Ci sono volti che ti restano dentro, che niente e nessuno possono sradicare dall’anima di un tifoso verace. Gigi Piras, negli anni Ottanta, è stato il simbolo di un Cagliari che non ti aspetti, dopo la crisi della Sir di Rovelli, della Grande Industria, dopo la fine del sogno rossoblù di stare appresso a Juventus, Inter e Milan sino alla fine del mondo.
La carriera in panchina, invece, non è mai decollata come lo spessore del personaggio avrebbe meritato. Da quando ha appeso le scarpette al chiodo, manda avanti assieme ai suoi fratelli nella zona industriale di Settimo. Maglie, palloni, adesivi, gadget, striscioni e bandiere
Ci ha raccontato il suo passato, i suoi gol e qualche aneddoto, che non manca dopo una vita passata a correre dietro un pallone.

Cagliari nel cuore. È inutile negarlo: Gigi Piras è stato un idolo dei tifosi, l’ultima bandiera rossoblù. In Sardegna e non solo. Parlare dei gol del capitano, che nel suo piccolo ha onorato la maglia dell’irraggiungibile Riva, mette ancora oggi di buon umore gli emigrati a Torino, Milano, Monza, Genova. Proprio a loro, Gigi Piras ha fatto l’ultimo regalo di una carriera che avrebbe potuto essere ancora più splendente. Torino, stadio Comunale, anno 1987: quarti di finale di Coppa Italia. «Eravamo praticamente retrocessi in serie C1, ma in Coppa avevamo fatto strada. Tra noi e la semifinale contro il Napoli di Maradona c’era di mezzo soltanto la Juventus. All’andata, in un Sant’Elia gremito da cinquantamila spettatori, era finita uno a uno grazie a un gol del nostro terzino, Marco Marchi. Al ritorno, contro Tacconi, Boniek e Platini, ci davano per spacciati senza troppi giri di parole. Invece la Juve di Marchesi non ci mise paura. Andò in vantaggio, pareggiammo con Bergamaschi. Poi segnarono di nuovo loro e io, che quel giorno ero nero perché volevo esserci, perché non potevo perdere l’occasione di giocare un’ultima volta contro la Juve e perché Giagnoni preferì tenermi in panchina, non vedevo l’ora di tornare negli spogliatoi. A venti minuti dal termine della partita l’allenatore mi disse di scaldarmi: la gente, in curva, appena mi vide iniziare gli esercizi di riscaldamento, esplose un boato che diventò assordante al mio ingresso in campo. Quel giorno non potevo non segnare: toccai tre palloni, tirai una volta in porta. Ma bastò: quel tiro, sporco, ciabattato, rabbioso, mandò in visibilio i nostri tifosi, quasi diecimila. Ricordo la gioia che provai nel correre verso la curva dei sardi, l’esultanza spontanea, l’urlo liberatorio della gente che per una notte avevamo fatto sentire più forte dei campionissimi bianconeri. La mia carriera nel Cagliari, di fatto, finisce quel giorno». In realtà, sempre quell’anno, qualche partita dopo, il 17 maggio, un suo gol al Genoa tenne la squadra in corsa per la salvezza: «Eravamo sotto di due gol in casa con i Grifoni», dice Piras. «Giagnoni si arrabbiò tantissimo perché la squadra non reagiva: lasciò la panchina tra lo stupore generale. Subito dopo segnò Valentini, poi pareggiai io. In C andammo lo stesso, ma con l’onore delle armi. Quell’anno eravamo partiti con cinque punti di penalizzazione per la presunta combine di Perugia, due stagioni prima. Un’annata storta, avrei voluto chiudere con un successo la mia esperienza in rossoblù». L’ultimo gol di Gigi Piras con la maglia del Cagliari è datato 7 giugno 1987: Cagliari-Pisa 2-1. Il secondo gol lo segnò Pecoraro, che poi diventò una bandiera ad Ancona.

