E’ un freddo novembre del 2014, nel Brabante. Sono appena atterrato all’aeroporto di Eindhoven, da dove proseguirò il viaggio in treno per raggiungere la mia fidanzata in Germania. La mia testa è occupata quasi esclusivamente dal pensiero di rivedere il suo viso ma, ad un certo punto, più degli odori acuti di sandwich con cipolla, crauti e salse piccanti, a distogliere la mia mente da lei non è il senso dell’olfatto, seppur abbondantemente sollecitato, bensì il mio sguardo: ovunque appeso ad ogni colonna, ad ogni muro, ad ogni angolo, c’è il manifesto di un volto che mi pare di riconoscere.

Nell’Ajax

Mi sforzo, come si fa a un quiz: è biondo, invecchiato, naso schiacciato, occhi quieti, lineamenti spigolosi. Che sia Joe Elliot,il cantante dei Def Leppard, quelli famosi per un pezzo che neanche a farlo apposta si chiama proprio “Photograph”, come la cosa che ha attirato la mia attenzione? Forse c’è un concerto qui ad Eindhoven, le reunion di questi tempi si sa, vanno molto di moda…

Però, c’è scritto qualcosa in olandese che non capisco a fondo, , poi alzo di poco lo sguardo, parte alta del manifesto, sopra la testa mechata. Ecco chi era, che stupido! Wim Kieft, il centravanti del Pisa di Anconetani. Mi ricordavo di lui tante piccole cose, e questo mi confermava che fosse sì famoso, ma mai avrei pensato di trovarmi di fronte a una specie di rockstar a distanza di trent’anni dalla fine della sua carriera, eppure…

Il ricordo della Scarpa d’oro, oggi donata al Museo del Pisa

A quanto pare ha scritto una biografia, che poi ho scoperto titolarsi “Il ritorno”, dove narra tutte le sue avventure, nel vero senso della parola, non ingigantita né circoscritta al rettangolo verde. La sua vita ha inizio il 12 novembre, proprio a ridosso dei giorni in cui sono arrivato in Olanda, ad Amsterdam.

E lì, al vecchio stadio De Meer, assieme a Rijkaard, Van’t Schip, Vanenburg e più tardi anche Van Basten, fa parte della nidiata che renderà l’Ajax nuovamente grande quasi ai livelli degli anni settanta. Il team di allenatori della scuola ajacide lo vuole e lo imposta difensore centrale: è alto, corazzato, non certamente un fulmine di guerra, ed in quel ruolo tiene a freno egregiamente il centravanti avversario.

Succede però, improvvisamente, e questo avverbio ricorrerà spesso nella vita di Wim, che Leo Beenhakker, a corto di attaccanti durante il campionato, azzarda una mossa da grande stratega: “vuoi vedere che lo spilungone sa fare il centravanti meglio degli altri?”. Detto, fatto: Kieft con quel suo caschetto fluorescente la becca sempre prima e più in alto degli altri. Ha un tempismo sulle traiettorie aeree micidiale, avendo imparato a muoversi da stopper sempre con un occhio anche all’uomo oltre che al pallone. Inizia ad essere il centrattacco dell’Ajax, con cui vince tre Eredivisie, e dove, nella stagione 1981-’82, si laurea non solo capocannoniere del campionato, ma addirittura di tutta Europa, vincendo la prestigiosa Scarpa d’oro.

E proprio durante la premiazione a Parigi riemerge quella sensazione di inadeguatezza che lo accompagna sin da piccolo, e che gli fa raccontare anni dopo che si vedeva come “un perdente in giacca e cravatta”, seppur sovrastasse di quasi venti centimetri Paolo Rossi che contemporaneamente veniva premiato col Pallone d’oro.

Nel Pisa contro la Fiorentina

Nel frattempo Willem Cornelis Nicolaas, nome completo di Wim, aveva già scoperto un palliativo efficace alla sua insicurezza: l’alcool. Per la prima volta si ubriacò a 17 anni e non parve troppo intimidito dalle conseguenze. Eppure come fa a sentirsi inadeguato un ragazzone bello e di succeesso, con un nugolo di pretendenti che gli scrivono ogni giorno decine di lettere? Succede, se non hai il tempo di metabolizzare e ponderare le scelte dentro e fuori dal campo, perché tutto accade in un attimo, come quando spiove un pallone dal cielo e non hai troppo tempo per pensare a dove indirizzare il pallone. Lo fai e basta.

E lui allo stesso modo fa: sposa la ragazza conosciuta solo l’anno prima, una delle tante groupies del mazzo da cui pesca perché un giocatore si sposa presto, gliel’hanno fatto capire i boss dell’Ajax. Ma è tutto così traballante nella vita, tutto troppo superficiale e poco confortante e confortevole per un ragazzo che, a dispetto di come gioca, avrebbe bisogno di essere coccolato, rassicurato, compreso. Invece non c’è tempo, anzi… E’arrivato un altro spilungone, ma più bravo di lui: grazie, si chiama Marco e viene da Utrecht. Che si fa allora? Lo vogliono in tanti, Wim, persino dal campionato più bello del mondo, quello dove giocano le star, anche Paolo Rossi, seppur senza smoking. La scelta ricade su una realtà calcistica molto poco nota quanto invece conosciuta nel mondo come città: Pisa. C’è bisogno di nuovi stimoli, del resto, dato che in patria è stato scalzato dal suo habitat. Quanto al primo, di stimolo, non certo dei più piacevoli: appena atterra Kieft si sente squagliare dai 35 gradi roventi che gli si scaraventano addosso come quando si apre, e ancora una volta usiamo questo avverbio, improvvisamente un forno.

