Casagrande, il gigante ribelle che conquistò Ascoli
Mar 30, 2026


Dal Brasile alla Curva Sud: storia di un campione fuori dagli schemi, tra calcio, coraggio e rinascita

Ad Ascoli ci sono nomi che non hanno bisogno di presentazioni. Quello di Walter Casagrande è uno di questi. Anche chi non lo ha mai visto giocare lo conosce, tramandato di generazione in generazione come una leggenda di famiglia.

Arrivò nell’estate del 1987, portando con sé un’aura quasi irreale: nazionale brasiliano, reduce da un’esperienza europea con il Porto campione d’Europa. Non era una star affermata in quel momento, ma bastava il suo passato per accendere la fantasia dei tifosi.

In Brasile nel Corinthians

Quando si fece vedere per la prima volta in città, però, spiazzò tutti: capelli lunghi e ricci, barba trascurata, look più da musicista rock che da centravanti. Qualcuno lo giudicò con superficialità. Lui rispose con un sorriso. In campo, invece, parlava un’altra lingua.

Casagrande nel Porto

Alto, potente, abilissimo di testa e sorprendentemente tecnico, era il punto di riferimento offensivo perfetto. Non correva come un velocista, ma sapeva muoversi, proteggere palla e creare spazi. Accanto a lui, compagni come Scarafoni trovavano terreno fertile per colpire.

La sua prima stagione fu una battaglia continua: l’Ascoli si salvò per un soffio, ma il contributo del brasiliano fu decisivo. L’anno dopo, complice qualche infortunio, fu meno protagonista, mentre la squadra si affidò ai gol di Bruno Giordano.

In un undici dell’Ascoli nella stagione 1989-’90


Poi arrivò la retrocessione, dura e inattesa. Sembrava l’inizio della fine. Invece accadde qualcosa che cambiò tutto. Contro ogni previsione, Casagrande decise di restare. Non solo: propose un accordo basato sul rendimento, una sfida personale. Più di 30 partite giocate, più di 20 gol segnati. Un azzardo enorme, considerando il passato recente. Risultato? 33 presenze, 22 reti e promozione in Serie A. Una stagione che lo rese definitivamente un simbolo. Non solo per ciò che fece, ma per la scelta di farlo.

Nella Seleção con il compagno e amico Sócrates

Prima ancora dell’Italia, in patria era stato protagonista di un’esperienza unica e coraggiosa: la Democracia Corinthiana. Con il Corinthians, insieme a giocatori come Sócrates, aveva contribuito a creare uno spogliatoio autogestito, dove ogni decisione veniva condivisa, in aperto contrasto con il clima della dittatura brasiliana dell’epoca. Un esempio raro di come il calcio possa diventare anche strumento di libertà e cambiamento.

Nel Toro e quella serata magica contro il Real Madrid


Dopo Ascoli, la sua carriera proseguì con il Torino, dove lasciò un altro segno importante: una Coppa UEFA sfiorata e un derby vinto con una doppietta che fece esultare un’intera città.



Ma la sua storia va oltre il calcio. Dopo il ritiro affrontò un periodo buio, segnato dalla dipendenza e dalla perdita di punti di riferimento. Riuscì però a rialzarsi grazie alla famiglia e a un lungo percorso di recupero. Oggi racconta la sua esperienza a giovani e detenuti, trasformando il passato in uno strumento utile per gli altri.



Quando è tornato ad Ascoli nel 2016, ha trovato qualcosa di raro: un affetto rimasto intatto. Anzi, cresciuto. Perché nel frattempo il suo mito era passato dai padri ai figli, diventando parte dell’identità della Curva Sud. Casagrande non è stato solo un grande attaccante. È stato, ed è ancora, una storia da raccontare. Una di quelle che non smettono mai di vivere.

Mario Bocchio

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