Piksi, il talento fragile che scelse sé stesso
Apr 10, 2026


Dalla gloria sfiorata in Europa alla rinascita lontano da tutto: la parabola umana e calcistica di Dragan Stojković

C’è stato un tempo, all’inizio degli anni Novanta, in cui Dragan Stojković sembrava destinato a occupare il trono dei fantasisti europei lasciato vacante da Diego Armando Maradona. Elegante, imprevedibile, capace di accendere una partita con un solo tocco, “Piksi” – soprannome preso dal cartone Pixie and Dixie – si era imposto al grande pubblico durante il Campionato mondiale di calcio 1990. Fu lì che il continente si accorse davvero di lui.

In azione alla Stella Rossa nel 1988, sotto lo sguardo del milanista Ancelotti


Non stupì, dunque, che l’ambizioso Olympique Marsiglia decidesse di puntare su di lui per compiere l’ultimo passo verso la vetta d’Europa. Serviva fantasia, serviva classe: serviva Stojković. Il trasferimento dalla sua Belgrado fu inevitabile, anche se tutt’altro che indolore.

La Francia, però, non gli portò fortuna. Un infortunio al ginocchio, arrivato dopo uno scontro di gioco, lo fermò proprio nel momento in cui avrebbe dovuto prendersi la squadra. Rimase fuori a lungo, troppo a lungo per incidere davvero. Quando tornò, la stagione era ormai agli sgoccioli e all’orizzonte restava soltanto la finale più attesa.

Dragan Stojković nella Jugoslavia


A Bari, nella notte della finale della Coppa dei Campioni 1991, il destino gli giocò uno scherzo crudele: di fronte c’era la Stella Rossa, la squadra che aveva rappresentato casa, amicizia, identità. Non partì titolare e, quando entrò, fu chiaro che quella non era una partita come le altre. Ai rigori fece una scelta silenziosa ma definitiva: non partecipare. Qualunque esito sarebbe stato, per lui, una sconfitta.

A differenza dei serbi, il Marsiglia poteva permettersi alternative. E Stojković, complice un fisico che non tornava più quello di prima, scivolò ai margini. In quattro anni collezionò poche presenze, senza lasciare tracce profonde. Era evidente che servisse una svolta.

Nel Verona, brutto cliente per i difensori



L’occasione arrivò in Italia, all’Hellas Verona. Il club voleva ritrovare ambizioni dopo lo scudetto degli anni Ottanta e scelse proprio lui come simbolo della rinascita. Ma il copione non cambiò: lampi di talento alternati a nuove ricadute fisiche. Il finale fu amaro, con la retrocessione e un addio inevitabile.

Se nei club la sorte era avversa, con la nazionale sembrava esserci una compensazione. La Jugoslavia si presentava al Campionato europeo di calcio 1992 con ambizioni concrete, forte di un percorso brillante nelle qualificazioni. Ma la storia, quella vera, intervenne a spezzare tutto. La guerra nei Balcani portò all’esclusione della squadra dalla competizione.

Verona-Inter 1-0 serie A 1991-’92, rigore sbagliato da Stojkovic 


Da capitano, Stojković dovette comunicare la decisione ai compagni. Non fu solo una delusione sportiva, ma una ferita personale profondissima. E come se non bastasse, il ginocchio tornò a cedere. Un altro intervento, un’altra salita da scalare, con il dubbio crescente che il traguardo non esistesse più.

Italia ’90, uno dei due gol rifilati alla Spagna. A Verona la Jugoslavia vinse 2-1


Nel 1994, più che un campione in crisi, era un uomo in cerca di equilibrio. La soluzione fu radicale: allontanarsi da tutto. Scelse il Nagoya Grampus, senza sapere quasi nulla della destinazione. Lì trovò un ambiente diverso, meno pressante, più umano.

Determinante fu l’incontro con Arsène Wenger, allora lontano dalla fama che avrebbe conquistato in seguito. Wenger intuì subito come valorizzarlo: gli diede fiducia, tempo, centralità. Fu la chiave. In Giappone, Stojković tornò a sentirsi calciatore e, prima ancora, persona.

Nella sua prima squadra, il Radnicki Nis.
Eccolo ritratto insieme a Dragan Bure Mitrovic e Slobodan Halilovic

L’Europa lo rivide ancora una volta, al Campionato mondiale di calcio 1998, con una Jugoslavia diversa ma ancora capace di emozionare. Indossò di nuovo la maglia numero dieci, simbolo di un talento mai del tutto svanito.

Poi, lentamente, scelse di restare dove aveva ritrovato sé stesso. Chiuse la carriera in Giappone, per poi sedersi in panchina e continuare il suo percorso nel calcio anche da allenatore, fino a guidare la Serbia verso nuove sfide internazionali.

Di Stojković non rimangono soltanto le giocate – come quella notte contro la Spagna a Italia ’90 – ma soprattutto le scelte. La rinuncia a un rigore impossibile da sostenere, il coraggio di lasciare il centro del calcio europeo per ricominciare altrove, la volontà di mettere l’uomo prima del campione.

La sua non è la storia di una promessa mancata, ma di un talento che ha attraversato la fragilità senza nasconderla. E che, proprio per questo, continua a parlare ancora oggi.

Mario Bocchio

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