È sabato 28 maggio 1955. In cinquantamila si sono accalcati al Volksparkstadion di Amburgo per Germania-Irlanda. I padroni di casa, campioni del mondo, vincono 2-1 e alla fine tutti scandiscono il suo nome: Robert Schlienz. Lui è solo al centro del campo ed incassa. È stata buona la prestazione del terzino dello Stoccarda, ma quegli applausi non si fermano. Anche perché l’aspetto sportivo conta fino a un certo punto: Robert è mutilato del braccio sinistro molti centimetri sopra il gomito. Da quasi sette anni. Ha iniziato a giocare nella squadra del posto in cui è nato: Zuffenhausen, un sobborgo nel nord di Stoccarda. Era la squadra allenata da suo padre, che è anche un ex-calciatore. Un raccomandato da papà si potrebbe pensare. Sbagliando.

Nello Zuffenhausen

A sedici anni Robert è già in prima squadra. Gioca centravanti. Nel 1942 vince il campionato juniores dello stato del Württemberg. Una squadra fantastica: rifila un 7-1 e un 6-1 alle altre squadre di Stoccarda e 3-0 all’ SSV Ulm nella finale. Alla fine lo Zuffenhausen totalizza 73 vittorie in 79 partite. Lui segna 45 gol. È il momento di lasciare per la prima volta il calcio. C’è la Wehrmacht che chiama per combattere sul fronte orientale. Viene ferito da una pallottola russa alla mascella e l’esercito lo spedisce a casa. Una grande cicatrice in quel punto servirà a non dimenticare. La sua squadra però si è dissolta. Cinque compagni di squadra dello Zuffenhausen sono morti in guerra . Robert va allo Stoccarda, su intercessione dell’ex-portiere Schnaitmann, che lo conosce da tempo. Sotto il guscio in lenta decomposizione del Terzo Reich, nella stagione 1944 – ’45 resiste il Campionato nazionale, la Gauliga: Robert gioca ormai in pianta stabile. E subito dopo la guerra, lo Stoccarda si iscrive ad uno dei cinque campionati regionali considerati Prima Divisione, la Oberliga Sud. Alla fine del torneo ‘45-‘46 Robert Schlienz è capocannoniere. Più di una promessa del calcio tedesco ormai. Ha segnato quarantadue gol in trenta partite,anche se qualcuno gliene conta di più. È comunque un record. Splendido il suo gol di testa al Norimberga nella finale (vinta) del campionato. Anche nel ’47-’48 è capocannoniere della Oberliga, “soltanto” con trentuno centri.

Capitano dello Stoccarda

Tutto questo Robert Schlienz lo ha fatto con due braccia. Poi accade la disgrazia: e’ il 14 agosto 1948. Anzi due disgrazie.Perché il giorno prima è morta sua mamma : “Ma domani c’è la partita. Gioco lo stesso”. Robert parte per la trasferta dello Stoccarda ad Aalen, settanta chilometri da Stoccarda. Ha appuntamento con la squadra, ma arriva in ritardo. Lo lasciano lì. Non possono fare diversamente. Robert è distrutto. Ma vuole giocare. Si fa prestare un’auto da un amico . E’ un’auto tedesca sgangherata. Robert ha fretta , le strade sono sconnesse. E c’è caldo. Lui tiene il braccio sinistro fuori dal finestrino. In una svolta a destra non può evitare un avvallamento. L’auto si ribalta e finisce in un boschetto. Lo trovano intrappolato nell’abitacolo. Robert esce col gomito e l’avambraccio sinistro completamente maciullati. Glieli amputano due ore dopo. I medici di Stoccarda gli dicono che non potrà più giocare ad alti livelli. E sbagliano. Anche Robert pensa che dovrà lasciare il calcio per la seconda volta, stavolta definitivamente. E i giornalisti recitano la stessa orazione funebre.

