
Dall’Argentina all’Italia tra gol, risse, notti romane e un talento capace di accendere ogni stadio
Francisco Ramón Lojacono non è stato soltanto un calciatore. È stato un personaggio, uno di quelli che il calcio lo attraversano lasciando una scia rumorosa, fatta di gol, eccessi e contraddizioni. Figlio di emigrati italiani cresciuti in Argentina, torna nella terra dei suoi genitori a metà degli anni Cinquanta, quando il grande calcio italiano guarda proprio oltreoceano per cercare talento.


Nel Lanerossi Vicenza, a sinistra, e nella Fiorentina
È il 1956 quando la Fiorentina decide di puntare su di lui, con l’appoggio del Lanerossi Vicenza. Ha poco più di vent’anni, ma alle spalle ha già esperienza internazionale con la nazionale argentina. Il prezzo del cartellino è alto per quei tempi, ma chi lo ha visto giocare sa che ne vale la pena.
A Vicenza resta pochi mesi, abbastanza però per lasciare il segno: segna con continuità, ma soprattutto mostra un modo di stare in campo diverso. In campo non è uno lineare. Ama il rischio, cerca la giocata difficile, si diverte a sorprendere. Le sue conclusioni non sono mai banali: il pallone esce dai suoi piedi con traiettorie strane, a volte incomprensibili anche per i portieri. Favorito dai suoi piedi corti con dita piccole e dorso alto.

Quando torna a Firenze, il suo nome comincia a circolare con insistenza. Alterna stagioni in viola a periodi con la Roma, dove il suo profilo cresce ulteriormente. In campo è efficace, segna, lotta, ma non è mai prevedibile. Fuori dal campo, invece, diventa una figura fissa della Roma mondana degli anni Sessanta.

La Capitale è il suo habitat naturale: locali, tavoli da gioco, serate infinite e una presenza costante nei rotocalchi. Le cronache parlano delle sue relazioni, delle corse in auto sportive, delle notti passate tra attori e attrici. Si lega sentimentalmente a Claudia Mori e frequenta ambienti dove il calcio si mescola allo spettacolo.
Non ha un aspetto elegante, anzi. È compatto, duro nei lineamenti, quasi spigoloso. Ma il suo carisma è evidente, e basta a renderlo irresistibile. Dentro il campo questa durezza diventa energia. Lojacono gioca con aggressività, non si tira indietro, e spesso oltrepassa il limite. Le espulsioni non si contano, così come le squalifiche.

In una partita contro l’Inter arriva a colpire Bruno Bolchi, uno dei giocatori più fisici del campionato. Ma il suo carattere non fa sconti nemmeno ai compagni: in allenamento o in partita, se qualcosa non gli piace, reagisce. Anche in modo plateale.

Eppure, accanto a questo lato ruvido, convive un talento purissimo. Il suo sinistro è un’arma micidiale, soprattutto sui calci piazzati. Colpisce il pallone in modo particolare, dal basso, generando traiettorie improvvise e violente. Le sue punizioni non sono solo tiri: sono colpi che sorprendono e, a volte, spaventano.

Tra le immagini più emblematiche della sua carriera c’è un gol segnato contro la Juventus mentre gioca con un braccio immobilizzato. Una scena quasi surreale, che racconta meglio di qualsiasi statistica il suo modo di interpretare il calcio: istinto, sfida, orgoglio.
Dopo l’esperienza con la Sampdoria, quando sembra avviato verso una fase discendente, arriva la chiamata dell’ Alessandria. Il presidente Remo Sacco lo vuole come uomo simbolo per tentare il salto di categoria. Lojacono porta con sé numeri importanti e un bagaglio di esperienza che pochi possono vantare.
Ad Alessandria diventa subito il leader. Indossa la fascia, prende in mano la squadra e conquista il pubblico del Moccagatta. Sulla carta è una squadra costruita per vincere, ma il campo racconta un’altra storia: arriva una retrocessione inattesa, e lui finisce nel mirino delle critiche.
Per un periodo viene messo da parte, quasi come se dovesse pagare per quella stagione fallita. Ma il rapporto con la tifoseria resta intatto. Quando torna in campo, lo fa con orgoglio. Segna con continuità, trascina i compagni, si prende di nuovo la scena. In poche partite realizza una serie di gol che riaccendono l’entusiasmo.
Con il passare del tempo cambia ruolo. La velocità non è più quella di una volta, ma la testa sì. Viene arretrato, addirittura fino a giocare da libero, dimostrando un’intelligenza tattica sorprendente. Poi, all’occorrenza, torna davanti e lascia ancora il segno, come nella tripletta che riapre vecchie rivalità interne.
In maglia grigia colleziona 95 presenze e 34 reti, numeri che raccontano solo in parte il suo impatto. Più delle cifre restano i momenti: una punizione talmente potente da stendere un avversario in barriera, le giocate improvvise, il carattere sempre sopra le righe.

Anche fuori dal campo non cambia. Le sue avventure sentimentali continuano, spesso lontano dai riflettori cittadini, ma impossibili da nascondere del tutto. La sua fama lo precede ovunque.

Francisco Lojacono è stato questo: un attaccante capace di segnare e di dividere, di entusiasmare e di irritare. Un giocatore che non ha mai cercato l’equilibrio, ma ha vissuto ogni fase della carriera con intensità assoluta.
Uno di quelli che non si dimenticano facilmente. Perché non sono mai stati normali.
Mario Bocchio
