Carlos Babington, il fuoriclasse che scelse la Ruhr
Mag 12, 2026

Dalla gloria mondiale con l’Huracán alla nebbia della 2. Bundesliga: la storia surreale dell’argentino che lasciò il calcio dei sogni per Wattenscheid

Nel 1974, mentre il mondo applaudiva i piedi leggeri di Johan Cruijff e l’eleganza di Franz Beckenbauer, c’era un argentino dai capelli lunghi e dal tocco aristocratico che sembrava destinato a conquistare l’Europa. Si chiamava Carlos Babington ed era uno dei simboli dell’Huracán di César Luis Menotti, la squadra ribelle che aveva spezzato il dominio delle grandi di Buenos Aires vincendo il Metropolitano del 1973 con un calcio romantico, offensivo, quasi poetico.

1974, Miguel Ángel Leyes Leyes, René Houseman e Babington nell’ Huracán

Babington non era un comprimario. Era considerato uno dei migliori giocatori del pianeta. Nel premio “Rey de América”, il Pallone d’Oro sudamericano dell’epoca, arrivò terzo dietro a Elías Figueroa e Marinho Chagas, davanti a nomi immortali come Pelé, Rivellino e Bochini. Dopo il Mondiale del 1974, la rivista tedesca Kicker lo inserì tra i dieci migliori giocatori della competizione. Aveva venticinque anni, classe, visione, personalità. Sembrava pronto per Milano, Madrid o Londra.

E invece finì a Wattenscheid. Non al Bayern Monaco. Non all’Inter. Non in Inghilterra. Ma proprio al piccolo SG Wattenscheid 09, club semiprofessionistico della 2. Bundesliga Nord, nella grigia cintura industriale della Ruhr. Una scelta che ancora oggi sembra un errore di battitura nella storia del calcio.

Babington nell’Argentina

Dietro quel trasferimento c’erano il caos del calcio anni Settanta e una serie di sliding doors. Lo Stoke City lo voleva, ma l’operazione saltò perché Babington non riuscì a recuperare il certificato di nascita del nonno inglese necessario per il trasferimento. Anche l’Inter si era interessata a lui, ma allora in Italia potevano giocare solo stranieri di origine italiana. Poi comparve un procuratore spagnolo con una valigia piena di soldi e la promessa di un club ambizioso in Germania.

Il padrone del Wattenscheid, l’industriale tessile Klaus Steilmann, si era innamorato del suo talento durante il Mondiale. Lo volle a ogni costo. E quando un miliardario decide qualcosa, spesso il calcio si piega.

Insieme a Mario Kempes

Babington si ritrovò così catapultato dalla Buenos Aires di Menotti alle fabbriche della Ruhr. Nel Wattenscheid era praticamente l’unico professionista a tempo pieno. Gli altri giocatori lavoravano nella fabbrica di Steilmann e si allenavano solo nel tardo pomeriggio. Per un sudamericano cresciuto nel calcio romantico e tecnico dell’Argentina, sembrava un altro pianeta.

Eppure la Germania lo conquistò. Lo colpirono il senso dell’ordine, il rispetto delle regole, la puntualità quasi ossessiva. Arrivava da una Buenos Aires caotica, improvvisata, rumorosa; in Germania trovò un mondo rigoroso e disciplinato. A volte persino troppo. Raccontava divertito di un viaggio in autobus durante una tormenta di neve: l’autista si fermò perché il suo turno era terminato e rifiutò di guidare al buio. Rimasero bloccati per due ore in attesa del conducente notturno. In Argentina, diceva Babington, qualcuno avrebbe preso il volante e gli altri avrebbero volentieri “ucciso” il primo autista pur di arrivare a casa.

Anche la vita quotidiana era un continuo scontro culturale. In Argentina ci si abbraccia, ci si bacia sulle guance, si vive nel contatto fisico. In Germania ricevette strette di mano fredde e formali. Una volta provò persino a dare un bacio sulla guancia all’amichetto di due anni di suo figlio: il bambino si scansò terrorizzato.

Il freddo, poi, fu quasi un trauma fisico. In una partita disputata a meno ventisei gradi, seduto in panchina avvolto nelle coperte, sentì improvvisamente la mascella paralizzarsi. Non riusciva più a parlare. Pensò a un infarto. In realtà aveva semplicemente il volto congelato.

In Germania nel Wattenscheid

Eppure Babington imparò ad amare quella Germania dura e severa. Amava i tornei indoor nel Westfalenhalle di Dortmund, dove poteva affrontare campioni come Franz Beckenbauer e Gerd Müller. Amava persino la rudezza del calcio tedesco, anche se nei primi mesi lo sfinì fisicamente. Diceva che perfino i ragazzini delle giovanili sembravano mostri alti due metri.

Il problema era che il Wattenscheid restava pur sempre il Wattenscheid. Una piccola realtà che non riusciva mai davvero a lottare per la promozione. E mentre Babington sprecava i suoi anni migliori nella seconda divisione tedesca, l’Argentina si preparava al Mondiale del 1978.

Nella “rosa” del SG Wattenscheid 09

Menotti andò personalmente in Germania a parlargli. Gli disse chiaramente che voleva convocarlo, ma che doveva tornare in patria. L’unico “straniero” che avrebbe portato al Mondiale sarebbe stato Mario Kempes. Babington aveva ancora il talento per essere protagonista, ma Steilmann non volle liberarlo. “I contratti sono fatti per essere rispettati”, disse il patron tedesco.

Fu lì che probabilmente si spezzò il destino calcistico di Carlos Babington. Tornò all’Huracán solo nel 1978. Poi diventò allenatore e presidente del club, vivendo altre battaglie, altri drammi, persino le minacce delle barras bravas. Ma quella deviazione tedesca rimase il capitolo più incredibile della sua vita: la storia di uno dei migliori giocatori del mondo che, nel momento esatto in cui avrebbe potuto conquistare il calcio europeo, scelse – o forse subì – la nebbia, le fabbriche e il gelo della Ruhr.

E forse proprio per questo la sua storia continua ancora oggi ad affascinare. Perché nel calcio esistono carriere costruite sulla gloria, e altre costruite sugli incroci sbagliati del destino. Carlos Babington appartiene alla seconda categoria: quella degli artisti perduti, dei talenti che per un attimo sembravano destinati all’eternità e finirono invece in un piccolo stadio di provincia, tra il fumo delle ciminiere tedesche.

Mario Bocchio

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