Calcio e dittatura: il Brasile tra passione e repressione
Apr 1, 2026


Dal controllo del regime militare sulle istituzioni sportive al trionfo mondiale del 1970: quando il pallone divenne anche strumento politico

Parlare di calcio non è mai semplice. È lo sport più diffuso e amato al mondo, capace di muovere emozioni profonde. Basta pensare che all’ultimo Mondiale oltre 3,5 miliardi di persone hanno seguito le partite: più della metà del pianeta si è fermata per il pallone.

Allo stesso modo, affrontare il tema della dittatura è complesso, soprattutto quando si parla del regime militare che governò il Brasile. Ancora oggi esistono nostalgici che ne minimizzano o negano l’esistenza, ma i fatti storici restano inequivocabili: migliaia di oppositori furono perseguitati, torturati o uccisi, tra cui oltre 8.000 indigeni. Donne incinte vennero incarcerate, bambini bollati come sovversivi, la libertà di espressione soppressa. Furono 21 anni segnati da repressione e violenza, passati alla storia come “Anni di Piombo”.

Il suicidio simulato di Vladimir Herzog


In questo contesto, anche il calcio divenne terreno di intervento politico. Non era però nei ritiri o negli spogliatoi che si discuteva apertamente della situazione del Paese: il controllo era forte e il silenzio spesso imposto. Alcuni dirigenti sportivi furono vicini al regime. Al Corinthians, ad esempio, il presidente Wadih Helu sostenne il golpe del 1964 e, insieme a José Maria Marin, contribuì a innescare indagini contro giornalisti ritenuti scomodi, tra cui quelli di TV Cultura. Tra le conseguenze più tragiche vi fu la morte, sotto tortura, del giornalista Vladimir Herzog.

Francisco Horta e Rivellino


Non mancarono tuttavia voci critiche. Al Fluminense, il presidente Francisco Horta denunciò ripetutamente gli abusi di potere all’interno della Confederazione calcistica. Allo stesso tempo, però, il mondo del calcio rifletteva le contraddizioni della società: nel 1977 alcuni giocatori appoggiarono figure politiche legate al sistema di potere. Il calcio, del resto, era composto da anime diverse, tra dirigenti e atleti, interessi e coscienze spesso in contrasto. Studi storici hanno evidenziato come diversi club importanti sostennero il colpo di Stato del 1964.

La Democracia Corinthiana

La resistenza, però, esistette. Si sviluppò soprattutto su due fronti: quello dei calciatori, alcuni dei quali presero posizione con coraggio, e quello dei tifosi, che avrebbero avuto un ruolo importante negli anni successivi.

João Saldanha in primo piano, con un militare che lo sorveglia


Anche la Nazionale non fu immune dalle pressioni del regime. Il caso più emblematico è quello di João Saldanha, giornalista e commissario tecnico del Brasile alla vigilia del Mondiale del 1970. Critico verso la dittatura, aveva raccolto informazioni su migliaia di prigionieri politici. Il presidente Médici arrivò perfino a interferire nelle convocazioni. Quando Saldanha rifiutò di includere Dadá Maravilha, rispose con una frase rimasta celebre: “Lui fa i ministri, io scelgo i giocatori”. Poco dopo, fu sollevato dall’incarico.

Il capitano del Brasile vincitore del Mondiale 1970 in Messico, Carlos Alberto Torres, insieme a Emílio Garrastazu Médici, presidente-dittatore durante gli anni 1969-1974


Al suo posto arrivò Zagallo, che guidò il Brasile alla conquista del terzo titolo mondiale, con Pelé simbolo di quella squadra straordinaria. Dadá Maravilha venne effettivamente convocato, ma non scese mai in campo. Una vittoria sportiva enorme, ottenuta però in un contesto segnato da forti condizionamenti politici.

Mario Bocchio

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