Leggendo un bellissimo libro di Michele Dalai ho trovato questa splendida definizione: “Sono disposto ad ammettere che il calcio sia la cosa più seria tra le cose poco serie e la meno seria tra quelle serie, un limbo in cui si colloca appena sopra la teologia e l’astrologia e molto sotto la medicina e il bricolage. Ciò non toglie che il tifo e i suoi derivati siano una formidabile voce attiva per l’economia mondiale”. Ecco, a Bari questa voce attiva è ferma da diverso tempo. Negli ultimi dieci anni si è palesata soltanto in due stagioni, una e mezza per essere precisi. Quanti caffè vengono consumati, quante birre, quante copie di giornali illeggibili, quanti abbonamenti a televisioni satellitari, quante maglie di giocatori che solo dopo un anno vanno altrove e quindi verranno sostituite? Quindi, pur nella sua serena accettazione del calcio e della sua dimensione ludica, permettetemi di considerarlo un gioco importante, uno di quelli per cui vale la pena persino litigare o sprecare parole di fuoco. Senza eccedere. Stiamo pur sempre parlando di un gioco. Una settimana fa, dopo la sconfitta in casa contro il Verona, ho provato un senso di sconforto. Di quelli che, per carità, a guardare il Bari ti prendono spesso. Ma stavolta davvero ho avuto la percezione di una storia arrivata al culmine, nel peggiore dei modi. Con una squadra abbandonata, una Società e una città indifferenti a questo crollo.

 

L’Alcamo nella stagione 1976-’77, figurine “Panini”.

 

 

Eppure un tempo, a Bari, si sono viste anche partite e categorie peggiori. Ma c’era l’entusiasmo. E l’entusiasmo è tutto ciò che serve per passare una domenica allo stadio e farsela bastare, per essere felici. Nel 1977 non ero ancora nato, e il Bari giocava in serie C, quella che oggi qualche manager moderno e poco ispirato ha deciso di chiamare Lega Pro. Me ne fotto, non mi avranno. Per me si chiameranno sempre così: C1 e C2, le ultime due gare della schedina, quelle che sparavi a caso ed erano quasi sempre X. Quelle che ti mandavano a puttane il 13 perché succedeva sempre qualcosa di strano. Un giorno capirò anche perchè Tempio – Olbia si giocava almeno 10 volte all’anno. Sicuramente si trattava di una congiura indipendentista sarda. Ma torniamo a noi: il mio amico Leonardo mi racconta che, nonostante la categoria e l’infimo livello tecnico, lo Stadio della Vittoria era sempre pieno. Altri tempi, dirà qualcuno. Ma cosa esattamente ci rendeva così attaccati alla squadra, alla maglia, per andare a vedere una partita come Bari – Alcamo e riempire i distinti e le curve in ogni ordine di posto? Erano i tempi delle prime radiocronache di un giovanissimo Michele Salomone (a proposito, chiunque abbia trovato il suo tablet glielo renda, fatelo per la Bari), fatte con il walki- talkie e poi rigirate da qualche tecnico volenteroso da una cabina telefonica o da un telefono di un bar vicino allo stadio.

 

Bari, stadio della Vittoria, 29 maggio 1977. La formazione del Bari scesa in campo in occasione della sfida casalinga contro il Campobasso (0-0) valevole per la 36ª giornata del campionato italiano di Serie C 1976-’77, girone C, e che diede ai pugliesi la matematica certezza della promozione in Serie B. Da sinistra, in piedi: G. Ferioli, S. Boggia, S. Agresti, A. Maldera (II), M. Biloni, D. Penzo; accosciati: A. Frappampina, A. Sigarini (capitano), A. D’Angelo, P. P. Scarrone, A. Sciannimanico.

 

 

I tifosi usavano l’espressione andare al Campo (lo stadio era San Siro), i biglietti costavano 3000 lire e molte famiglie, dopo il lauto pasto domenicale a base di braciole di cavallo (altro che Buitoni e le sue tracce), si accomodavano in tribuna. Non c’erano le cancellate che dividevano le curve e quindi chi non riusciva ad occupare i posti centrali durante l’intervallo si spostava da una curva all’altra per vedere da vicino i gol del Bari. C’erano i venditori di Borghetti (una delle poche cose rimaste identiche, nel calcio) chi vendeva le ciungomme con lancio millimetrico, chi vendeva il parasole, che non era altro che un ritaglio di cartone a forma di boomerang con pinzato l’elastico, chi vendeva le bibite della Appia Drink Pack. Bibite contenute in involucri di alluminio a forma di piramide. La leggenda narra che si doveva forare questo involucro con la cannuccia per poi bere l’aranciata, il chinotto o la cola. La difficoltà consisteva nel forare quel maledetto e inespugnabile involucro tanto che molto spesso la bevanda diventava calda a furia di tentativi mancati. Spariranno dal mercato negli anni successivi, per la felicità della Tetrapak.

