Quando il Bayern offre all’Inter Andy Brehme, da tempo l’aveva lasciato libero di cercarsi una squadra.  La sua convivenza con il tecnico Heynckes era diventata infatti impossibile. I motivi : l’impiego rinsaccato a centrocampo: “Una settimana mi faceva giocare terzino sinistro , la settimana dopo centrocampista sulla destra. Certe volte ho avuto perfino timore di essermi dimenticato tutto quello che avevo imparato. Sei l’unico che può farlo, diceva. Ma io sono un terzino e resterò sempre un terzino”. Heynckes, tra l’altro, lo ha indicato tra i colpevoli della sconfitta contro il Real Madrid in Coppa Campioni (ma gli ha dato un inquietante numero 11). Per l’addio al Bayern, Andy organizza una festa: tra i regali dei compagni c’è il nuovo libro di Heynckes.

Brehme nel Bayern Monaco

Andy è costato un miliardo e ottocento milioni, quasi quanto un promettente terzino dell’Atalanta. E’ il nuovo interista costato meno. E molti si sintonizzano subito sulla litania dell’acquisto “imposto” da Matthaus. Quasi ne fosse il portaborse.  Poi c’è Franco Baresi che punzecchia: “Brehme è un comprimario, mio fratello non rischia il posto”. A completare il quadro c’è Italia-Germania. Ed Andy la mette dentro su punizione.

Eisenfuss

Andy è uno che viaggia sicuro su un binario, perché destro e sinistro per lui pari sono. Tutti i calciatori bipedi hanno un piede forte. Lui no. Tira come conviene all’istante. E così diventa imprevedibile. Lascia agli altri contorsioni e avvitamenti per alimentare l’unico piede. Terzino a propulsione nucleare , per almeno tre anni inarrivabile : “Ai giovani dico che ogni giorno bisogna allenarsi col piede destro e col sinistro. Come facevo io”. Gliel’ha insegnato suo padre, Bernd. Che giocava tra i dilettanti del Barmbeck-Uhlenhorst, il borgo di Amburgo dove è nato Andy. Bernd è soprannominato Eisenfuss ( piede di ferro ) da quel giorno in cui, all’insaputa del medico, ha tolto il gesso al piede sinistro fratturato e lo ha sostituito con una fasciatura. Per giocare, ovviamente. E, visto il portiere fuori dai pali, ha infilato in rete un tiro da cinquanta metri. Finendo, ovviamente, ingessato ancora.

Brehme e Matthaus nell’Inter

Bernd segue Andy . E Andy segue Bernd dalla tribuna. L’unico giocattolo è il pallone, nessun trenino o soldatino. Andy gioca la prima partita a cinque anni, ma contro quelli di sette. Gioca bene, perché va in anticipo sull’avversario senza azzardare il tackle. Così gli ha suggerito Bernd. L’anno dopo l’inaugurazione del campo in erba del Barmbeck-Uhlenhorst. Ottomila persone. Il minuscolo Andy stringe la mano del grande Seeler , capitano della Nazionale. Poi gli allenamenti col destro, sinistro, stop di petto. E il pallone medicinale. E Andy inizia a segnare anche da corner. “Mio padre mi insegnò a calciare con entrambi i piedi . Punizioni e cross, non a caso le mie specialità. Quando poi entrai a far parte del Barmbeck , passavo delle ore con i due portieri”. Bernd è l’allenatore, ma è molto severo, non lo favorisce. Per metterlo in squadra aspetta che glielo chiedano i titolari. Andy inizia come libero e diventa “il Beckenbauer di Uhlenhorst”.

Brehme in azione con l’Inter

A quindici anni si allena con quelli della prima squadra: “Mi è stato insegnato a programmare su basi realistiche”. Gioca e fa l’apprendista meccanico perché senza diploma, niente calcio . L’ha detto Bernd, che non ha mai smesso di lavorare e installa impianti di riscaldamento :  “A sedici anni ho capito che avrei fatto il calciatore professionista . Appena potevo, scappavo e andavo a vedere gli allenamenti dell’Amburgo . Mattina e pomeriggio, che invidia per quella gente che poteva dedicarsi completamente al calcio. La mia fortuna fu di avere per datore di lavoro un tifoso sfegatato dell’Amburgo . Quando gli dissi del provino, mi lasciò andare : potevo tornare in officina in qualsiasi momento”. E gioca due partite al giorno: una con gli allievi , l’altra con gli juniores. Andy è anche un pozzo di scherzi. Come quando con gli amici riesce a mimare una partita di ping pong senza pallina. Resistono mezz’ora, pubblico compreso.