 

 

La carriera. Classe 1954, Gigi Piras muove i primi calci nell’oratorio Don Orione. A quindici anni è titolare nel Selargius, poi la chiamata del Cagliari: «Mi volle Mario Tiddia, nelle giovanili. Con lui, nel 1979, ho ottenuto la promozione in serie A». Da allora la maglia rossoblù gli è restata incollata sulla pelle: «Occasioni per andare via ne ho avuto tante: mi hanno cercato, e in alcuni casi era praticamente fatta, la Sampdoria, il Genoa, il Napoli, il Catania e l’Ancona. Ma, alla fine, dopo quasi vent’anni nel giro del Cagliari, non sono mai riuscito ad andare via. È sempre stato più forte di me, anche davanti a offerte molto convenienti».

 

 

I campionati con Virdis e Selvaggi. Verso la fine degli anni Settanta Gigi Piras forma con Virdis il duo d’attacco più forte della serie B. Nel campionato 1976-’77 segnano in due ventotto reti: è l’epoca in cui furoreggia il duo Pulici-Graziani nel Toro dei miracoli. Virdis finirà alla Juve, Piras giocherà un’altra decina d’anni per il Cagliari.

 

 

 

I “gemelli” sardi si ritroveranno in rossoblù, e in serie A, nel campionato 1980-’81, quello del sesto posto con Tiddia. A completare il tridente c’è Selvaggi, acquistato dal Taranto. «Due grandi giocatori, che accanto a me hanno segnato tanti gol», dice Gigi Piras. «Virdis è stato discusso fin troppo, qualcuno diceva che non era adatto per un grosso club: ha sempre segnato gol a grappoli ed è stato capocannoniere nel Milan campione d’Italia guidato da Arrigo Sacchi». E Selvaggi? «Sarebbe stato un fuoriclasse, non solo un campione, se oltre alla classe avesse avuto meno paura nei contrasti. Non ha fatto parte della Nazionale campione del Mondo nel 1982 per caso».

Uribe e la fatale. Ascoli. L’avventura in serie A dell’attaccante di Selargius finisce a un anno dalla conclusione della presidenza Amarugi. «Andammo fortissimo nel girone di ritorno, avevamo Uribe, talento peruviano, ma anche Malizia e Vavassori. Ad Ascoli, contro i bianconeri di Mazzone, perdemmo l’ultima di campionato, dopo aver dilapidato un considerevole vantaggio sulle concorrenti per la salvezza. Quel Cagliari è stata l’unica squadra che, nei campionati a sedici squadre, è retrocessa con 26 punti. È stato il momento più brutto della mia carriera».

Il gol più esaltante. Gigi Piras ha fatto gol a tutti i più grandi portieri del suo tempo. Leggende come Zoff («sono riuscito a segnargli due reti nel mio ultimo campionato in A»), Castellini il Giaguaro , Galli, Tancredi, Bordon. Proprio a quest’ultimo, portiere dell’Inter, il 14 gennaio del 1982, segnò due reti a San Siro: «Lo stadio più emozionante per un giocatore», dice il bomber. «Ricordo con gioia quel giorno perché al Meazza avevano appena sistemato i tabelloni luminosi: vedere il mio nome lampeggiare nella Scala del calcio fu un’emozione unica». Anche perché era un Cagliari dai nomi strani: Lamagni, Azzali, Longobucco, Quagliozzi. Operai del pallone e «vere bandiere del Cagliari». Il gol più strano? «L’ho segnato a Zinetti, quando giocava in B nel Bologna, al Sant’Elia. Spinsi il pallone in rete di basso ventre: un giornale mi ribattezzò il Pube de Oro».

 

 

Il suo calcio. I miliardi, negli anni Settanta e Ottanta, non erano ancora il carburante del calcio. «L’ingaggio più alto che ho percepito con il Cagliari è stato di 110 milioni. Per carità, all’epoca era una cifra discreta, anche considerando che il presidente del Catania, Massimino, è arrivato a offrirmi il doppio. Ma oggi avrei senz’altro guadagnato di più». Il calcio non è più quello d’una volta. E non è, in questo caso, una frase fatta: «Senza guardare al calcio dei miliardi, nei campionati dilettantistici c’è gente che cambia squadra perché certi presidenti offrono ingaggi da quaranta milioni. Oggi il pallone e tutto ciò che ruota attorno ad esso è un’industria».

 

Mario Bocchio