
Oronzo Pugliese e il suo Foggia: la favola ruvida e autentica di un uomo che trasformò la grinta in poesia calcistica
Prima ancora delle tattiche, prima ancora dei moduli, c’era il carattere. Quello di Oronzo Pugliese non si insegnava e non si imitava: si subiva. Arrivava addosso come una folata di vento caldo, ruvido, imprevedibile. E forse è proprio per questo che la sua storia non somiglia a nessun’altra.
Comincia lontano dai riflettori, in una Puglia che conosce più la fatica dei campi che le luci degli stadi. A Turi, dove nasce nel 1910, il calcio è poco più di un’idea. Per rincorrerlo davvero bisogna partire, spostarsi, cercarlo altrove. È così che il giovane Oronzo impara presto due cose: arrangiarsi e non aspettare che le occasioni arrivino da sole.

Da giocatore gira molto, si ferma a lungo in Sicilia, ma non lascia un segno profondo. Non è quella la sua strada. O meglio, non è ancora il suo tempo. Quando smette, nel dopoguerra, non c’è niente che faccia pensare a ciò che verrà. E invece, proprio da lì, prende forma un percorso inatteso.
In panchina cambia tutto. Pugliese non studia il calcio: lo sente. Lo interpreta come farebbe un contadino con la terra, osservando, adattando, capendo quando è il momento di colpire. Le sue squadre non sono mai eleganti nel senso classico del termine, ma sono vive, compatte, difficili da piegare.
Le prime esperienze lo forgiano. Le prime tappe sono umili ma formative: l’Igea Virtus, poi ancora Sicilia, quindi piazze come Messina e Reggina. A Messina vince una Serie C, a Reggio Calabria costruisce una promozione. A Siena sfiora la Serie B. La Sicilia resta una tappa fondamentale, poi arrivano piazze diverse, sfide nuove. Ma il vero incontro destinato a cambiare tutto è quello con Foggia.

Quando ci arriva, la squadra è una realtà minore, ferita, quasi anonima. Nel giro di pochi anni diventa qualcosa di completamente diverso. Non solo vince: trascina. Non solo gioca: lotta. Il pubblico si riconosce in quella squadra perché somiglia alla sua gente.
Si presenta dal presidente Domenico Rosa Rosa con una frase che diventerà leggenda: si offre di allenare anche gratis. La prima intuizione è decisiva: bloccare la cessione di Cosimo Nocera al Napoli. “Nocera non si tocca”, impone. Accanto a lui costruisce un gruppo offensivo con giocatori come Ciccio Patino, Roberto Oltramari e Paolo Lazzotti.
Nel primo anno vince subito la Serie C, battendo in volata il Lecce. Poi, nel giro di due stagioni, porta il Foggia in Serie A. È la prima volta nella storia del club.


Ciccio Patino (a sinistra) e Cosimo Nocera
Il suo calcio non è quello che molti immaginano: non è solo difesa e contropiede. Il capitano Patino lo dirà chiaramente anni dopo: con sei uomini offensivi in campo, è impossibile definirlo catenacciaro. Il segreto è l’equilibrio, garantito dietro da giocatori come Matteo Rinaldi e Giuseppe Bettoni.
Pugliese costruisce un gruppo che gli assomiglia: diretto, senza fronzoli, ma tremendamente efficace. I suoi attaccano quando serve, si difendono quando devono, ma soprattutto non si tirano mai indietro. Il calcio, per lui, è una questione di coraggio prima ancora che di schemi.

E poi c’è il teatro della domenica. Perché ogni partita diventa anche una rappresentazione. Lui si muove, agita le braccia, rincorre l’azione come se potesse entrare in campo da un momento all’altro. Non dirige soltanto la squadra: trascina lo stadio intero.
Il Foggia dunque cresce fino a compiere l’impensabile: salire tra i grandi. Una promozione che non è solo sportiva, ma quasi sociale. Una città intera che si affaccia su un palcoscenico che non aveva mai calcato. E quando arriva la Serie A, invece di ridimensionarsi, quella squadra trova il modo di stupire. Non ha i mezzi delle grandi, ma ha qualcosa che non si compra: un’identità precisa.
Il giorno simbolo arriva in inverno, contro la squadra più potente del momento, l’Inter, la Grande Inter.Sulla carta è una sfida segnata. In campo, però, succede altro. Il Foggia non si limita a resistere: risponde, colpisce, insiste. E alla fine vince.
Durante la settimana, però, Oronzo aveva giocato la sua partita. Accolse i giornalisti, attirò l’attenzione, spostò la pressione sugli avversari. Un capolavoro psicologico ante litteram. Alla domanda su come avesse battuto Helenio Herrera, Pugliese rispose con una frase rimasta nella storia: “La psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”.

Non è solo una partita. È una rottura dell’ordine naturale delle cose. È il momento in cui un allenatore di provincia si prende la scena nazionale senza chiedere permesso.
Da quel momento, il soprannome di “mago” smette di essere una provocazione e diventa un riconoscimento. Ma il suo modo di intendere il calcio resta lo stesso: concreto, istintivo, profondamente umano. Anche fuori dal campo, Pugliese è imprevedibile. Sa accendere l’attenzione, usare le parole come leva, proteggere i suoi giocatori spostando la pressione su di sé. Non è solo un tecnico: è un uomo che capisce il peso delle emozioni nel calcio.

L’esperienza successiva, a Roma, lo porta in un contesto diverso. Più esigente, più complesso. I risultati non sono all’altezza delle aspettative, ma il suo impatto resta forte. I tifosi lo riconoscono come uno di loro, uno che vive ogni partita senza filtri. Col tempo, però, l’onda si ritira. Le panchine diventano meno prestigiose, le soddisfazioni più rare. Fino al ritiro, che arriva quasi in punta di piedi.
Torna dove tutto era iniziato. Turi. Come se il viaggio dovesse per forza chiudersi lì. Senza clamore, senza celebrazioni eccessive. Solo con il bagaglio di una vita spesa inseguendo un pallone.
Quando se ne va, nel 1990, lascia qualcosa che non si misura con le classifiche. Un’idea di calcio fatta di istinto, partecipazione, verità. Un calcio in cui l’allenatore non è un manager, ma un uomo tra gli uomini.
Oggi, in un mondo sempre più ordinato e calcolato, la sua figura appare quasi fuori posto. Ed è proprio per questo che continua a raccontare qualcosa. Non tanto di come si vince, ma di come si vive il gioco.
Mario Bocchio
Nella foto sotto il titolo: la curiosa immagine di Oronzo Pugliese alenatore del Bari con il galletto vivo