Nella Nazionale tedesca

Anni di serate in cui saluta i compagni e va a letto. Alle nove. Quando il sabato sera torna dalla partita, si sdraia per vedere i gol della Bundesliga, ma crolla subito.  A diciassette gioca nell’Oberliga Nord (equivalente della serie C). Il sogno è l’Amburgo: fa un provino, ma il general manager, che è il signor Gunter Netzer,lo fa aspettare sei settimane per l’esito. Andy ha rifilato due tunnel ad Hartwig, ricevendo in cambio una gomitata che gli è costata quattro denti. Bernd spende ottocento marchi dal dentista e solo grazie a Magath e Kaltz ottiene le scuse di Hartwig.  Andy è un testardo . Quando gli comunicano che avrebbe potuto giocare solo nella seconda squadra di terza divisione, ringrazia e se ne va. Tanto valeva restare nel Barmbeck, stessa serie.  Grazie a Magath, va al Saarbrucken in serie B. Ha diciannove anni. La squadra retrocede nonostante le ottime prestazioni di Andy. Per rimanere il Saarbrucken gli offre una Porsche con radiotelefono. Andy la mostra a Bernd, che va su tutte le furie: “Se rimani in terza divisione per una Porsche, vieni meno ai miei principi” . Scende dalla macchina e trova il Kaiserslautern. Andy diventa protagonista e arriva la Nazionale. Dopo l’ottimo mondiale ’86, sembra arrivato il momento dell’Amburgo, ma brucia tutti il Bayern. E vince lo scudetto con Udo Lattek.

Nel Kaiserslautern

Ricardo

Quando l’amico Briegel era andato al Verona gli aveva detto: “Appena puoi, raggiungimi”. In Italia Andy ci ha già fatto le vacanze . Adora la nostra cucina. E poi è uno che fa gruppo. Un uomo semplice. Se c’è qualcosa che odia, sono le giornate di pioggia. Arriva con la moglie spagnola Pilar, che è in dolce attesa.  Nel suo primo gesto, c’è la sintesi della sua prima stagione all’Inter: gli aerei dalla Germania accusano ritardi, lui arriva in anticipo . “E’ chiaro posso giocare dovunque , ma quando posso marcare e partire da lontano mi sento veramente forte . Trapattoni mi ha detto che mi farà giocare sulla fascia sinistra”.  Il congegno della nuova Inter trapattoniana nasce con un solo obiettivo: lo Scudetto.

Nella Liga con il Saragozza

Andy si mette a studiare la lingua perché il Trap non vuole interpreti tra i piedi. I giornalisti pensano di non perdersi granchè: le dichiarazioni dei tedeschi, di solito, sembrano uscite da una fotocopiatrice. Figurati quelle di un terzino : “Molto caldo. Allenamento buono”. Piace subito con la sua muscolatura da ciclista, i traversoni al compasso e le bombe da venticinque metri. Non serve la lingua parlata. C’è piena identità tra lo spirito trapattoniano e quello tedesco, una chimica che nasce da combinazioni inevitabili. Una notte, Andy rimane a Carimate in Brianza, dove ha la nuova casa. Aspetta con un nuovo amico italiano. Sono le 3, quando arriva la telefonata: è nato Ricardo. “La famiglia ha rappresentato per me il necessario completamento della personalità. Adesso posso dire proprio di aver avuto tutto dalla vita”. Il tempo di una foto insieme che rimane incorniciata al bar Il Torchio.

Contro Maradona

Prima il Trap lo prova alternativamente terzino e in mezzo.  Alla seconda, gli consegna le chiavi della fascia sinistra. Tutta. Andy si rivela subito sovradimensionato rispetto alle ultime annate nerazzurre. E con un destro al volo da venti metri trova un pertugio impossibile: è rimonta contro il Pisa. Sfonda da quella parte e innesca Serena come nessuno. Gli dà anche la palla del gol di Monaco contro il Bayern. E al novantesimo rischia di segnare il 3-0 con un sinistro al volo.

Il Bayern lo allena sempre Heynckes e questo trasmette quel pizzicorino di soddisfazione in più. Sarà una coincidenza, ma manca proprio Andy quando al ritorno il motore dell’Inter va in panne. Al rientro, subito assist e gol a Lecce. Si rivela l’unico degno di vestire la maglia di Sua Maestà Giacinto. Si sublima in quell’ Inter-Ascoli : tira e centra il palo, la palla torna in campo e ritrova lui. Pronto a correre sulla sua fascia e dirottarla sulla testa di Ramon Diaz, che la mette dentro. La linea di tensione della squadra è quella giusta. Perché questo è l’anno dello Scudetto dei record. E dei Panzer. Unico pericolo: i limiti della natura.

Brehme (di spalle, col numero 3) supera su rigore il portiere argentino Goycochea, consentendo alla Germania Ovest di vincere il campionato del mondo 1990.

