Il Feola di Guarene
Giu 5, 2026

Quando il calcio di paese aveva il suo stregone buono: linimenti, pozioni e campanili negli anni in cui nessuno voleva perdere

C’era un tempo in cui nei paesi non servivano i cognomi. Bastava lo stranòm. Una parola secca, precisa, che ti si appiccicava addosso per tutta la vita, come l’odore dell’officina o quello del mosto in cantina. Così, sulla collina che da Asti guarda Alba di sbieco, a Guarene, negli anni Sessanta potevi incontrare anche lui: Feola.

Non quello vero – non Vicente Feola, il corpulento condottiero del Brasile campione del mondo nel 1958 – ma un suo lontano, pittoresco riflesso langarolo. Centocinquanta  chili di stazza? Più o meno. Origini italiane? Sicuro. E soprattutto quella stessa aria da uomo di calcio vissuto più a bordo campo che in panchina.

Feola immaginato dalla nostra fantasia, con le sue pozioni

Il soprannome gli era rimasto addosso così, forse per ammirazione, forse per scherzo. O forse perché, come il ct della Seleção, anche lui trafficava con muscoli, sudore e miracoli sportivi. Solo che il suo regno non erano gli stadi di Svezia, ma i campetti spelacchiati tra le vigne.

A Guarene faceva un po’ di tutto. Fabbro al mattino. Idraulico se serviva. Elettricista quando c’era da arrangiarsi. Barbiere nel tempo libero. Un artigiano poliedrico – qualcuno diceva pitagorico, giusto per dargli un tono – ma la sua vera vocazione esplodeva con la borsa dei massaggiatori sotto il braccio.

Vicente Feola con Garrincha, che fuma e calza vistose scarpe bianche

Era il genuino calcio di paese, quello in cui le maglie si lavavano in casa e le rivalità erano vere, ruvide, senza filtri. Si giocava guardando i campanili e nessuno, proprio nessuno, aveva la minima intenzione di perdere.

E lì entrava in scena lui, il Feola di Guarene. Trafficava con boccette senza etichetta, barattoli misteriosi, intrugli che sapevano di farmacia e di cantina insieme. I suoi linimenti erano leggenda: sifcamina, canfora, trementina. Roba che appena la spalmavi sentivi il fuoco salire su per le gambe. Le cosce diventavano paonazze in pochi secondi.

“Sta fermo che ti scalda”, borbottava.

E scaldava davvero. C’era chi giurava che funzionasse. Chi invece sospettava che fosse più suggestione che medicina. Ma nel calcio di paese la scienza contava meno della fiducia. E Feola di fiducia ne ispirava parecchia.

A volte, però, la linea tra cura e furbizia diventava sottile. Succedeva che qualche terzino di quelli ruspanti si facesse ungere bene le dita prima di marcare l’ala avversaria. Poi, al primo contrasto, via una carezza innocente sul viso. Risultato: attaccante accecato per qualche minuto e partita che cambiava piega. Nessuno parlava di doping, allora. Era un’altra epoca. Più ingenua, forse. O solo meno regolamentata.

Il campo sportivo di Guarene in una foto agli inizi degli anni Settanta


Feola, trafelato a bordo campo, aveva sempre pronta anche la sua pozione energetica. La offriva con aria solenne, come un farmacista di frontiera:

“Beive sòn, ch’a t’ fa bin, core ’d pì”. Bevine un sorso, che ti fa bene, corri di più.

Dentro c’era il Micoren e chissà cos’altro. Miscugli da stregone buono, più figli dell’improvvisazione che della malizia. Il rischio, a dirla tutta, era che invece di farti volare ti spezzassero il fiato e ti tagliassero le gambe.

Ma in quegli anni nessuno stava a sottilizzare. Il calcio era fatica, terra sotto le scarpe, spogliatoi che sapevano di umido e di canfora. Era fiducia cieca in uomini come lui, personaggi di confine capaci di fare tutto e niente, indispensabili proprio perché irripetibili.

Oggi il Feola di Guarene manca. Manca come certi pomeriggi di nebbia che non tornano più. Come i campi senza tribune. Come le partite in cui si giocava per il paese prima ancora che per la classifica. Era un ingranaggio minore, forse. Ma senza ingranaggi così, quel mondo – il nostro mondo – non avrebbe mai girato.

Mario Bocchio

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