Ma torniamo alla partita. Il Bari, al terzo anno consecutivo di serie C girone meridionale, dopo un secondo posto nel 1975 ed un terzo nel 1976, allenata da Giacomo Losi, detto er core de Roma, veleggia in testa alla classifica a parecchi punti di distanza dalla seconda classificata. Parliamo nientepopodimenoche della Paganese. Ultimo anno del Prof. Angelo De Palo, presidente galantuomo, illustre ginecologo, scomparso nel ritiro del Bari durante l’estate successiva. In campo c’erano Ferioli in porta, Maldera II, fratello del giocatore del Milan Maldera III (una volta si usava distinguere i fratelli con il numero, ricordate la leggenda di Sentimenti IV?), Angioletto Frappampina, barese verace, forte terzino fluidificante, il rosso Punziano stopper e Consonni libero. A centrocampo Sigarini, Materazzi (futuro padre di Marco ed allenatore del Bari in due occasioni), l’altro Barese Sciannimanico e D’Angelo in regia. Con il numero 7  Scarrone, eccelso rigorista, e di punta Nico Penzo (capocannoniere con 16 goal ). Quest’ultimo si alternava con altri tre attaccanti della rosa: Asnicar che aveva sostituito a novembre Italo Florio idolo della tifoseria barese, noto per essersi seduto per protesta su un pallone qualche anno prima, Raffaele, altro prodotto del vivaio, e Biloni, un’ottima seconda punta, antesignano di Raducioiu, contestato dalla tifoseria barese per i tanti errori sotto rete, ma che assieme agli altri sarà comunque determinante ai fini della promozione.

 

 

Quella freddissima domenica del 16 gennaio, penultima di andata, si presenta a Bari una squadra del profondo sud della Sicilia che a me, laureato in lettere, ricorda una sola cosa: i versi di Cielo d’Alcamo. La cronaca narra che giocasse su un campo molto simile a quello del Di Cagno Abbrescia in giornata di gloria. Arriva a Bari da ultima in classifica e senza nemmeno tutti i giocatori in panchina. Pare fossero in tredici e non avessero neanche la maglia da trasferta, dimenticata in Sicilia. Cosa che obbliga il Bari a scendere in campo in divisa rossa. Si preannuncia la più classica delle vicuate (termine barese col quale si suole parlare di goleade). Ma succede che l’Alcamo, in maglia a righe bianconere, sembra la Juventus. Resiste con i suoi 11 eroi per un giorno agli attacchi di uno svogliato e infreddolito Bari, mostrando persino un bel calcio. Il primo tempo finisce 0 a 0 e Leo mi racconta che tra gli spettatori inizia a insinuarsi il pessimismo.

Arrivano, Arrivano – il sapientone di turno tranquillizza i distinti – a queste squadre basta farne uno e poi gli altri sono a seguire!

 

 

E invece non solo il gol non arriva, ma un certo Falce, all’inizio del secondo tempo, porta in vantaggio l’Alcamo. Per tutto il resto del tempo il Bari cerca di almeno pareggiare, ma gli attacchi diventano sempre più affannosi, mentre la squadra avversaria capisce che può uscire dal Della Vittoria con il bottino pieno. Niente da fare, il fortino è inespugnabile, la partita finisce 0 a 1. Gli ospiti festeggiano come se avessero espugnato il Bernabeu, i baresi escono a testa bassa, ma non ci sono fischi per loro. Il rito della domenica di festa continua. Anche in serie C. Anche dopo aver perso contro l’ultima in classifica. Anche se fa un freddo cane, che se stavamo a casa a guardare Domenica In era meglio. Ma chi ci crede. Per la cronaca il Bari, già matematicamente promosso, perderà per 2-1 anche al ritorno. Nonostante i quattro punti regalati (la mia mentalità post moderna stava per farmi dire 6) l’Alcamo retrocederà a causa della differenza reti. Saranno il Licata (con Zeman) e l’Acireale (di Papadopulo) a rappresentare la provincia siciliana negli anni a seguire.

 

Cristiano Carriero