
La storia dimenticata di Ulises Uslenghi, il primo uruguaiano del Napoli, nato campione di basket e diventato pioniere del calcio partenopeo
La storia del Napoli con gli uruguaiani comincia da una curiosità che ha il sapore delle leggende di frontiera. Il primo “charrúa” a indossare l’azzurro non era, in principio, un calciatore. Era un cestista. E non uno qualunque.
Ulises Ovidio Uslenghi Galmarini aveva già scritto il suo nome nella storia dello sport sudamericano prima ancora di immaginare il profilo del Vesuvio. Nel 1930, quando il mondo scopriva il calcio con il primo Mondiale, lui dominava il parquet: campione sudamericano e miglior realizzatore con la nazionale uruguaiana di basket. Segnava punti, guidava i compagni, dettava ritmo. Era, in tutto e per tutto, un leader.

Non avrebbe mai pensato che, appena cinque anni dopo, il suo destino lo avrebbe portato lontano da Montevideo, verso l’Italia e il calcio.
Nato il 9 ottobre 1905, Uslenghi apparteneva a un’epoca in cui lo sport non aveva confini. Si correva, si saltava, si giocava. Si viveva. Come Isabelino Gradín, sprinter capace di riscrivere record nei 200 e 400 metri, anche lui si divideva tra discipline diverse con naturalezza.



Partendo da sinistra: Uslenghi in versione cestista, nel Nacional Montevideo e in Argentina nell’Estudiantes de La Plata
Cresciuto nell’Olimpia del quartiere Colón, Uslenghi era capitano sia della squadra di calcio che di quella di basket. Una doppia leadership che racconta più di qualsiasi statistica. Nel 1923 vinse il primo campionato ufficiale di pallacanestro uruguaiana, il Nacional. Poi arrivarono altri titoli, altre vittorie, altre conferme.

Nel frattempo, sul campo da calcio, giocava da centro-half, ruolo antico e complesso, accanto a figure come Andrés Mazali, portiere leggendario.
Il 1930 fu il suo anno. Al Sudamericano di basket, disputato a Montevideo, segnò 76 punti: fu il miglior marcatore dell’Uruguay. Due anni dopo, in Cile, arrivò il bis. Ancora campione. Ancora protagonista.
Ma il calcio continuava a chiamarlo.
Tra il 1928 e il 1929 vestì la maglia del Nacional, condividendo lo spogliatoio con miti come Héctor Scarone, Pedro Cea e Ángel Romano. Poche partite, appena nove, ma sufficienti per entrare in un mondo di giganti e vincere il Campeonato Ingeniero José Serrato del 1928.
Poi l’Argentina. L’Estudiantes de La Plata. Gli anni dei “Profesores”, squadra elegante e colta nel gioco, dove il calcio sembrava pensiero prima ancora che movimento.


Nel Livorno, a sinistra, e in una caricatura ai tempi del Parma
Infine l’Italia. Prima il Livorno. Poi Napoli. Poi ancora il Parma.
Ed è lì che la storia cambia forma. Perché Uslenghi non fu solo un giocatore straniero: fu il primo uruguaiano a indossare quella maglia, ad attraversare il mare con dentro due sport, due vite, due identità.
Quando entrò nello stadioPartenopeo,che respirava passione, portava con sé il rumore dei palazzetti sudamericani e il silenzio concentrato dei campi di calcio.

Era un pioniere inconsapevole. Uno di quelli che non sanno che stanno aprendo una strada, ma la percorrono comunque, con naturalezza.
E forse è proprio per questo che la sua storia, ancora oggi, continua ad affascinare. Perché nasce da una deviazione. Da un pallone che rimbalza su un parquet prima di rotolare sull’erba. E finisce sotto il cielo di Napoli. Dove tutto, anche l’improbabile, può diventare destino.
Mario Bocchio
