, quando Novo vuole un giocatore, difficilmente se lo lascia sfuggire: per avere Tomà, Novo scomoda direttamente il tecnico Egri Erbstein, inviato a La Spezia per trattare il trasferimento del giovane spezzino in granata. Anche se, per la verità, il passaggio di Tomà al Torino è decisamente travagliato: ad un certo punto i granata, che per avere il terzino devono cedere agli spezzini una contropartita formata da ben cinque giocatori, ci ripensano. Il prezzo da pagare, in termini di giocatori, per avere Tomà, viene ritenuto troppo caro.

Tomà ed Erbstein

Novo prova anche a giocare sporco, tirando in ballo presunti problemi polmonari di Tomà e bloccando di fatto il trasferimento. Sauro, però, sta benissimo, è furioso per quest’intoppo: è convinto di essere sano come un pesce e, come si dice, sente puzza di bruciato. Si affida al dottor Tartagli, primario all’ospedale dei La Spezia, per una visita privata. Le analisi danno l’esito sperato: Sauro sta bene, non ci sono motivi per dubitare della sua idoneità all’attività sportiva. E infatti alla fine l’affare si fa, con annesse scuse di Ferruccio Novo in persona. Sauro Tomà entra ufficialmente a far parte del Grande Torino.

1945, nei Vigili del Fuoco Spezia

Tomà entra nell’universo granata in punta di piedi, quasi con timore reverenziale, con soggezione nei confronti di quei campioni di cui poche settimane prima leggeva le imprese sulle pagine dei giornali e che ora sono i suoi compagni di squadra, ma i continui problemi muscolari che affliggono Virgilio Maroso, terzino titolare del Grande Torino e autentico monumento nel ruolo, il più giovane, ma anche il più fragile tra gli “Invincibili”, gli offrono diverse chance per mettersi in mostra. Alle noie fisiche di Maroso si aggiungono poi le bizze di Rigamonti, che di tanto in tanto, senza avvisare, balza in sella alla sua moto e se ne va in giro per l’Italia: lo fa in quell’estate del ’47, in cui così Erbstein e il Grande Torino iniziano la preparazione senza il loro stopper migliore. Sauro sa giocarsi bene le sue carte: le sue prestazioni, a partire dai primi allenamenti al Filadelfia e dalla tourneè spagnola nell’estate del ’47, sono di ottimo livello. Tomà dimostra di essere pienamente all’altezza di un contesto come quello del Grande Toro, il mitico “Carlin”, sulle pagine di Tuttosport, tesse le lodi di quel terzino grintoso, elegante e tatticamente disciplinato. Sauro, che fino a pochi anni prima non era che un ragazzino nelle giovanili dello Spezia, sogna ad occhi aperti.

Tomà in allenamento

Per il debutto ufficiale, però, bisogna attendere: nell’ultima giornata del campionato di Serie B 1946-‘47, con lo Spezia, Sauro è stato espulso, ed è quindi squalificato per la prima giornata del torneo di massima serie 1947-‘48 (Torino-Napoli 4-0). La giornata giusta sembra essere la seconda: Rigamonti, rientrato a Torino poco prima dell’inizio del campionato, è decisamente fuori forma, Erbstein è intenzionato a mandare in campo Tomà nella trasferta di Bari. Il tecnico, però, non ha fatto i conti con Novo: il presidentissimo interviene: “Il titolare è Rigamonti, gioca lui, il ragazzino avrà tempo per dimostrare quel che vale”. Debutto rimandato, a Bari per il Toro è una giornataccia: i pugliesi vincono 1-0, Rigamonti, palesemente fuori forma, viene espulso. Il 28 settembre del 1947, al Filadelfia, Sauro può così finalmente fare il suo esordio ufficiale in granata. E che esordio: il Toro ritorna Grande Toro e schianta la Lucchese, battuta 6-0 dalle reti di Loik (doppietta), Mazzola, Gabetto, Ballarin e Castigliano. Sette giorni dopo Mazzola e compagni annientano anche la Roma nella Capitale (1-7 il finale): Tomà non gioca, ma ormai lo spezzino è per Erbstein un titolare a tutti gli effetti.

