
La loro storia incrocia quella dello sport italiano per più o meno un ventennio, a partire dalla metà degli anni 50
Nella sera del 23 ottobre 1964 una telefonata da La Stampa raggiungeva Giampaolo Menichelli, nella clinica torinese dove il calciatore, allora alla Juventus, era ricoverato per una tonsillite. “Tuo fratello Franco ha vinto l’oro nel corpo libero” . In quell’epoca, le informazioni viaggiavano lente anche per un’affermazione alle Olimpiadi, pur se destinata a diventare storia. E, peraltro, non andava nemmeno di moda scomporsi per una vittoria così prestigiosa. “Si, certo, ci speravo – rispondeva Giampaolo, al giornalista che lo aveva cercato – perchè conosco bene il valore di Franco come ginnasta: bravissimo, nel corpo libero, quasi Insuperabile. Però – aggiungeva – mi sembrava troppo bello che potesse vincere la medaglia d’oro; avevo il timore di farmi delle illusioni”.

La storia dei fratelli Menichelli incrocia quella dello sport italiano per più o meno un ventennio, a partire dalla metà degli anni 50. I Menichelli, Giampaolo del 1938 e Franco di tre anni più giovane.
Erano originari di Roma dove i genitori gestivano un bar in Piazzale della Radio, nel popolare quartiere Portuense. Per entrambi, fin dall’adolescenza, il calcio costituiva una passione folgorante ma poi Franco, nel 1957, sceglieva la ginnastica per costruire una carriera prestigiosa che lo avrebbe portato a diventare, tra Olimpiadi, campionati mondiali ed europei e titoli nazionali, uno dei massimi protagonisti di sempre della disciplina. Giampaolo, invece, non cambiava idea e, scoperto giovanissimo da Enzo Petrucci, nota firma dello sport romano, entrava nel vivaio romanista. E lì bruciava le tappe, esordendo in prima squadra, il 2 febbraio 1958, non ancora ventenne, nella trasferta di Padova.



Franco, il campione di ginnastica
Poi due anni in prestito in B, con Sambenedettese e Parma e il rientro in giallorosso, nel 1960-’61, assaporando subito il piacere di una vittoria internazionale nella Coppa delle Fiere, in cui la Roma superò in finale il Birmingham. Nel frattempo, Franco conquistava i primi allori: 2 bronzi alle Olimpiadi romane del 1960 e un titolo europeo nel ’61. E nell’anno successivo, anche per Franco arrivava la consacrazione internazionale con la maglia azzurra e la partecipazione ai Mondiali del Cile. Un’avventura sfortunata che fece letteratura, per il clima che precedette e poi seguì la spedizione italiana, a cominciare dalla polemica tra difensivisti e offensivisti, una sorta di guerra di religione, che aveva diviso la critica giornalistica nostrana, con pesanti ripercussioni sulla gestione della stessa Nazionale. E poi per le feroci polemiche esplose in Cile, dopo gli articoli di Corrado Pizzinelli e Antonio Ghirelli sulle condizioni di quel paese.

In tal senso, Ghirelli, in un suo reportage per il Corriere della Sera aveva scritto “Il Cile, sul piano del sottosviluppo, deve essere messo al pari di tanti paese di Asia e Africa: ma mentre gli abitanti di quei continenti sono dei non progrediti, questi sono dei regrediti”. Con queste premesse, facile immaginare le condizioni in cui gli azzurri e lo stesso Menichelli si trovarono a giocare quel Mondiale, tanto più per il fatto di trovarsi nello stesso girone eliminatorio dei padroni di casa. La gara col Cile, segnata dalle “prodezze” del direttore di gara, l’inglese Aston, fu un ‘autentica corrida, piena di atti bel al di là del regolamento. Gli azzurri caddero nelle provocazioni e, sconfitti 0-2, segnarono già in quella gara la loro eliminazione dal torneo. Per Menichelli, due presenze nelle gare con Belgio e Cile, appunto, mentre nove sarebbero state in totale le partite giocate rappresentando il tricolore. Nel 1963 poi il trasferimento alla Juventus, un colpo di mercato che fece scalpore per la sua ormai raggiunta notorietà. Un legame, questo tra l’attaccante romano e i bianconeri, che sarebbe durato sei stagioni, per un totale di 144 presenze e 40 gol, con momenti di grande risonanza, segnati da gol importanti come quello nella finale di Coppa Italia, vinta contro la Grande Inter nel 1965 o gli undici della stagione 1966-’67, quella del sorpasso all’Inter, franata a Mantova per una clamorosa esitazione del suo portiere Giuliano Sarti.

Negli anni juventini, Menichelli consolidava la sua fama, pur in una squadra che in quegli anni era alla perenne ricerca della propria identità. La sua riservatezza e la sua professionalità lasciavano il segno, accanto, ovviamente, alle sue doti tecniche, al suo dribbling e alla sua velocità. “Un prototipo di calciatore fuori dal gregge, un’ala di ruolo abbastanza lineare, con ventate di gioco di possesso in uno scatto di aquilina essenzialità” così ne scriveva Vladimiro Caminiti, penna tra le più immaginifiche di quel periodo. Eppure qualcosa si muoveva, a livello tecnico, decretando progressivamente la fine dell’ala “alla Menichelli”.
Le squadre che andavano ormai per la maggiore, infatti, preferivano giocare con due punte: una più di peso come Riva o Prati o Boninsegna e una punta di movimento, a giostrargli attorno. Anche questo aspetto, sanciva la fine dell’esperienza juventina di Giampaolo, al termine della stagione 1968-’69. Proprio in coincidenza, peraltro, con mesi difficili per la carriera del fratello Franco, alle prese con la riabilitazione dopo il distacco del tendine d’Achille, verificatosi alla vigilia delle Olimpiadi messicane del 68, dove si sarebbe presentato con i favori del pronostico per i grandi successi degli anni precedenti. Giampaolo veniva ceduto al Brescia ma non poteva evitarne la retrocessione in B, mentre Franco tentava vanamente di riprendersi. Chiamato a Cagliari per sostituire Gigi Riva, dopo l’infortunio di Rombo di Tuono, nell’ottobre del ’70, il Menichelli calciatore chiudeva nell’isola la sua esperienza agonistica e nel ’73, praticamente in contemporanea col fratello, dava l’addio alle scene sportive.


Menichelli nel Brescia, a sinistra, e nel Cagliari
Ma dello spirito di Giampaolo è bello sottolineare, a distanza di anni, una dichiarazione rilasciata proprio al tempo della sua esperienza juventina: “Malgrado tutto, è sempre Franco il migliore sportivo della famiglia. Io ho scelto una strada più popolare, e più facile, ma i suoi successi sono legati ad anni ed anni di sacrifici, ben superiori ai miei. Inoltre il suo merito è ancora maggiore proprio per il fatto di vedere in famiglia il mio esempio, l’esempio d’un fratello che giocando al calcio come professionista guadagna, mentre lui fatica, e molto, soltanto per una soddisfazione personale”.
Gigi Poggio
