Il suo è uno stile di gioco unico, tanto da essere denominato sarrismo, i suoi fedelissimi tifosi lo chiamano il comandante, i suoi detrattori invece lo considerano poco esperto nella gestione della rosa.

Sia dentro che fuori dal campo, vediamo in cosa consti l’insegnamento calcistico di Maurizio Sarri, a quali altri sistemi di gioco della storia possa essere assimilabile e se possa diventare un metodo vincente.

Arrivato in serie A a 55 anni con l’Empoli, ha alle spalle una carriera lunghissima, fatta per lo più di campetti di periferia in terra battuta, spalti semivuoti e dilettantismo. Per i pochi che non lo sapessero, Maurizio Sarri era una bancario, anche di discreto successo, quando intraprese la carriera da allenatore che è stata per tanti anni evidentemente “solo” una passione.

 

 

Stia, Faellese, Cavriglia, Antella: sono davvero singolari i nomi delle società che hanno battezzato la carriera da allenatore di Sarri, rimasto nel quasi totale anonimato fino al triennio 2000-2003, quello del “miracolo” Sansovino, guidato dall’Eccellenza alla serie C2.

Quando l’anno successivo guida la Sangiovannese dalla serie C2 alla promozione in C1, sembra ormai che per il tecnico toscano siano spianate le strade verso il professionismo che conta, ma per quasi 10 anni, come Ulisse verso l’amata Itaca, patisce non poche peregrinazioni incarnate da dimissioni ed esoneri che si susseguono senza soluzione di continuità.

Il primo vero capolavoro lo compie ad Alessandria. riesce a portare i Grigi, che stanno per fallire, al terzo posto in Prima Divisione e per un pelo non ottiene la promozione. Finalmente la musica cambia davvero.

La gloria è dietro l’angolo per chi sappia crederci e tenere duro. Così, dopo la meravigliosa esperienza di Empoli, che porta in 3 anni nell’ordine a playoff di B, promozione in A e salvezza nel massimo campionato come squadra rivelazione, nel 2015 approda al Napoli, compagine dalle notevoli ambizioni che guida al secondo posto in campionato.

Il Napoli passa addirittura al giro di boa di gennaio in vetta alla classifica, evidenziando un gioco brillante, sempre propositivo, basato sul palleggio, sulla qualità dei suoi interpreti e che trova uno prodigioso finalizzatore in Gonzalo Higuain, capace di battere quell’anno lo storico record di segnature in serie A appartenuto a Gunnar Nordahl per ben 66 anni.

A questo punto nasce un nuovo fenomeno, quello del sarrismo, un gioco fatto di continui movimenti, alla ricerca dell’appoggio o per fornirlo, per smarcarsi, per inserirsi o favorire l’inserimento di un compagno, con pochissimi riferimenti forniti agli avversari.

Il “sarrismo” è un gioco sincronico perfetto, difesa alta, squadra corta, pressing non appena la palla entra in possesso della squadra avversaria, maniacale attenzione ai dettagli, allenamenti a porte chiuse con ripresa aerea degli stessi, schemi di gioco su palle inattive, persino su rimessa laterale, tanti schemi.

 

Sarri alla Sangiovannese.

 

A dispetto di quanto sia adesso, il calcio è stato in passato (dagli albori fino agli anni ‘50) uno sport basato su schemi ultra offensivi, che impiegavano un numero elevato di uomini nelle posizioni d’attacco, da 5 a 6 e di conseguenza un numero ridotto di interpreti in quelle più arretrate.

 

Al “Moccagatta” di Alessandria.

 

Il “metodo” uno schema primitivo, una sorta di 2-3-2-3 ed il “sistema”, rivisitazione del primo in chiave più “pragmatica” identificabile in un 3-2-2-3, furono gli schemi che la fecero da padroni nei primi decenni del calcio come lo conosciamo oggi.

Ai tempi del Sansovino.

 

È solo a partire dagli anni ’60 che cominciano a diffondersi, provenienti dal Sud America, i primi schemi che prevedano 4 difensori in linea, come il 4-2-4 brasiliano, alla base dei successivi e moderni 4-3-3 e 4-4-2. Lo stesso Grande Real, negli anni ’60, monopolizza il calcio con un 3-2-5 oggi impraticabile, ma con gente come Kopa, Puskás e Di Stéfano, non c’è impianto avversario che tenga.

Quello che è l’attuale gioco di Maurizio Sarri trova le fondamenta in un sistema calcistico divenuto celebre a partire dagli anni ’70 ad opera dell’olandese Rinus Michels, già preconfigurato in maniera meno sistematica dal suo connazionale Jack Reynolds negli anni ’20 e poi 40’.

 

Allenatore dell’Empoli: eccolo con Zeman.