In partenza per la tournée in Sudamerica

Arrivato da riserva, Tomà si ritaglia uno spazio importante: nel campionato 1947-‘48 mette insieme ben 24 presenze, un dato assolutamente rilevante in una squadra, il Grande Torino, che vanta fuoriclasse di levatura mondiale in ogni ruolo. La stagione 1947-‘48, per i granata, è quella dei record: quarto scudetto consecutivo, 125 reti fatte, 16 punti di vantaggio sulla seconda in classifica, un’enormità nell’era dei due punti a vittoria, risultati leggendari come il 10-0 all’Alessandria. Primati ad oggi ancora imbattuti, primati nel quale Tomà ha dato un contributo importantissimo, dimostrandosi all’altezza di sostituire un campione assoluto come Maroso. A 23 anni, Sauro tocca il cielo con un dito. Anche la tourneè brasiliana dell’estate del ’48, deludente dal punto di vista dei risultati, è un successo di pubblico e popolarità: folle oceaniche accolgono la comitiva granata, la fama del Grande Torino ha ormai varcato l’Atlantico, i calciatori campioni d’Italia, Tomà compreso, sono vere e proprie star. Per Tomà, però, quelli sono gli ultimi assaggi di gloria. Durante la prima giornata del campionato 1948-‘49, contro la Pro Patria (vittoria granata per 4-1), Sauro, cercando di evitare lo scontro con il suo portiere Bacigalupo, salta: ricadendo, il ginocchio sinistro cede. Un dolore lancinante: i cambi ancora non sono ammessi, Tomà rimane in campo, ma relegato all’ala sinistra, come si usava allora, senza poter essere utile ai compagni.

Con gli Invincibili

Ma Sauro non si arrende: sta vivendo un sogno, e non vuole svegliarsi. Il dolore al ginocchio lo accompagna anche nella settimana successiva, ma lui stringe i denti e scende regolarmente in campo a Bergamo: il Torino perde 3-2, per Tomà sarà l’ultima partita ufficiale giocata con gli “Invincibili”. Il ginocchio continua a dare problemi e cede definitivamente durante l’allenamento del martedì successivo. Il pallone finisce sulle gradinate del Filadelfia, Sauro corre a recuperarlo: le scarpe bullonate scivolano sul cemento, tutto il peso del corpo ricade sul quel ginocchio già debole. Un ginocchio che si gonfia a vista d’occhio e assume dimensioni preoccupanti. Il giorno dopo le visite presso l’ospedale delle Molinette non riescono a fare chiarezza sull’entità del problema. Si parla di rottura del menisco, ma non ci sono conferme. Una sola cosa sembra inevitabile: il Torino dovrà fare a meno di Tomà per un bel po’. Lui, Sauro, maledice un destino che in quel momento sembra infame, un destino che rischia di spezzare il suo sogno diventato realtà, quello di giocare nel Grande Torino. Non sa che sarà proprio quel destino, materializzatosi in un ginocchio gonfio come un melone, a salvargli la vita.

L’infortunio al ginocchio

Tomà rimane a guardare per l’intera stagione 1948-‘49, il Torino, pur senza strabiliare come nell’annata precedente, si avvia a vincere il suo quinto scudetto consecutivo, uno scudetto cui lo spezzino contribuirà solo in minima parte, con le due presenze messe insieme ad inizio campionato, prima dell’infortunio. Il 30 aprile i granata escono indenni da San Siro (0-0 contro l’Inter) ipotecando il tricolore: è il lasciapassare che capitan Valentino ha concordato con Ferruccio Novo per disputare un’amichevole a Lisbona contro il Benfica, la gara d’addio del capitano delle Aquile Ferreira, grande amico di Mazzola. Nel frattempo, Tomà continua a dannarsi l’anima per rimettere in sesto un ginocchio che, più di sei mesi dopo l’infortunio, rimane al punto di partenza: ad ogni minimo sforzo, l’articolazione si gonfia. Diversi specialisti visitano lo spezzino senza riuscire a cavare dal buco il proverbiale ragno. A pochi giorni dalla partenza per Lisbona, l’ultimo consulto, insieme a Maroso, nello studio del professor Camera, presidente degli ortopedici torinesi: per Virgilio c’è il via libera, Tomà, invece, deve sottoporsi ad un complesso programma riabilitativo per rinforzare il ginocchio, ormai quasi atrofizzato dopo mesi di quasi totale immobilità. È quel giorno che il fato compie la sua scelta, è questa la porta girevole: da un lato la vita, dall’altro la morte. Maroso partirà con i compagni per Lisbona e non farà più ritorno, Tomà rimarrà a Torino. Quel maledetto problema al ginocchio gli salva la vita.

