L’allenatore che parlava con il destino
Mar 20, 2026


Juan Carlos Lorenzo, tra intuizioni geniali e ossessioni, il tecnico che trasformò la Lazio in un racconto sospeso tra realtà e leggenda

Alcuni uomini di calcio sembrano usciti da un copione. Juan Carlos Lorenzo, El Toto, invece, il copione lo precede. Non è una caricatura costruita dopo: è la matrice. Un personaggio talmente sopra le righe da risultare quasi irreale, eppure capace di lasciare un segno profondissimo.

Quando arrivò alla Lazio nei primi anni Sessanta, trovò una squadra fragile, economicamente provata, lontana dai fasti che sarebbero arrivati solo più tardi. Era un ambiente instabile, sospeso tra nobiltà e precarietà. In quel contesto, Lorenzo non portò solo idee tecniche: portò un mondo.

Veniva da Buenos Aires, con un passato da calciatore e una visione del calcio che era insieme strategia e rappresentazione. Per lui una partita non iniziava al fischio d’inizio, ma molto prima: nei gesti, nei rituali, nei dettagli. Ogni cosa poteva incidere sul risultato. Così nacquero le sue manie, che presto diventarono leggenda.

Juan Carlos Lorenzo calciatore, nella Sampdoria



Dopo una sconfitta nel derby, ordinò di bruciare le maglie nello spogliatoio, come se il fuoco potesse cancellare la vergogna e liberare la squadra da una maledizione. In un’altra occasione, impose ai giocatori di indossare maglie estive anche in pieno inverno: con quelle, sosteneva, si era vinto, e tanto bastava.

La logica era sempre la stessa: non cambiare nulla di ciò che aveva funzionato. Non solo per lui, ma per tutti. Abiti, scarpe, menù, orari: ogni dettaglio diventava intoccabile dopo una vittoria. Era una scaramanzia elevata a sistema.

Momenti di concitazione



Tra gli episodi più incredibili c’è quello del pullman della squadra. Dopo una partita vinta, Lorenzo scoprì che il mezzo aveva attraversato un incrocio con il semaforo rosso. Da quel momento, pretese che si ripetesse esattamente lo stesso percorso, compreso il passaggio “proibito”, trasformando un’infrazione in rito propiziatorio.

Il numero otto era un’altra delle sue ossessioni. Lo cercava ovunque: camere d’albergo, posti in treno, qualsiasi assegnazione. Una volta, alla vigilia di una partita, fece cambiare stanza a un membro della spedizione pur di ottenere una cifra che contenesse quell’8 che per lui significava equilibrio, fortuna, ordine.

Alla guida del Boca Juniors



Accanto alla scaramanzia, viveva una diffidenza quasi paranoica. Lorenzo era convinto che il mondo del calcio fosse pieno di spie. Bastava una targa sospetta o uno sguardo fuori posto per far scattare l’allarme. In un allenamento a porte aperte, con i tifosi già sugli spalti, fece allontanare tutti perché aveva notato un’auto proveniente dalla città dell’avversario della domenica. Meglio non rischiare.

Quando temeva di essere osservato, arrivava a stravolgere tutto: difensori schierati in attacco, attaccanti arretrati, schemi completamente ribaltati. Confondere per non essere scoperti.

E poi c’erano gli allenamenti, che sembravano usciti da un racconto surreale. Il più famoso riguarda l’inseguimento delle galline: un esercizio imposto ai giocatori per migliorare velocità e riflessi. Una scena quasi comica, eppure coerente con la sua idea di calcio istintivo, animale.

Anche il rapporto con gli avversari poteva trasformarsi in teatro. Si racconta che prima di un derby si presentò nei corridoi dello stadio con un bicchiere in mano e la musica di un tango a tutto volume, osservando gli avversari come se fosse su un palcoscenico. Più che intimidire, voleva destabilizzare.

1969, ritiro estivo della Lazio



Non mancavano episodi al limite dell’assurdo. A un difensore chiese di perdere peso in pochi giorni per adattarsi fisicamente all’attaccante da marcare: il risultato fu un giocatore stremato e una partita iniziata in salita. In altre circostanze suggeriva comportamenti provocatori per innervosire gli avversari, convinto che la partita si vincesse anche nella testa.

Perfino i dettagli apparentemente insignificanti diventavano simbolici: ordinò a un portiere di cambiare maglia perché il colore, a suo dire,“attirava” i tiri. E in qualche occasione arrivò a chiedere gesti limite, al confine tra il serio e il grottesco, pur di ottenere un vantaggio psicologico.

Eppure, dietro questo universo di eccessi, c’era un allenatore vero. Lorenzo ragionava di movimenti, di spazi, di rotazioni. Spiegava schemi complessi con monete fatte scivolare su un tavolo, anticipando concetti che sarebbero diventati comuni solo anni dopo. Era, sotto molti aspetti, un precursore.

Lorenzo con Giordano, Laudrup, Batista e D’Amico 



La sua figura può essere accostata a quella di Helenio Herrera: stessa origine, stessa convinzione che il calcio fosse anche psicologia, parola, presenza scenica. L’allenatore come guida totale.

Durante i suoi anni alla Lazio, contribuì a costruire le basi di qualcosa che sarebbe esploso più avanti. Fu tra i primi a credere in giocatori come Giorgio Chinaglia, destinati a diventare simboli. Ma soprattutto lasciò un’impronta emotiva: una squadra imperfetta, passionale, impossibile da dimenticare.



Il suo ritorno negli anni Ottanta, voluto proprio da Chinaglia presidente, fu però fuori tempo. Il calcio era cambiato, meno disposto ad accogliere certi eccessi. L’esperienza si concluse con una retrocessione e un addio silenzioso. Ma Lorenzo non è una figura da giudicare per i finali.

Resta un personaggio che appartiene al racconto, più che alla cronaca. Un uomo capace di trasformare il calcio in una storia continua, fatta di superstizioni, intuizioni e gesti fuori da ogni logica. Con lui, ogni partita diventava qualcosa di più: un rito, una scena, una leggenda.

E forse è proprio questo il punto. Juan Carlos Lorenzo non ha solo allenato una squadra. Ha creato un immaginario. E quello, a differenza dei risultati, non retrocede mai.

Mario Bocchio


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