
Nel mondo del calcio, ci sono storie di gloria e trionfo, ma anche racconti di dolore e tragedia. Una di queste è la vicenda di Mirko Šarić, giovane promessa del calcio argentino, la cui carriera e vita furono tragicamente interrotte dalla depressione. La sua è una storia di sogni, aspettative, sfortuna e un dolore che nessuno riuscì a curare.
Nato il 6 giugno 1978 a Buenos Aires, a Flores, in un quartiere popolare dove il calcio era più di una passione, Mirko Šarić, di chiare origini croate, crebbe con il pallone tra i piedi. Fin da bambino dimostrò un talento fuori dal comune: il suo tocco di palla elegante, la sua visione di gioco e la sua intelligenza tattica lo resero un predestinato.


Mirko Šarić con la maglia del San Lorenzo
Entrò giovanissimo nel settore giovanile del San Lorenzo, una delle squadre più prestigiose dell’Argentina. Per lui giocare con quella maglia non era solo un onore, era un sogno d’infanzia che si realizzava. I tifosi lo amavano già dalle prime apparizioni nelle giovanili, dove il suo talento cristallino lo rese un punto di riferimento per i compagni.
Esordì in prima squadra nel 1996, quando aveva appena 18 anni, e si guadagnò subito la fiducia dell’allenatore. La sua capacità di giocare sia come centrocampista centrale che trequartista lo rendeva un giocatore duttile, capace di adattarsi a diverse situazioni di gioco. Alcuni lo paragonavano a Redondo per eleganza e visione, altri vedevano in lui un nuovo talento pronto a spiccare il volo verso l’Europa. Il Real Madrid non nascose il suo interessamento.

Ma il destino aveva in serbo per lui un cammino più difficile. Prima una dolorosa vicenda sentimentale, nata durante una tournée di Šarić in Giappone con l’Argentina: al ritorno la fidanzata gli diede la notizia di essere incinta, ma più avanti scoprì che lui non era il padre, visto che era stata una gravidanza frutto di un tradimento.
Nel 1998, quando la sua carriera sembrava sul punto di decollare definitivamente, subì un grave infortunio al ginocchio. Un colpo devastante per un giovane calciatore, soprattutto per uno come lui, abituato a danzare sul pallone con leggerezza e grazia. Crebbero le insicurezze.

Le lunghe giornate trascorse lontano dal campo e dagli applausi, lo segnarono profondamente. Mirko era un ragazzo sensibile, riflessivo, con un’anima gentile. Ma nel mondo del calcio, spesso crudele e impietoso, la fragilità non trova posto. La paura di non tornare più lo stesso giocatore iniziò a tormentarlo, e con essa emerse il fantasma della depressione.
Nel 1999, la sua situazione si fece ancora più difficile. La delusione per un amore finito male fu il colpo di grazia per un’anima già ferita. I giornali dell’epoca parlarono di una relazione interrotta all’improvviso, di un dolore che si aggiungeva a quello fisico.

Mirko si chiuse sempre più in sé stesso. Gli amici raccontano di uno sguardo spento, di un sorriso che si spegneva giorno dopo giorno. I compagni di squadra cercavano di incoraggiarlo, ma nessuno riusciva a toccare davvero il cuore del suo dolore.
In un’intervista di quei mesi, un compagno del San Lorenzo disse: “Era un ragazzo d’oro, sempre pronto a dare una mano. Ma negli ultimi tempi sembrava distante, come se avesse un peso enorme sulle spalle. Noi provavamo a tirarlo su, ma era difficile”.

Il giorno prima dell’insano gesto, andò dall’allenatore che per lui era come un secondo padre, Oscar Ruggeri, e gli disse chiaramente che non riusciva più a trovare un senso alla vita e che giocare a calcio in quel momento gli era impossibile. Ruggeri non ebbe il tempo di correre ai ripari, pur avendo intuito che stava per succedere qualcosa di grave.
Il 4 aprile del 2000, Mirko Šarić fu trovato senza vita dalla mamma nella sua camera, nella casa dei genitori dove era ritornato a vivere. Aveva solo 21 anni. La notizia fu un fulmine a ciel sereno per il mondo del calcio. Nessuno voleva credere che quel ragazzo talentuoso, amato da tutti, avesse deciso di arrendersi.

I tifosi del San Lorenzo si riversarono per le strade, lasciando fiori e messaggi davanti alla sede del club. “Non ti dimenticheremo mai”, recitavano alcuni striscioni. Il dolore era palpabile, la sensazione di aver perso un talento, ma soprattutto un giovane uomo, era insopportabile.
La sua tragica fine accese i riflettori su un tema fino ad allora poco discusso nel calcio: la salute mentale. Si iniziò a parlare della pressione che i giovani calciatori subiscono, delle difficoltà di affrontare le aspettative, degli infortuni che non sono solo fisici ma anche psicologici. Mirko Šarić divenne il simbolo di una fragilità troppo spesso ignorata.
Ancora oggi, il suo nome riecheggia tra i tifosi del San Lorenzo e tra coloro che hanno a cuore le storie di chi non ce l’ha fatta. Il suo talento non verrà mai dimenticato, così come la sua umanità. Il suo numero, la sua maglia, il suo ricordo restano un monito: dietro ogni calciatore c’è un uomo, con le sue paure, le sue emozioni, i suoi dolori.
Mirko Šarić avrebbe potuto avere una carriera straordinaria, ma la vita gli ha riservato un destino crudele. Il suo addio ha lasciato un vuoto incolmabile, ma anche una lezione che il mondo del calcio non dovrebbe mai dimenticare.
Mario Bocchio