Il calciatore che non ha mai mollato

Solo il suo allenatore dello Stoccarda Georg Wurzer non ci sta . “Uno Stoccarda senza di te è impensabile”. Robert oppone una lieve resistenza. Più comodo mollare. Poi lega la lunga manica sinistra intorno al moncherino e ricomincia. Intanto col denaro incassato dall’assicurazione, avvia un negozio di articoli sportivi a Bad Cannstatt , non lontano da Stoccarda. Una sorella si offre di lavorare tutto il tempo al bancone e Robert ha più tempo. Perché solo cinque settimane dopo l’incidente, Wurzer gli organizza sessioni speciali di allenamento per modificarne i movimenti . Novantanove calciatori su cento avrebbero smesso. A ventiquattro anni. Robert però è un vero combattente. I polmoni, i riflessi, i muscoli, tutto funziona alla perfezione. Anche se quando, per tenersi in equilibrio, Robert apre le braccia, immancabilmente cade sul fianco destro. Per settimane si allena spostando lievemente il suo baricentro. Anche se è davvero triste vederlo saltare, aprire le braccia e cadere . Deve cambiare soprattutto la sua corsa. Farla diventare secca, essenziale. Wurzer lo vuole blindare: Robert deve anche imparare a rotolare giù per non cadere sul ceppo del suo braccio. Si allena fino a tarda notte, riguadagnando gradatamente la simmetria nelle movenze. Wurzer gli consiglia anche di cambiare ruolo: centrocampista offensivo. “Sappi che non sei più al centro della scena. Ti sentirai come se stessi sviluppando un’azione d’ attacco e se quello che dai ai compagni non basta, lo farai tu stesso”. E poi il senso del gol non è un problema: quello non si può perdere. All’inizio della stagione ’48- ’49, si presenta allo Stoccarda e chiede di essere riammesso in squadra. La richiesta lascia tutti perplessi. Viene inserito , ma nella squadra riserve. In realtà è un test.

E saranno solo applausi . Il pubblico va rapidamente crescendo nelle partite delle riserve. Ma nessuno osa pensare di metterlo in prima squadra. Le remore derivano dal riguardo nei confronti degli avversari, dalle possibili polemiche. Alla fine la decisione la prende il pubblico. La squadra è in crisi. E al termine dell’ennesima partita disastrosa, la gente urla: “Vogliamo Schlienz in squadra”. Il 5 dicembre 1948, Robert Schlienz rientra in prima squadra contro il Bayern Monaco: dall’incidente sono trascorsi meno di quattro mesi. Gioca bene, si vince 2-1. Wurzer l’ha spostato definitivamente in mezzo al campo per ridurne gli scontri fisici. Ma ovviamente può inserirsi là davanti. Lo Stoccarda vince due volte il campionato tedesco : nel 1950 e nel 1952. Wurzer non è solo l’ideatore di quel training dalla presunta scientificità che ha ricostruito Robert Schlienz più forte di prima. Ma è stato anche il talent-scout di metà della sua squadra. Indimenticabile la rimonta al Saarbrücken . È il 22 giugno 1952 : la finale scudetto davanti a 85.000 persone. Il Saarbrücken è avanti 1-0. Al diciottesimo del primo tempo, proprio Robert segna il gol del pareggio su calcio d’angolo. Dovrebbe giocare centrocampista esterno, ma si è affinato anche tatticamente . Quel giorno infatti è dappertutto. Chiude dietro, riparte, tampona, dirige il centrocampo, attacca. Una macchina perfetta. Lascia agli altri solo le rimesse laterali. Alla fine è vittoria, 3-2. Lui migliore in campo. Si torna a Stoccarda su una splendida cabriolet.