 

Stiamo parlando del cosiddetto calcio totale, quello in cui tutti avrebbero partecipato sia alla manovra difensiva, sia a quella offensiva, dove lo stesso portiere avrebbe impostato l’azione e dove il pressing asfissiante ed il ricorso alla tattica del fuorigioco, sarebbero state due armi geniali quanto inedite.

Tale sistema fu ripreso praticamente in toto dal Milan di Arrigo Sacchi negli anni ’80, anch’esso vincente come poche altre squadre nella storia, ma costruito non solo sulla tattica quanto sulla qualità di alcuni dei suoi interpreti principali: Baresi, Costacurta, Maldini, Ancelotti, gli olandesi Gullit, Rijkaard e Van Basten.

 

Al “Bernabeu” con Zidane.

 

Altro stile di gioco vincente e divenuto celebre negli ultimi anni è il cosiddetto tiki-taka spagnolo, il cui profeta principale è stato Pep Guardiola con il Barcellona di Leo Messi, ripreso poi nelle esperienze vincenti della nazionale iberica sotto Luis Aragonés e Vicente del Bosque, che si sono trovati a gestire una vera e propria generazione di fenomeni.

Una tipologia di gioco la cui parte principale è caratterizzata da una fitta ragnatela di passaggi che conferiscono a chi pratichi con successo questo schema, percentuali di possesso palla elevatissime, questo stile si caratterizza anche per un pressing feroce perché alla sua base vi è un possesso palla quasi esclusivo che costringe la squadra avversaria a moltissima fatica per il recupero della sfera e la tiene lontana dalla propria porta.

 

In occasione del famoso alterco con Mancini. L’attuale Ct della Nazionale: “Mi ha dato del finocchio”.

 

Anche Sarri tenta di praticare questi principi e la parte più delicata, per il Napoli – come lo è stata per le squadre spagnole – è la fase difensiva, in quanto il sistema di gioco si basa su possesso palla, attacco, pressing e mal contempla l’essere attaccati.

Molte delle squadre più vincenti della storia del calcio italiano, soprattutto in serie A, hanno dimostrato che vincere uno scudetto presupponga grande equilibrio, se non miglior difesa quantomeno miglior differenza reti, sono pochi i casi infatti, soprattutto negli ultimi anni, in cui a trionfare sia la squadra col migliore attacco.

 

Con l’inseparabile sigaretta.

 

Questo perché In Italia la fa da padrona la tattica esasperata e la tendenza a non prendere gol piuttosto che quella a realizzarne, difese coriacee che applicano con squadre più forti sistematiche marcature ad uomo e puntuali ripartenze.

Non per niente noi italiani siamo passati alla storia per una delle tattiche più note e più disprezzate: il cosiddetto catenaccio. Tale tattica, che ha sancito i successi del mago Herrera negli anni ’60 e di Trapattoni negli anni ’80 e ’90, è caratterizzata da marcature a uomo, difese granitiche e ripartenze letali.

 

La staffetta con Antonio Conte  a “Stamford Bridge”.

 

Se il calcio di Sarri potrà diventare anche vincente è difficile a dirsi. Nel campionato che si è appena concluso, al Napoli ha però difettato nella gestione della rosa nella sua pienezza, che a certi livelli è fondamentale, e ha faticato a trovare i necessari accorgimenti affinché anche la sua fase difensiva fosse più pragmatica ed efficace.

 

Quando venne presentato come tecnico dell’Alessandria di Giorgio Veltroni. Nella foto si riconoscono anche il diesse Nario Cardini e il team manager Marcello Marcellini.

 

Ma quali sono i segreti di questo mister in tuta? Studio (anche 13 ore al giorno, a  detta sua, confermato dal nostro Marcello Marcellini, che ai tempi dei Grigi ha lavorato al suo fianco) e allenamenti maniacali.  Non mancano certo le stranezze: Maurizio è una persona scaramantica, basti pensare che, quando guidava il Pescara in  B, chiese a tutti i giocatori di indossare scarpe nere perché portavano fortuna. Si, portavano, perché poi, quando le cose hanno smesso di funzionare come si deve “nonostante il nero”, terminò anche quel rito propiziatorio.

 

Sul pullmann del Napoli con la sciarpa dei Grigi che gli regalò il tifoso Alessandro Marella al termine di una sfida a “Marassi” contro il Genoa.

 

C’è  un’altra caratteristica di Sarri: il non utilizzo dei Social (Twitter e compagnia). Lui, la comunicazione, la realizza a voce. Stiamo parlando di una persona alla “vecchia maniera” insomma, che ha mantenuto l’umiltà dell’impiegato e che è capace di inculcare la cultura del sacrifico all’interno di tutti gli ambienti calcistici in cui si trova. E i risultati si vedono, altroché.