
Dalla curiosità mediatica alla realtà più dura: la stagione che trasformò una “favola” in qualcosa di molto più serio
All’inizio era quasi una barzelletta. Un paesino di montagna, poche migliaia di abitanti, finito all’improvviso tra i professionisti veri. Bastava nominarlo per strappare un sorriso, per evocare parole già consumate: favola, miracolo, impresa. Tutto sembrava già scritto, come se il Castel di Sangro dovesse limitarsi a fare da comparsa in un campionato troppo grande.
Ma il problema delle storie già scritte è che, a volte, prendono una direzione diversa.

Per capire come si arrivò fin lì bisogna tornare indietro di qualche mese, a una promozione sporca, nervosa, piena di colpi di scena. Non una cavalcata trionfale, ma una sequenza di ostacoli superati uno alla volta. Partite tirate, episodi favorevoli, scelte coraggiose. In panchina, Osvaldo Jaconi, uno che non prometteva spettacolo ma pretendeva ordine, sacrificio, disciplina.
La Serie B, però, era un’altra cosa. E soprattutto era un’altra cosa per chi guardava da fuori. Televisioni, giornali, programmi d’intrattenimento: tutti volevano un pezzo di quella storia. Il piccolo diventava improvvisamente interessante, quasi esotico. Persino trasmissioni popolari come Quelli che il calcio iniziarono a orbitare attorno alla squadra abruzzese, raccontandola più come curiosità che come realtà sportiva.

Il punto più basso di questa esposizione arrivò con uno scherzo televisivo costruito ad arte: un finto acquisto straniero, una presentazione sopra le righe, una presa in giro collettiva. Il messaggio era chiaro, anche se non dichiarato: il Castel di Sangro era un fenomeno da guardare, non da prendere sul serio. Solo che nel frattempo il campionato era iniziato davvero.

E lì non c’era spazio per le risate. La squadra si rivelò più solida del previsto. Non spettacolare, ma organizzata. Difendeva, ripartiva, trovava il modo di restare a galla. Tra i nuovi arrivi si fece notare Danilo Di Vincenzo, uno di quei giocatori capaci di accendere la partita con una giocata, di cambiare ritmo quando serve.

I risultati, senza fare rumore, arrivavano. Poi arrivò anche qualcos’altro. Un incidente. Una notizia improvvisa. Di Vincenzo non c’è più. Con lui muore anche Filippo Biondi, giovane difensore che stava appena iniziando a farsi spazio. Il campionato si ferma, ma solo per un attimo. Perché il calcio, come la vita, va avanti anche quando non dovrebbe. Da quel momento, però, cambia tutto.
Il Castel di Sangro non è più una storia simpatica. Non è più un caso curioso. Diventa una squadra che gioca anche per chi non c’è più. Ogni partita ha un peso diverso, ogni punto vale qualcosa che va oltre la classifica. Arrivano risultati che nessuno si aspetta. Una vittoria in trasferta contro il Genoa, in uno stadio che di solito non fa sconti. Prestazioni sporche, dure, spesso sofferte, ma sempre vere.

E poi il momento decisivo: il derby contro il Pescara. Una partita che vale tutto. Un gol, uno solo, basta per chiudere il discorso salvezza. Con anticipo, contro ogni logica. Fine della storia? Non proprio.
Perché anche dopo continuano ad accadere cose strane. Inchieste, problemi, sospetti. Episodi che in un altro contesto avrebbero riacceso riflettori e ironie. Ma questa volta no. Questa volta nessuno ride. Quando la stagione finisce, il Castel di Sangro è salvo. E lo è davvero, non per caso. Non per simpatia. Non per concessione.
E allora cambia anche il modo di raccontarlo. Niente più favole raccontate con leggerezza. Niente più sorrisi compiaciuti. Solo una constatazione, quasi silenziosa: quella squadra, quel paese, avevano fatto qualcosa di più complicato di un miracolo. Erano diventati reali.
Mario Bocchio
