
Non cercò mai i riflettori né le copertine. Preferì le città di mare, le domeniche di provincia e il calore della gente. Così un ragazzo romagnolo divenne il simbolo di un calcio che oggi sembra appartenere a un’altra epoca
Nel grande romanzo del calcio italiano, Igor Protti occupa un capitolo particolare. Non quello riservato ai fenomeni celebrati in tutto il mondo, né quello dei campioni circondati da lusso e notorietà. La sua è la storia di un uomo che costruì ogni traguardo un gradino alla volta, senza scorciatoie, con la testardaggine tipica della gente cresciuta dove il lavoro vale più delle parole.
La sua geografia sentimentale comincia in Romagna. Terra di mare, vento e laboriosità. Qui il pallone rappresenta un sogno, ma nessuno dimentica che prima vengono il sacrificio e il dovere. Sono principi che il giovane Igor assorbe in famiglia e che diventeranno il filo conduttore della sua esistenza.

Quando inizia a rincorrere un pallone nei campetti della sua zona, nessuno immagina che quel ragazzo magro e ostinato possa un giorno arrivare ai vertici del calcio italiano. Non possiede il fisico del centravanti dominante né l’aura del predestinato. Ha però una qualità che spesso sfugge agli osservatori: la capacità di non arrendersi mai.
Le prime esperienze tra i professionisti non sono accompagnate da applausi unanimi. Anzi. Più di qualcuno ritiene che il suo orizzonte debba fermarsi alle categorie inferiori. È il destino di tanti ragazzi della provincia: dover dimostrare ogni giorno di meritare un posto che altri ricevono per diritto di nascita calcistica.
Protti sceglie di rispondere nel modo più semplice possibile: segnando.
Le sue tappe non attraversano i salotti del calcio, ma città dove il pallone è ancora un affare di popolo. Livorno, Messina, Bari. Luoghi in cui i tifosi non chiedono perfezione, ma appartenenza. Ed è proprio qui che Igor trova il proprio habitat naturale.
A Messina diventa un attaccante affidabile. A Bari si trasforma in un trascinatore. I gol si moltiplicano stagione dopo stagione, fino a renderlo uno dei centravanti più temuti del campionato. Il culmine arriva a metà degli anni Novanta, quando riesce addirittura a imporsi come miglior marcatore della Serie A. Un’impresa straordinaria per un calciatore arrivato ai massimi livelli senza il sostegno delle grandi etichette.
Eppure la sua storia non coincide mai con quella dei club più potenti. Quando assaggia l’ambiente delle grandi piazze, sembra quasi che qualcosa si inceppi. Non perché manchino le qualità, ma perché Protti appartiene a un altro mondo. Il suo calcio vive di spontaneità, emozione e rapporto diretto con la gente.

Per questo il richiamo di Livorno finisce per essere irresistibile. Quando torna in amaranto, la squadra naviga lontano dai palcoscenici più prestigiosi. Molti pensano che sia la scelta romantica di un giocatore nella fase finale della carriera. Si sbagliano. È l’inizio della seconda vita calcistica di Protti.
Gli anni che seguono hanno il sapore delle favole sportive. Arrivano promozioni, reti decisive e un entusiasmo che contagia un’intera città. Mentre il tempo passa, lui continua a trovare la porta con una naturalezza sorprendente. Gli avversari invecchiano, i compagni cambiano, ma il suo fiuto rimane intatto.
Quando Livorno riconquista la Serie A dopo decenni di assenza, il volto della rinascita è il suo. Non rappresenta soltanto il capitano o il bomber. Diventa il simbolo di una comunità che si riconosce nei suoi valori: umiltà, determinazione e orgoglio.
L’ultima parte della sua carriera assomiglia a un lungo abbraccio tra un calciatore e la sua gente. Non servono trofei internazionali o contratti milionari per entrare nella storia. A volte basta incarnare lo spirito di una città.

Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, Protti rimane fedele a sé stesso. Nessuna trasformazione in personaggio televisivo, nessuna ricerca spasmodica di visibilità. Continua a vivere con discrezione, dedicandosi ai propri progetti e mantenendo quel rapporto autentico con le persone che lo avevano sempre apprezzato.
Anche nei momenti più difficili mostra la stessa forza tranquilla che aveva esibito sul campo. Affronta la sofferenza senza perdere la propria umanità, ricevendo in cambio un’enorme ondata di affetto da parte di tifosi di ogni colore.
Forse è proprio questa l’eredità più importante lasciata da Igor Protti. Aver ricordato che il calcio non appartiene soltanto alle stelle e ai grandi palcoscenici. Appartiene anche ai quartieri, ai porti, alle province, alle persone comuni.
In un’epoca che corre veloce, lui è rimasto fedele a un’idea semplice: il pallone ha senso soltanto se riesce a unire le persone.
Mario Bocchio
