
Un’epoca in cui anche chi restava in panchina apparteneva pienamente alla squadra. E in cui bastava una piccola figurina incollata su un album per conservare, senza saperlo, la memoria di un mondo che nel frattempo è scomparso

Nelle figurine del calcio di una volta bastavano pochi dettagli per raccontare un’epoca. Qui, per esempio, ci sono i baffi. Baffi pieni, larghi, quasi orgogliosi. Quelli di Pasquale Fiore, che nella fotografia sembra stare immobile davanti all’obiettivo come si faceva allora: mani dietro la schiena, maglia verde da portiere, pantaloncini bianchi, lo sguardo serio di chi non è abituato alle pose.
Sono immagini semplici, quasi austere. Non c’è spettacolo, non c’è scenografia. Solo un campo alle spalle e un calciatore fermato per qualche secondo dal fotografo prima di tornare all’allenamento. Le figurine Panini degli anni Settanta avevano questa qualità involontaria: sembravano ritratti più che prodotti editoriali. Eppure dentro quelle immagini viveva un’intera gerarchia del calcio di allora.
Per decenni si è parlato molto della solitudine del portiere titolare, il numero uno: l’ultimo uomo, quello che difende la porta mentre tutti gli altri attaccano. Una figura quasi letteraria, spesso usata come metafora della vita. Molto meno si è raccontata un’altra solitudine, più discreta e forse ancora più lunga: quella del numero dodici.
Nel calcio di oggi il secondo portiere è parte di una rotazione continua. Tra campionato, coppe, turnover e infortuni, anche le riserve accumulano partite e visibilità. Ma nel calcio di una volta le gerarchie erano molto più rigide. L’undici titolare restava quasi immutabile per anni e il portiere, più di tutti gli altri, occupava stabilmente il suo posto.
Il suo sostituto viveva accanto alla porta senza entrarci quasi mai. Allenamenti quotidiani, trasferte, panchine domenicali. Tutto con la consapevolezza che la partita, molto probabilmente, l’avrebbe giocata un altro. Era un ruolo fatto di pazienza, disciplina e una certa forma di silenziosa accettazione.
La figurina di Fiore, con quei baffi che sembrano usciti da un film poliziottesco, diventa così il simbolo di quel mestiere invisibile. Non perché racconti una carriera, ma perché rappresenta una categoria di calciatori che il tempo ha quasi cancellato. Portieri sempre pronti e quasi mai protagonisti.
In quegli anni gli album delle figurine avevano una funzione curiosa: mettevano tutti sullo stesso piano. Il campione della squadra e la riserva che difficilmente il pubblico vedeva in campo occupavano lo stesso spazio di carta. Un rettangolo identico, una fotografia simile, il nome stampato sotto. Era una forma involontaria di democrazia sportiva.

Oggi il calcio è completamente diverso. I giocatori sono personaggi mediatici, continuamente visibili. Anche chi parte dalla panchina accumula statistiche, video, interviste. Le carriere si muovono velocemente, le squadre cambiano continuamente e la distinzione tra titolari e riserve è molto meno rigida.

Il mondo raccontato da queste figurine invece era lento. Un calcio fatto di stagioni lunghe, gerarchie stabili e volti che restavano familiari per anni. Un calcio in cui anche il dodicesimo uomo faceva parte del paesaggio umano della squadra, pur sapendo che la sua domenica sarebbe probabilmente finita senza entrare in campo.

Per questo guardare oggi la figurina di Pasquale Fiore significa osservare qualcosa che va oltre il singolo giocatore. Quei baffi, quella posa, quella maglia senza sponsor raccontano un’intera epoca del calcio italiano.
Un’epoca in cui anche chi restava in panchina apparteneva pienamente alla squadra. E in cui bastava una piccola figurina incollata su un album per conservare, senza saperlo, la memoria di un mondo che nel frattempo è scomparso.
Mario Bocchio
