Il viaggiatore del calcio: Mircea Lucescu, l’uomo che ha anticipato il futuro
Apr 8, 2026


Dalle macerie di Bucarest ai trionfi europei, fino all’ultima panchina con la Romania: storia di un allenatore che non ha solo vinto, ma ha cambiato il modo di pensare il calcio

C’è una frase che racchiude un’intera carriera: si può stare bene ovunque, se si sta bene dentro. È la filosofia che accompagna Mircea Lucescu lungo un viaggio che attraversa decenni, confini e sistemi politici, senza mai perdere una bussola precisa: il calcio come cultura, prima ancora che competizione.

Quando era ancora un ragazzo a Bucarest, non poteva allenarsi con i professionisti. Le regole dell’epoca lo impedivano. Così trasformò il limite in metodo: ore da solo, a lavorare sul corpo e sulla tecnica, fino a rendere il piede sinistro affidabile quanto il destro. Un dettaglio, in apparenza. In realtà, il primo segnale di un pensiero che non avrebbe mai accettato scorciatoie.

Lucescu sprigiona tutta la sua classe ai tempi della Dinamo Bucarest, nel derby con gli eterni rivali della Steaua


In campo era un’ala raffinata, capace di trasformare i cross in oro per i compagni. Con la maglia della Dinamo Bucarest costruì la sua identità, mentre con la nazionale arrivò a sfidare il Brasile di Pelé ai Mondiali del 1970, indossando anche la fascia di capitano. In quegli anni, il calcio sudamericano lo osservava con curiosità: in un torneo al Maracanã si impose come il migliore, attirando attenzioni e offerte. Ma il destino lo riportò sempre a casa. C’era la cortina di ferro.

Poi, improvvisamente, la terra tremò. Il terremoto del 1977 cancellò certezze e muri, costringendolo a ricominciare altrove. A Hunedoara trovò rifugio e una nuova missione: diventare allenatore senza imitare nessuno. Lì nacque il suo calcio.

Il “Luce” in Nazionale

Non era solo questione di schemi. Per Lucescu, la formazione di un calciatore passava dai musei, dal teatro, dalla comprensione del mondo. La disciplina non si imponeva, si costruiva. E sul campo, idee che oggi sembrano normali erano allora rivoluzionarie: possesso palla, movimenti senza palla, pressione costante, gestione tattica anche attraverso il fallo. Un calcio proiettato avanti di mezzo secolo.

Tutto questo avveniva nella Romania di Nicolae Ceaușescu, dove anche il pallone era terreno di controllo. Vincere non dipendeva solo dal merito, e le dinamiche di potere pesavano più delle classifiche. Eppure, anche lì, Lucescu trovò un modo per imporsi: puntò sui giovani delle province, sfidò le gerarchie e dimostrò sul campo la validità delle sue scelte.

Nel Pisa di Romeo Anconetani


Dopo la caduta del regime, arrivarono nuove opportunità e nuove sfide. In Italia, il suo passaggio incrociò figure fuori dagli schemi come Romeo Anconetani, per poi approdare a Brescia, dove insieme a Gino Corioni costruì un laboratorio di idee e talento, lanciando giocatori destinati a lasciare un segno profondo, come Andrea Pirlo.

All’Inter di Massimo Moratti gestì un attacco stellare, pieno di talento e immaginazione, mentre in Ucraina, con lo Shakhtar Donetsk di Rinat Akhmetov, trasformò un’idea in modello: giovani, gioco, identità. Una squadra capace di vincere e di restare.

La parentesi nella Reggiana

Anche quando accettò la panchina della Dinamo Kiev, lo fece restando fedele a se stesso: costruire, non comprare. Pensare al futuro, non all’immediato.

E poi il ritorno, quello più naturale. La Nazionale della Romania. A ottant’anni, ancora in panchina, ancora con lo sguardo acceso di chi non ha mai smesso di credere nel gioco.

Oggi, però, quel viaggio si è fermato per sempre.

Osannato dai tifosi del Brescia

Si è spento dopo aver guidato, per l’ultima volta, la sua Romania. Un ultimo tratto di strada chiuso dove tutto era iniziato, come se il cerchio dovesse completarsi lì, tra le radici e la memoria. Non lontano da casa, ma dentro casa.



Resta una maglia scambiata con Pelé, conservata senza essere mai lavata, ancora segnata dalla terra di una partita lontana. Resta soprattutto un’idea di calcio che ha attraversato generazioni, anticipando il futuro senza mai inseguirlo.

Perché Lucescu non è stato soltanto un allenatore vincente. È stato un uomo in cammino. E anche adesso che il viaggio si è concluso, la sua strada continua a essere percorsa da altri.

Mario Bocchio

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