Tomà in un’azione di gioco

Il 30 aprile del 1949 Tomà va a San Siro per assistere alla partita dei compagni. Non è un rito abituale, Sauro non segue quasi mai la squadra in trasferta, ma quel giorno qualcosa lo porta a Milano: forse è il destino che ha già preso la sua decisione e concede a Sauro un ultimo saluto ai compagni, a quegli amici che diventeranno leggenda pochi giorni dopo sulla collina di Superga. In una primavera stranamente piovosa, in un pomeriggio scuro come la notte, una Torino in allerta alluvione, il 4 maggio del ’49, perde diciotto calciatori che avevano dato alla città un barlume di gioia e speranza dopo le tremende sofferenze della guerra. Quel pomeriggio Tomà lo passa al Filadelfia, prosegue nel suo percorso riabilitativo, si allena per tornare quel giocatore che aveva meritato un posto tra gli “Invincibili”. Non sa che gli “Invincibili” non ci sono più. Torna a casa dopo l’allenamento e trova la moglie Giovanna in lacrime: “Sauro, l’aereo che tornava da Lisbona… lassù a Superga… sono tutti morti, Sauro”. Non vuole crederci, non può essere vero, rimane impietrito, come anestetizzato. Vuole sapere la verità, Sauro. Sale lassù, sulla collina che sorveglia Torino e i torinesi. È tutto vero: corpi carbonizzati, l’aereo ridotto ad un relitto, decine e decine di persone in lacrime. Il Grande Torino non c’è più, i suoi amici non ci sono più. Una parte di Sauro muore, lì, ai piedi della basilica di Superga, in quel tetro pomeriggio del ’49: la morte si impossessa di una parte di lui che non tornerà più. Quell’infortunio al ginocchio gli ha salvato la vita, ma la morte sarà una sua compagna di viaggio per il resto dei suoi giorni.

“Ero vivo, non ero partito. Ma puoi essere vivo quando porti la morte nel cuore?” Sauro Tomà – Me Grand Turin

Tomà rimane al Torino, è da lui che Ferruccio Novo vuole far partire la ricostruzione. Ma il Grande Torino è una squadra irripetibile e non tornerà. Lui, Sauro, non è più il giocatore che aveva saputo guadagnarsi un posto fisso tra i fuoriclasse granata: non si tratta di un problema fisico, anche se gli infortuni continuano a tormentarlo. È un dolore che gli tormenta l’anima da quel 4 maggio ’49, è un mostro che si è preso una parte del suo cuore portandogli via tanti, troppi amici, compreso quel Valentino Mazzola che per lui era diventato un fratello, portandogli via quel sogno nel quale si era ritrovato a vivere. Tomà non tornerà mai più quello splendido terzino capace di non far rimpiangere Maroso. Giocherà nel Torino altri due anni, totalizzando altre 51 presenze, poi se ne andrà, nell’estate del ’51. Brescia, Carrarese e Bari le ultime tappe della sua carriera, prima di appendere le scarpe al chiodo nel 1955. Ma Tomà, il vero Tomà, era morto a Superga in quel maledetto pomeriggio del ’49. Pur restando fisicamente in vita, la sua carriera calcistica e in qualche modo anche una parte importante della sua vita finirono lì, tra le macerie di quel tragico incidente. Sauro, infatti, decide di non tornare più a casa, a La Spezia: a fine carriera si stabilisce a Torino, a pochi metri dal Filadelfia, dove è morto nel 2018. Come per sentirsi più vicino ai suoi amici, come per vivere ancora dentro di sè quegli anni meravigliosi in cui era il terzino titolare della squadra più forte del mondo.

“La mia vita è stata un rincorrere il Toro. Forse anche la leggenda. Adesso abito a pochi metri dal Filadelfia… Raccontare e ricordare. E ancora raccontare. È il destino dei sopravvissuti” Sauro Tomà – Me Grand Turin

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