
Il 5 aprile 1992 la guerra fermò Željezničar–Rad: il giorno in cui il calcio si arrese alla storia
Il silenzio, a volte, pesa più del rumore. Ma quel 5 aprile 1992, allo stadio Grbavica, fu il rumore a divorare tutto: gli spalti, il campo, il calcio.
Doveva essere una normale partita del campionato jugoslavo tra FK Željezničar e il FK Rad. Non lo fu mai.
Una domenica che sembrava normale
La mattina a Sarajevo aveva un’aria tesa, ma non ancora irreversibile. I giocatori arrivarono allo stadio, gli staff si prepararono, gli arbitri presero posto. Tutto seguiva il copione abituale. Eppure, sugli spalti non c’era nessuno. La città tratteneva il respiro.

Da Belgrado avevano consigliato ai calciatori del Rad di non partire. Ma loro decisero di andare lo stesso, per rispetto dello sport e dell’avversario. Alle 14,30 entrambe le squadre scesero in campo per il riscaldamento.
Poi arrivò il primo colpo di fucile.
La partita interrotta dalla guerra
Gli spari provenivano dalla zona dell’Accademia di polizia, sulle colline di Vraca. All’inizio sembravano lontani, quasi irreali. Poi si fecero più vicini, più intensi.

Nel giro di pochi minuti, il campo si svuotò. I giocatori corsero negli spogliatoi. La partita non iniziò mai.
Fu la fine non solo di un incontro, ma di un’epoca.
La fuga e la paura
Attorno allo stadio il caos era già esploso. Barricate, strade interrotte, colonne di civili in movimento verso il centro città per manifestare per la pace.

Dentro Grbavica, invece, si cercava solo di sopravvivere. I giocatori dello Željezničar, guidati dallo staff tecnico, trovarono riparo negli edifici vicini. Gli arbitri attesero inutilmente che il fuoco cessasse. I calciatori del Rad, spaventati, rimasero accovacciati negli spogliatoi aspettando un modo per lasciare lo stadio.
I dirigenti locali riuscirono infine a organizzare l’evacuazione degli ospiti verso l’aeroporto, mettendoli in salvo.
“Volevamo giocare, nonostante tutto. Ma la politica era più forte”, dirà poi il dirigente Zdenko Jelić.

“Avevamo paura, non capivamo”
Il portiere Dragan Škrba ricordò quella giornata come un punto di rottura. La notte prima, nel ritiro in hotel, gli spari avevano già svegliato la squadra.
Il giorno dopo, nonostante i ponti bloccati e la tensione crescente, tutto sembrava ancora possibile. Fino a quei colpi durante il riscaldamento.
“Eravamo spaventati. Non capivamo cosa stesse succedendo. Poi ognuno è tornato a casa. E lì è finito tutto”, raccontò. Per lui, quella partita mai giocata coincise anche con un addio: pochi giorni dopo lasciò il paese per continuare la carriera all’estero.
Il giorno più buio
Gli spari continuarono per ore, senza tregua. Lo stadio rimase vuoto, sospeso, come congelato nel tempo. Poi venne bruciato, distrutto.
Fu, come scrisse il giornalista Fuad Krvavac, “il giorno più nero nella storia sportiva di questo impianto”. Il calcio, quel giorno, non perse solo una partita. Perse il suo contesto, il suo pubblico, la sua innocenza.
E Grbavica rimase lì, immobile, testimone silenziosa dell’istante in cui la guerra entrò in campo.
Mario Bocchio