Cineteca

Al mondiale è pronta la schiacciasassi . Andy è terzo assoluto nella statistica sui cross effettuati. Davanti a lui solo Diego Maradona e Dragan Stojkovic. C’è un dettaglio: Andy ha giocato una partita in meno. E trova il tempo per fare quello che gli piace di più: spupazzarsi Ricardo. Fino a quella contro gli olandesi, quando lo percorre un brivido: “Non era paura dell’avversario. Non poteva esserlo, perché non vedevo in giro squadre più forti di noi. Piuttosto era paura di noi stessi. Temevo di rovinare tutto con un errore. Nel primo tempo dalla mia parte me ne trovavo due. A un certo punto ho detto a Van’t Schip: Ma perché non fai il tuo gioco? . E lui Scusami questi sono gli ordini: devo pensare solo a te ”.  Manda in cineteca il destro a giro sul palo lontano. Anche l’epilogo è tutto suo. Segna (con le attuali regole) il gol decisivo in semifinale con gl’inglesi. E a sei minuti dalla fine del mondiale, l’arbitro assegna quel rigore : “Non avrei dovuto tirarlo. Di solito tocca a Lothar. Se ho avuto paura? La paura è un sentimento che non mi appartiene. Almeno in campo”.

Al ritorno in Germania con la Coppa del Mondo

In realtà, Matthaus aveva cambiato la scarpa destra nel primo tempo perché gli si era rotta. Ne calzava quindi una poco fidata. E ha detto a Andy: “Prendi il pallone e vai a vincere questo mondiale” . Andy va, lo sguardo rassicurante. Ha tempo di pensare . A suo figlio. A sua moglie Pilar. Solo un attimo. Ha molto tempo per pensare. Le proteste argentine continuano : “I rigori li ho sempre tirati di destro”. E il portiere argentino Goycochea lo sa benissimo : “Quando pensi troppo è sempre difficile. E poi Goycochea ne aveva parati tanti. Ma io non ci ho pensato. Mantenere la calma … Concentrarsi sul colpo …”. Contro il portiere argentino la media è: cinque rigori sbagliati negli ultimi dieci, quattro parati e uno sulla traversa. L’arbitro è fermo sul dischetto, deve proteggere la palla dalle azioni di disturbo argentine. Buchwald chiede a Andy: “Quale angolo?” . Nessuna anticipazione. E’ strasicuro : “Volevo calciarlo a braccia alzate. Calciare i rigori è un’arte. Sembra facile, ma quando vai sul dischetto la porta diventa piccola piccola . La mia forza è la freddezza”.

La gioia dopo quel rigore

Il tiro è apparentemente semplice.  Passa accanto alle mani protese del portiere come una corrente gelida.  “Non ci sarebbe mai potuto arrivare. Quando la palla è entrata, ho pensato a tante cose: al passato, alla finale messicana persa per un soffio, ma anche ai festeggiamenti . Da quattro anni aspettavamo. Eppure col Messico nel 1986 avevo tirato un rigore di sinistro. Ma non so perché ”. Incontentabile Bernd Brehme: “Mio figlio è al settanta per cento”. Per Beckenbauer, può giocare fino a quarant’anni anni. E quasi ci azzecca. E adesso allenamento: lo aspetta un torneo di tennis a Montecarlo.

Fotografia

In fondo quando era il miglior terzino sinistro del mondo non ha quasi mai fatto notizia. E’ arrivato terzo al Pallone d’Oro, quasi impossibile nel suo ruolo. Nessuno lo ricorda. Forse perché è tedesco, per nulla suggestivo. Nessuno si accorge quando va via dall’Italia. Eppure dal rigore mondiale sono passati solo due anni. Nessuna copertina anche quando la vita va dritta incontro al precipizio. Il binario su cui viaggi adesso è morto. Sei scivolato definitivamente fuori dal giro, come un animale buono solo per essere impagliato. Nessuno nega i tuoi galloni guadagnati sul campo. Anzi qualcuno te li fa scontare.

Il matrimonio con Pilar (nella foto a fianco) finisce. Anche un’indagine per guida in stato di ebbrezza fa poco rumore. Non sai probabilmente nemmeno perché ti trovi lì, adesso, anziché in un qualsiasi altro posto nel mondo. Forse ci resti solo per non tornare indietro. Nell’incontro per l’anniversario del mondiale ci sono quasi tutti. Tu no. Gli occhi spenti. Non saresti diventato immortale nemmeno se ti fossi schiantato con una Porsche contro una vetrina o incorniciato in una foto segnaletica. Ti rendi conto che ripartire da zero è l’unico modo per riprovare ad essere relativamente felice. Come se  avessi solo bisogno di questo. Di una giornata di sole.

La vertigine torna ogni tanto, ma ci sei abituato. Adesso la forza ritrovata ti spinge a farti fotografare con un’altra faccia e soprattutto lì , nel tuo nuovo posto di lavoro. Mentre pulisci i pavimenti. La forza che ti fa tornare su un prato verde. Per occupare il tuo ruolo. La forza che ti spinge a essere normale. Che per te è come essere campione del mondo.

                                                                                                                                        Ernesto Consolo

Da Soccernews24.it