Kevin Keegan, il leone dai capelli al vento
Lug 21, 2026

Con lui se ne va un’altra pagina del calcio che ci ha insegnato a sognare

Ogni volta che scompare uno dei grandi protagonisti degli anni Settanta sembra svanire un frammento della nostra giovinezza. La morte di Kevin Keegan, spentosi a 75 anni dopo una lunga malattia, non rappresenta soltanto la perdita di uno dei più straordinari calciatori inglesi di sempre: è il congedo da un’epoca irripetibile, quando i campioni erano molto più di semplici atleti. Erano simboli, ribelli dal volto pulito, con i capelli lunghi mossi dal vento, idoli capaci di alimentare l’immaginazione di milioni di ragazzi.

Per chi è cresciuto in quegli anni, Keegan non era soltanto un attaccante. Era il volto di un calcio romantico, distante, quasi irraggiungibile. L’Inghilterra calcistica arrivava in Italia soltanto attraverso pochi fotogrammi, qualche servizio televisivo, le riviste specializzate e i racconti dei giornalisti. Non esistevano internet, i social o le televisioni satellitari. Quel mondo sembrava appartenere a un’altra dimensione e forse proprio per questo esercitava un fascino irresistibile.

Keegan (a sinistra) e Ray Clemence festeggiano la vittoria del Liverpool nella Coppa dei Campioni 1976-’77

Kevin Keegan incarnava alla perfezione quello spirito. Non aveva il fisico imponente del centravanti tradizionale, ma compensava con una generosità inesauribile, una straordinaria elevazione, velocità, coraggio e una fame agonistica che lo rendevano irresistibile. Ogni pallone era una sfida, ogni partita un’avventura da vivere fino all’ultimo respiro.

La sua leggenda nasce ad Anfield Road, dove dal 1971 al 1977 divenne uno degli uomini simbolo del Liverpool più vincente della storia. Con la maglia dei Reds collezionò oltre trecento presenze e cento reti, contribuendo a costruire una squadra destinata a dominare il calcio europeo. Arrivarono tre campionati inglesi, due Coppe UEFA, una Coppa d’Inghilterra, una Supercoppa nazionale e soprattutto la Coppa dei Campioni conquistata nel 1977 a Roma contro il Borussia Mönchengladbach, proprio nell’anno del suo addio.

Accanto al gigante gallese John Toshack formò una delle coppie offensive più celebri del calcio britannico. Due attaccanti profondamente diversi, ma perfettamente complementari, capaci di esaltarsi a vicenda e di entrare definitivamente nella storia del Liverpool.

Con l’Amburgo

Quando nell’estate del 1977 decise di trasferirsi all’Amburgo, la scelta sorprese l’intero panorama calcistico europeo. Lasciare il Liverpool nel pieno della carriera per affrontare l’avventura in Bundesliga appariva un salto nel buio. Invece fu l’inizio di un’altra pagina memorabile. In Germania divenne immediatamente il punto di riferimento della squadra, conquistò il titolo nazionale e si impose definitivamente sulla scena internazionale, ricevendo il Pallone d’Oro per due anni consecutivi, nel 1978 e nel 1979. Due riconoscimenti che certificavano il suo status di fuoriclasse assoluto.

Il destino gli negò però le grandi soddisfazioni con la nazionale inglese. Indossò la maglia dei Tre Leoni in 63 occasioni, realizzando 21 reti, ma appartenne a una generazione che vide sfumare più volte la qualificazione ai grandi appuntamenti internazionali. I Mondiali del 1974 e del 1978 rimasero soltanto un sogno, così come l’Europeo del 1976. Soltanto nel 1980 riuscì finalmente a disputare una fase finale continentale, seguita due anni dopo dal Mondiale di Spagna, senza però riuscire a lasciare il segno come aveva fatto con i club.

Anche gli italiani impararono a conoscerlo da vicino. Indimenticabile resta il gol segnato a Wembley contro la Nazionale di Enzo Bearzot nel 1977, un colpo di testa che mise in mostra tutte le sue qualità: tempismo, elevazione e quella capacità quasi naturale di trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto.

Con quella indimenticabile maglia dell’Inghilterra

Kevin Keegan apparteneva a una generazione irripetibile. Quella dei grandi numeri sette, delle maglie senza sponsor invasivi, degli stadi avvolti nella nebbia, dei campi pesanti e delle sfide combattute fino all’ultimo minuto. Un calcio meno perfetto dal punto di vista tattico, ma infinitamente più spontaneo, autentico e capace di entrare nel cuore della gente.

Con la sua scomparsa non si chiude soltanto la storia di un campione. Si affievolisce un’altra luce di quel calcio che ha accompagnato l’adolescenza di milioni di appassionati, quando bastava una fotografia, una figurina Panini o qualche immagine trasmessa dalla televisione per costruire un mito destinato a durare tutta la vita.

Oggi Kevin Keegan raggiunge idealmente tanti altri protagonisti di quella stagione straordinaria del calcio mondiale. Restano le immagini dei suoi scatti, il sorriso, la chioma che svolazzava durante le corse verso la porta e quella grinta che trasformava ogni partita in uno spettacolo. Resta soprattutto il ricordo di un campione che non appartiene soltanto alla storia del calcio inglese, ma alla memoria sentimentale di un’intera generazione che, grazie a uomini come lui, ha imparato prima di tutto a sognare.

Mario Bocchio

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