Quando il calcio sfidò l’Irlanda degli anni Cinquanta
Ago 26, 2026

Dublino, 19 ottobre 1955: la partita tra Irlanda e Jugoslavia diventò il teatro di uno scontro tra fede, anticomunismo, istituzioni e passione popolare. Ma più che una rivolta contro la Chiesa, fu soprattutto la vittoria del calcio come cultura popolare

Il 19 ottobre 1955, a Dalymount Park, non si giocava soltanto una partita di calcio. Irlanda e Jugoslavia si affrontavano in un’amichevole destinata a entrare nella memoria sportiva e sociale del Paese. Dietro quei novanta minuti si nascondeva infatti un conflitto che attraversava l’Irlanda: da una parte l’establishment cattolico e politico, dall’altra il mondo del calcio, soprattutto quello popolare di Dublino.

Le proteste in Irlanda contro i regimi comunisti dell’Europa dell’Est, in particolare per la persecuzione nei confronti dell’arcivescovo cattolico ungherese József Mindszenty

La presenza della Jugoslavia comunista aveva provocato forti reazioni. L’arcivescovo di Dublino John Charles McQuaid aveva chiesto di annullare l’incontro, richiamando la persecuzione della Chiesa cattolica nei Paesi dell’Est. La sua posizione trovò sostegno in ambienti governativi, organizzazioni cattoliche e settori dell’amministrazione pubblica. Anche la radio nazionale rinunciò alla radiocronaca dopo il ritiro del commentatore Phil Greene.

Il caso affondava le radici nella vicenda di Aloysius Stepinac, arcivescovo di Zagabria, arrestato e condannato dalle autorità jugoslave nel 1946. In Irlanda la sua figura era diventata un simbolo della persecuzione religiosa comunista. Negli anni successivi, manifestazioni, celebrazioni religiose e prese di posizione politiche avevano consolidato un vasto fronte anticomunista.

L’arcivescovo Stepinac processato dal regime di Tito

Già nel 1952 la Football Association of Ireland aveva evitato di affrontare la Jugoslavia, dopo aver consultato McQuaid. Tre anni più tardi, però, la situazione era cambiata. La FAI riteneva necessario confrontarsi con le migliori nazionali europee e non poteva ignorare una squadra considerata tra le più forti del mondo.

Il 15 ottobre, in una riunione straordinaria, la FAI decise quindi di confermare la partita. Il presidente S.R. Prole sostenne che si trattava di una questione esclusivamente sportiva. Altri dirigenti sottolinearono un principio ancora più semplice: non si poteva chiedere a calciatori e dirigenti di essere giudicati in base alla loro politica o alla loro religione.

L’arcivescovo di Dublino John Charles McQuaid

Il governo, pur concedendo i visti alla delegazione jugoslava, prese le distanze dall’incontro. Il presidente della Repubblica cancellò la propria presenza, i ministri disertarono lo stadio, la banda dell’esercito non suonò gli inni e la radiocronaca venne cancellata.

L’arrivo della Jugoslavia a Dublino

Eppure il calcio ebbe la meglio. A Dalymount Park arrivarono oltre 21.000 spettatori. Non furono protagonisti di una manifestazione politica organizzata, ma soprattutto tifosi desiderosi di vedere una grande squadra internazionale. La Jugoslavia era infatti una delle formazioni più spettacolari dell’epoca e poteva contare su giocatori come Vukas e Boškov.

L’allenamento degli jugoslavi il giorno prima della partita

Quando le squadre entrarono in campo, il pubblico applaudì entrambe. Gli inni furono eseguiti attraverso l’impianto di diffusione dello stadio e, nonostante le tensioni dei giorni precedenti, non si verificarono incidenti significativi.

Poi arrivò il calcio. La Jugoslavia dominò l’incontro e vinse 4-1. Milutinović realizzò una tripletta, mentre l’unico gol irlandese fu segnato da Arthur Fitzsimons. Alla fine, però, il pubblico riservò agli ospiti una lunga ovazione.

Era forse questo il dato più significativo della giornata. Il pubblico non aveva trasformato Dalymount Park in un’arena politica: aveva semplicemente fatto quello che aveva sempre fatto. Era andato a vedere una partita.

Le proteste fuori da Dalymount Park

La vicenda, dunque, racconta qualcosa di più complesso di una semplice sfida tra cattolicesimo e comunismo. L’Irlanda degli anni Cinquanta era profondamente cattolica e fortemente anticomunista, ma il calcio rappresentava una delle principali espressioni della cultura popolare urbana. Il pubblico di Dublino voleva vedere i migliori giocatori europei e non intendeva rinunciare a quell’occasione.

Un’immagine della partita

La partita ebbe anche un costo economico per la FAI, perché l’affluenza fu inferiore rispetto a quella abituale per una nazionale di alto livello. Ma sul piano simbolico il risultato fu importante: la partita si giocò, la Jugoslavia scese in campo e il pubblico la applaudì.

Dopo l’incontro, il dirigente jugoslavo Rato Dugonjić ringraziò gli irlandesi per l’accoglienza, auspicando che quella giornata potesse rappresentare l’inizio di una migliore comprensione tra i due Paesi.

Così sulla stampa irlandese dell’epoca

Per molti anni l’episodio è stato interpretato come una ribellione popolare contro l’arcivescovo McQuaid. In realtà, la storia sembra raccontare qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più significativo: quel giorno a Dalymount Park il protagonista fu il calcio.

Un calcio capace, almeno per novanta minuti, di attraversare una frontiera ideologica, religiosa e politica. E di ricordare a un Paese intero che, qualche volta, una partita può diventare anche una piccola lezione di libertà.

Mario Bocchio

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