Per chi arriva dai rigidi e interminabili inverni olandesi non è il benvenuto più desiderato. La squadra, dopo la salvezza ottenuta dopo aver riconquistato la massima serie, sembra intenzionata a prolungare la propria permanenza in A, ma non sarà così: contribuirà a questo anche il non nuovo senso di inadeguatezza dell’olandese, di fronte a un campionato zeppo di campionissimi, dove lui riuscirà a trovare la via del gol soltanto nel febbraio dell’anno nuovo, chiudendo la stagione con complessive sette segnature, di cui però ben quattro in Coppa Italia.

Nel Bordeaux

Il Pisa così torna in B, ma conferma e costruisce la squadra intorno a Wim, ergendolo a simbolo della squadra, così come la Torre pendente lo è della Repubblica Marinara, e il centravanti ripaga le attese e, proprio come la torre, anche quando pareva sul punto di cadere non va giù, e realizza 15 reti contribuendo alla risalita.

L’anno successivo ritrova il palcoscenico dei grandi e, stavolta, fa bene il suo dovere con sette reti belle pesanti, fra cui anche il calcio di rigore che mette a referto il pari casalingo all’Arena contro la Juve campione d’Europa e del Mondo di Michel Platini. Adesso tutti hanno capito che Kieft è un bel centravanti, e se lo contendono in molte piazze, e lui sembra finalmente essersi reso conto che si sta bene anche al sole del Bel Paese. Sembra tutto fatto per trasferirsi di pochi chilometri a Firenze, ma ancora una volta le uova nel paniere gliele rompe quello più bravo e più bello da vedere, il suo connazionale Marco Van Basten, che strega in un vhs il d.s. Nassi… Alla fine non andrà a Firenze né lui né il cigno di Utrecht, che aspetterà l’anno successivo per accasarsi al Milan. Per Wim c’è il Torino, che da qualche anno ha ambizioni e classifica di alto lignaggio, e al ragazzone non sembra importare troppo per quale squadra segnare. Segna subito, alla prima, poi ancora e ancora… tripletta all’Avellino e testa della classifica dei cannonieri… occhio perché quando l’ascesa è improvvisa sappiamo come va a finire… E infatti il destino presenta il conto: ginocchio rotto e tre mesi di stop.

Colpo di testa: eccolo nel Psv Eindhoven

Ma rientra caparbio, volitivo, e nel frattempo perfetto nel suo italiano parlato, che ha messo a puntino in questi mesi di stop. Purtroppo per lui ci si mette di mezzo il sergente di ferro Radice, che non lo vuole aspettare e lo rottama come si fa con una vecchia Uno; allora Wim su consiglio della nuova moglie decide che è il momento di tornarsene al freddo della sua Olanda, anche perché incombe un Europeo da conquistare. Al Psv disputa una stagione memorabile, al termine della quale vincerà campionato e Coppa Campioni, tirando uno dei rigori decisivi nella finale. In tutto ventinove reti che lo mettono in rampa di lancio per Euro ’88, anche perché Marco, sempre lui, è reduce da un intervento alla caviglia. E invece no, parte dalla panchina, perché Michels gli preferisce Bosman, e perché Van Basten ha recuperato alla grande e segnato una tripletta agli inglesi. Ciononostante entra e decide, di testa, chiaramente la gara con l’Irlanda che permette agli Oranje di andare in semifinale e poi di vincere la competizione.

De Terugkeer

Si prenderà una piccola rivincita personale due anni dopo, quando, al mondiale nostrano, sarà l’unico attaccante dell’Olanda a siglare una rete, nella gara d’esordio con l’Egitto, ancora una volta pesante, perché a conti fatti permetterà il ripescaggio agli ottavi della banda di Beenhakker, colui che lo trasformò in centravanti. Intanto gli anni trascorsi gli aumentano il fardello della malinconia, acuita da nuovi tribolati infortuni, dall’incapacità di esternare i suoi tormenti, e soprattutto dalla dipendenza dall’alcool, che ormai lo porta a isolarsi in un mondo dove nessuno può venire a puntargli il dito contro per avere disatteso le aspettative. Poco gli importa che i soldi, tanti, guadagnati con una bella carriera svaniscano, assieme ai suoi matrimoni, che non sono serviti a condividere con le sue mogli i tarli della sua mente offuscata. Dopo una parentesi a Bordeaux ritorna ancora nel suo Brabante, che nasconde nella nebbia il suo vivere vizioso, che in tarda età si è arricchito, si fa per dire, di una nuova compagna di notti insonni: la cocaina. Proprio come si impennava il suo score nei primi anni all’Ajax, così s’impenna il suo consumo di polvere bianca, sempre improvvisamente, da mezzo grammo a otto, roba da rimanerci stecchiti, se non fosse stato per l’alacrità da Sherlock Holmes del suo nuovo mister, uno che a differenza di Radice si preoccupava dell’uomo oltre che del giocatore, e che capì dalle narici sanguinanti quale fosse l’avversario che braccava Wim impedendogli di liberarsi.

Ed è grazie a quest’uomo, Fred Rutten, che Kieft ha iniziato un lungo percorso di riabilitazione, che lo ha portato di nuovo coi piedi per terra, come dopo un dei suoi tanti salti a un metro dal suolo, quando in un attimo non pensava e agiva e colpiva di testa, segnando in campo e segnandosi inesorabilmente fuori. Ma adesso è finita l’epopea dei colpi di testa, adesso Wim sa parlare e riflettere, sa esternare senza vergognarsi. Così può capitare che passeggi per Eindhoven senza aver paura di vedersi in ogni angolo della città, come se fosse una rock star. Il concerto è finito.

Marco Murri