Scorrendo a ritroso la carriera di Corrado Orrico, si scopre che è andato bene o benissimo solo in Toscana (Massese, Carrarese, Lucchese, Prato) o zone limitrofe (Sarzanese). A Udine, in A, ha retto poco: “Colpa mia. Ero immaturo, avevo un’ ottica sbagliata nei confronti delle cose, prendevo di petto tutte le situazioni. E la squadra era pure debole, ma fondamentalmente la colpa è stata mia”. A Vicenza non ha nemmeno iniziato il campionato: “ Lì sono stato lungimirante e me ne vanto. C’ era il presidente, Farina, che mi vendeva i giocatori di notte”. A Brescia non ha finito il campionato: “Col presidente Baribbi avevamo fatto una squadra da promozione in B. Ero convinto di vincere ,le cose andavano meno bene, ho avuto un crollo nervoso, mi è sembrato giusto dimettermi. La squadra è poi salita con Pasinato”. All’Inter sappiamo com’è andata,  così pure anche com’è andata ad Alessandria.

Simonetta OrricoSi è sempre sentito parlare molto bene del gioco della Lucchese di Orrico. “Giusto, noi e il Foggia giocavamo il miglior calcio della B, solo che loro erano più forti e non avevano avuto tutti i nostri problemi. Tre dei giocatori migliori, Donatelli, Monaco e Simonetta, sono stati fermi molti mesi. Senza questi incidenti, la A sarebbe stata sicura”.

Parla con proprietà e sicurezza, Orrico. Sicuro di sè lo è senz’ altro, qualcuno lo giudica presuntuoso. A me è parso deciso e preciso.

 

 

In Corrado Orrico, anagrammando, si trova due volte corro e una volta dai, che è un incitamento. Il bisnonno era brasiliano. “Il nonno veniva da una zona dov’ è diffuso il cognome, bassa Campania o alta Calabria. Faceva lo stagnino e alla mia famiglia è rimasto il soprannome di Magnani. Mio padre era disegnatore tecnico, poi ha aperto un negozio di scarpe. Io ho giocato da mezzala a Massa, Carrara e Sarzana ma ho smesso a 26 anni. Ho studiato fino alla quarta geometri, poi mi ero stufato. Ero una mezzala né troppo di corsa né troppo di cervello, a 20 anni mi ero rotto tibia e perone, non sono mai guarito perfettamente come calciatore ma già, in un certo senso, facevo l’allenatore in campo. Ho sempre avuto questa passione, i preti direbbero vocazione. I nostri allenatori, allora, erano fior di galantuomini, ma non s’ imparava nulla: allenamenti primitivi, ignorata tutta la parte tattica. E io pensavo alla Honved, alla folgorazione della Honved sui primi teleschermi lattiginosi. Questa Honved, del ‘ 56 o giù di lì, rimane il mio modello. Certo, poi ci sono state altre cose interessanti: l’ Inter di Herrera e l’ Ajax di Kovacs e Michels, nel senso che hanno detto e ribadito che la velocità nel calcio è essenziale. Ma non vorrei dimenticare il Milan di Gipo Viani: aveva un libero di costruzione come Maldini, elegante,  maldinate a parte, e due terzini come David e Radice, gente che veniva dal centrocampo, altri due costruttori. E oggi? Oggi, la prima cosa che mi dà un grande fastidio è sentir dire che nel calcio non si può più inventare nulla. È qualunquismo puro. E invece ogni adattamento è una sorta di invenzione, ogni variante al modulo è una crescita. Il vero laboratorio in Italia è la serie C, in parte la B: qui la zona avanza, qui forse l’ allenatore ha più voce. Io penso che in A la formazione nasca da un compromesso fra le opinioni del tecnico e quelle dei giocatori di maggior prestigio. Mi dispiace che proprio in A, dove ad ogni idea, giusta o sbagliata, corrisponde più risonanza, continui a crescere l’ idea del massimo profitto col minimo sforzo. Noi tecnici dovremmo educare i giocatori, ma siamo spesso come giocatori invecchiati, ragioniamo come loro, con gli stessi difetti. Dov’ è lo studio, dov’ è che li aiutiamo a migliorare?”.

Orrico (2)

Ma Orrico cos’ ha studiato?

“A 22 anni ero già abbonato a riviste di medicina sportiva, a quelle delle Fidal, penso di essere stato il primo a sperimentare l’ interval training nel calcio, e poi quando ho smesso di giocare ho curato altri sport, ho aperto una palestra a Massa, sono cintura marrone di karate, poi l’ ho chiusa e sul calcio ho puntato molto. Non tutto. Perché a volte mi sono vergognati di essere un allenatore di calcio e non capisco tutte le discussioni filosofiche sugli schemi, quand’ è ormai chiaro che non esiste il modulo vincente, ma è vincente l’ organizzazione del modulo. Guardi, io passo per zonista, ma mica sempre ho giocato a zona. A Lucca sìì, perché avevo gli uomini giusti. Ma ho giocato anche a uomo, o a zona mista. La mia squadra ideale è quella che sa fare tutto. Nel calcio si può fare, disfare, inventare, basta averne voglia. E basta che ci sia la disponibilità dei giovanotti”.

Singolare modo di chiamare i giocatori. “È un toscanismo, mi piace. E poi come dovrei chiamarli, ragazzi? Ma se qualcuno ha trent’ anni e qualcuno pesa ottanta chili, via, non sopporto. Come non ho mai sopportato il pullman, i ritiri, la sacralità della domenica con tutte quelle facce smunte attaccate al telefonino, così io la spezzavo con un bell’ allenamentino. Forse per certe cose non sono mai stato da serie A, mi piaceva stare in tuta e non ho mai trovato una persona che mi spiegasse, ma sul serio, a cosa serve una cravatta. E non mi piacerebbe essere chiamato alle 6 da un presidente che vuole spiegazioni, non sono il cagnetto che porta il giornale in bocca, le spiegazioni le fornisco in sede. Tra l’ altro, mi sveglio regolarmente alle 5, una questione di principio”.

 

 

 

 

Pensa di aver fatto un bel mestiere?

“Ho fatto il mestiere che volevo fare. E lo soffrivo. Perché ogni domenica non mi giocavo l’ 1X2, ma le idee, il prestigio, la faccia, il sangue, il cuore, l’ anima e le palle. E poi sapevo di essere in minoranza in un mondo che continua a dire che solo i risultati contano. E la convenienza, i soldi. Io non ci sto, ci dev’ essere un’ altra strada. Nel calcio non ci sono più regole, valori, princìpi. Ancora un po’ e si chiude. Si può cercare il risultato con una cultura diversa: il lavoro lo citano tutti, ma mettiamoci anche le idee, l’ impegno, l’ ingegno, la lotta contro i luoghi comuni. Io ho le mie idee”.

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