Robert Schlienz giocava nel ruolo di centrocampista

Senza Schlienz lo Stoccarda non sarebbe mai diventato campione di Germania” dice la rivista specializzata. Robert non è uno spirito raffinato, almeno apparentemente. Se un compagno non ha il ritmo-partita, si sente urlare: “Ragazzo iniziamo, altrimenti attraverso il campo e ti prendo a calci in culo”. Intanto è diventato capitano. La fascia è avvolta intorno al moncherino. “Avevamo una grande forza, eravamo uniti . A quei tempi era diverso. Bevevamo tutti insieme. Si fa anche adesso, ma all’epoca lo facevamo in pubblico. Non di nascosto. Non in grandi quantità. Dopo la partita, birra o vino davanti all’allenatore. Davanti al pubblico e ai giornalisti . E guadagnavamo poco”. E nel 1953 lo Stoccarda centra  il secondo posto. Il compagno di squadra Lothar Weise lo aiuta a indossare la maglia dopo la doccia: “All’inizio cercavo di non mostrarmi sorpreso per la sua diversità. Poi ci siamo abituati”. Vincono anche due Coppe di Germania, sempre ai tempi supplementari : ’54 e ’58 (pirotecnico 4-3 al Fortuna Düsseldorf).Robert intanto è passato al centro della difesa. “In campo era un pezzo di merda, ma era il mio modello . E fuori è stato il mio migliore amico”. Robert ha una forza sovrumana nel braccio destro. “Alla mia prima festa di Natale eravamo seduti in una vecchia club house con alcune ragazze. All’improvviso mi ha pizzicato la coscia destra. Avevo le lacrime agli occhi dal dolore”. “Ragazzo perché non dici niente? Non urli?”. Robert Schlienz è diventato il giocatore-simbolo dello Stoccarda, per tutti “il cavaliere dal pugno di ferro”. Solo la Nazionale non lo ritiene ancora abile. E lui si propone.

Nella nazionale della Germania Ovest

Il tecnico della Nazionale tedesca Sepp Herbergers’è accorto da un pezzo che a Robert non manca nulla, per così dire. Purtroppo c’è di mezzo ancora quella presunta correttezza. Mettendolo in campo, Herberger pensava che gli avversari adottassero un trattamento morbido nei suoi confronti, alterando la regolarità della partita. Come se si scansassero. In fondo i disabili tutti i giorni vivono col vuoto intorno. E l’ostracismo di Herberger fa imbestialire i giornalisti e la tifoseria dello Stoccarda. Poi il 30 marzo ’55 la Nazionale tedesca viene battuta dall’Italia, proprio a Stoccarda, ed Herberger molla. Alcuni elementi della squadra campione del mondo si rivelano non più all’altezza . A Robert viene preannunciata la convocazione e momentaneamente il ruolo di riserva nella Nazionale “B”. Negli allenamenti convince a pieno. Per potenza, tecnica e velocità. Giocando una partita con la B, passa l’ennesimo esame. Herberger sentenzia: “Se gl’irlandesi non avranno niente da dire, giocherai”. E arriva il placet degli irlandesi.

L’attesa è finita. L’esordio (a trentun anni) avviene come terzino. Il pubblico lo acclama. Gli avversari sono disorientati. In Nazionale ne gioca altre due. Nel 1958 si perde definitivamente il conto delle sue partite consecutive con la maglia dello Stoccarda. Poi va a Madrid per un’amichevole contro la Nazionale spagnola . Alla fine c’è il signor Alfredo Di Stefano che parla con i giornalisti: “Il migliore in campo è stato quello con un braccio solo. Quello che gli ho visto fare con la palla era inconcepibile per me fino ad oggi”. Nell’estate del 1959, proprio Wurzer , che aveva creduto in lui, dà un’altra svolta alla storia, perchè entra nello spogliatoio prima di un’amichevole e pronuncia queste precise parole: “Non aspettate Robert. Non giocherà più sotto di me”. I compagni sono sconcertati. Il motivo della rottura non si è mai saputo. Non lo sapeva nemmeno lui. Ragioni anagrafiche forse. Pare si dovesse dare spazio ai giovani. “Non si è mai lamentato ed è per questo che è stato un modello”.

Lo Stoccarda gli chiederà scusa e lo farà rientrare, seppure gradatamente. Per chiudere la carriera. Nonostante il ravvedimento doveroso, Robert non avrà neanche una partita d’addio. Forse è meglio così: come se non se ne fosse mai andato. Si è trasferito intanto a Dettenhausen, trenta chilometri a sud di Stoccarda, dove apre un negozio di vini e regali. Continua a seguire la squadra, anche se quando va al Neckarstadion, non se ne accorge nessuno.

Lo stadio nel quartiere di Bad Cannstatt è intitolato a lui, ma è l’impianto riservato al calcio dilettantistico. Perché ormai il ricordo di Robert Schlienz è quasi del tutto cancellato, perfino in Germania. Diceva Umberto Eco che “chi non ha memoria , è un vegetale”. Ecco chi è il vero disabile.

Ernesto Consolo

Da Soccernews24.it