Vado, ritorno tra i professionisti: una promozione che riapre un secolo di storia
Apr 29, 2026


Dal salto in Serie C a un passato lontano e irripetibile: quando una squadra di provincia approfittò del caos per diventare leggenda

Il presente, a volte, ha bisogno di bussare forte alla porta del passato per essere capito fino in fondo. La promozione in Serie C del Vado non è soltanto il risultato di una stagione riuscita: è una riemersione. Dopo 78 anni, il club ligure torna nel calcio professionistico, ma lo fa portandosi dietro una memoria che non appartiene solo ai suoi tifosi, bensì all’intera storia del calcio italiano. Perché Vado non è una squadra qualunque. È un nome inciso all’inizio di un racconto, quando tutto era ancora indefinito, fragile, perfino contraddittorio.

All’inizio degli anni Venti, il calcio italiano non aveva ancora trovato una forma stabile. I campionati erano lunghi, dispersivi, spesso difficili da gestire. Le società più forti – quelle con maggiore peso politico ed economico – iniziarono a contestare apertamente l’organizzazione federale. Il punto di rottura arrivò nel 1921, quando un gruppo consistente di club del Nord decise di separarsi dalla FIGC per fondare una struttura alternativa: la CCI.

Una formazione del Vado nel 1922

Fu uno scisma vero e proprio. Da un lato la federazione storica, dall’altro una nuova lega che voleva riformare il sistema. Il risultato fu paradossale: nella stagione 1921-’22 si disputarono due campionati distinti, con due vincitori diversi. Il calcio italiano, per la prima volta, si scopriva diviso in due realtà parallele. In questo contesto incerto e frammentato, la FIGC cercò di reagire. Non potendo contare sull’adesione dei club più prestigiosi, decise comunque di creare una nuova competizione a eliminazione diretta: la Coppa Italia 1922. L’idea era semplice, ma ambiziosa: dare vita a un torneo nazionale che affiancasse il campionato e consolidasse il ruolo della federazione.

La risposta, però, fu tiepida. Molte squadre di primo piano ignorarono l’iniziativa, considerate più importanti le proprie competizioni. Anche tra i club che avrebbero potuto partecipare, non tutti accettarono: le spese di viaggio, le condizioni economiche e un regolamento poco favorevole scoraggiarono diverse società. Così il torneo prese forma in maniera irregolare, con un numero di partecipanti ridotto rispetto alle aspettative e con un livello tecnico disomogeneo. Ma proprio in queste crepe si inserì una storia inattesa.

Una vignetta all’epoca della vittoria della Coppa Italia

Il Vado, squadra di Vado Ligure, non partiva con i favori del pronostico. Non aveva il blasone delle grandi, né una tradizione paragonabile ai club più affermati. Aveva però una dirigenza attenta e concreta, capace di interpretare le pieghe del regolamento meglio di altri. In un sistema che obbligava le squadre ospitanti a sostenere costi significativi – tra tasse federali e rimborsi agli avversari – riuscire a giocare in casa diventava un vantaggio determinante. Il Vado lo capì prima degli altri, e costruì gran parte del proprio percorso su questo elemento.

Ma le strategie da sole non bastano. Serve anche qualcuno che sappia fare la differenza in campo. Quel qualcuno era un ragazzo poco più che adolescente: Virgilio Felice Levratto. Nato nel 1904, aveva appena diciassette anni, ma già mostrava caratteristiche fuori dal comune. Non era soltanto forte fisicamente: aveva una coordinazione e una potenza nel tiro che lo rendevano imprevedibile. In un calcio ancora acerbo dal punto di vista tattico, giocatori così potevano cambiare le partite da soli. Il Vado avanzò nel torneo senza grandi clamori, ma con una solidità crescente. Ogni turno superato aumentava la fiducia e attirava l’attenzione. Non era una corsa travolgente, piuttosto una progressione lenta, quasi ostinata, fatta di equilibrio e opportunismo. Fino alla finale.

Felice Levratto con la maglia del Vado

Il 16 luglio 1922, il Vado si trovò di fronte all’Udinese. La partita si disputò sul campo ligure, una circostanza che, viste le regole del torneo, non era affatto casuale. Il pubblico riempì gli spazi disponibili, consapevole di assistere a qualcosa che andava oltre una semplice partita. Il gioco fu duro, spezzettato, carico di tensione. Le due squadre si affrontarono senza riuscire a prevalere. Il tempo regolamentare scivolò via senza reti, e anche nei supplementari il risultato rimase bloccato. Si andava verso un finale incerto, quando ogni dettaglio può diventare decisivo.

E infatti lo fu. A pochi minuti dalla fine, Levratto prese il pallone e si costruì lo spazio per il tiro. Non era una posizione semplice, né particolarmente favorevole. Ma non esitò. Calciò con una violenza che colpì chiunque fosse presente. Il pallone finì in rete. Oltre la rete, secondo alcuni racconti. Da lì in avanti, il confine tra cronaca e leggenda si fece sottile. C’è chi parlò di una conclusione capace di strappare la rete, chi giurò di aver visto la palla proseguire la sua corsa ben oltre la porta. Forse esagerazioni, forse no. Ma in quel momento, la verità tecnica passò in secondo piano rispetto alla forza del racconto.

Felice Levratto al tiro con la maglia della nazionale

Quel gol bastò. Il Vado vinse la partita e, con essa, la prima Coppa Italia mai assegnata. Un successo che, se osservato freddamente, può essere ridimensionato dall’assenza di molte grandi squadre. Ma il calcio non è fatto solo di gerarchie: è fatto di occasioni colte e di contesti interpretati meglio degli altri. E il Vado, in quell’estate del 1922, fece esattamente questo.

Per Levratto fu l’inizio di una carriera importante, che lo portò a giocare in club di primo piano e anche in nazionale. Ma soprattutto fu l’origine di un soprannome destinato a restare: “lo sfondareti”, nato proprio da quella conclusione che sembrava aver violato non solo la porta, ma le regole stesse del racconto sportivo.

Stagione 1953-’54, il Vado che venne promosso in IV Serie

Per Vado Ligure, invece, quella vittoria diventò un patrimonio collettivo. Un ricordo tramandato, raccontato, trasformato quasi in mito. Non un episodio isolato, ma un simbolo identitario.

Oggi, mentre la squadra torna in Serie C, quel passato non appare più così lontano. Non è nostalgia, ma continuità. È la dimostrazione che anche una piccola realtà può, in certe condizioni, lasciare un segno indelebile. E forse è proprio questo il senso più profondo della promozione: non solo salire di categoria, ma rientrare – dopo quasi ottant’anni – dentro una storia che il Vado, in fondo, non ha mai davvero smesso di abitare.

Mario Bocchio

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