Tutto ciò che vediamo o sembriamo non è altro che un sogno in un sogno.

(Edgar Allan Poe)

Lui era alto, biondo, osannatissimo e veniva dalla terra dei Tulipani. L’altro, invece, era corto, sgraziato all’apparenza ma con un sinistro che non era un piede, ma una bacchetta magica. Tra l’Adone olandese e il ranocchio uruguagio, la Milano nerazzurra s’innamorò di Ruben Sosa.

Nella Nazionale dell’Uruguay

Sbarcato in Italia alla fine degli anni ’80, si mise in mostra con la maglia biancazzurra della Lazio, dove fece meraviglie. Poi arriva all’Inter, nel 1992, dove ogni anno è dato per sicuro panchinaro, comincia a volte addirittura dalla tribuna.

Nella Lazio

E ogni anno finisce regolarmente titolare. Colpa di Darko Pancev, il più grande bidone che il calcio balcanico abbia tirato alla Serie A. Colpa di Dennis Bergkamp che a Milano non si ambienterà mai e poi mai. Merito anche di Totò Schillaci, Igor Shalimov, un giovanissimo Marco Del Vecchio che con Sosa si scambiavano assist e palloni.

Ma, soprattutto, merito suo. Piccolo e sgusciante, imprendibile palla al piede, capace di mandare ai matti la difesa del Genoa con un gol che è ancora un inno alla bellezza del futbol. Segnava in tutti i modi, anche se predilige calciare con il sinistro e, magari, metterla dentro direttamente su punizione. Con la maglia a strisce nere e azzurre segna più di un gol ogni due partite, gioca 76 volte e fa più gol di quanti ne abbia fatti in 124 presenze alla Lazio. Prima di Milito, era lui il Principito. Perché nonostante le fattezze ingenerose, in campo quello che alle signore poteva sembrare un curioso ranocchio teneva tanta classe ed eleganza da trasfigurarsi in un piccolo principe del futbol.

Nel derby di Milano

Nel ’95, dopo tre stagioni, tutto finì. Se ne andò al Borussia Dortmund. Anche il biondo olandese sbaraccò e, da Milano, se ne andrà all’armeria di Londra e con la maglietta dell’Arsenal si rifarà, con lauti interessi, della delusione italiana.

Giovanni Vasso

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