Rosario “Sarìn” Di Vincenzo: il portiere che custodiva la memoria di Genova e della Grande Inter
Mar 9, 2026


Dalla Liguria agli stadi europei, vice di Sarti nella leggendaria Inter di Herrera, maestro silenzioso e affidabile, testimone di un calcio di dedizione e passione

C’è un’eco che resta a Genova, tra vicoli stretti e moli battuti dal vento, il ricordo di un uomo che ha attraversato decenni di calcio senza mai cercare riflettori: Rosario “Sarìn” Di Vincenzo, scomparso a 84 anni. Non era un campione, ma una presenza solida e discreta, il portiere che dava ordine e sicurezza a ogni squadra, un custode della memoria calcistica della città. Nato il 16 giugno 1941, tra il profumo di mare e il ritmo dei vicoli, Di Vincenzo ha vestito maglie che a Genova difficilmente si incontrano: Genoa e Sampdoria, con parentesi importanti anche in Inter, Lazio, Entella e Imperia.

Una foto che rende omaggio allo stile di Di Vincenzo nelle parate



Il suo viaggio nel calcio comincia tra i campi polverosi della Liguria, dove la passione e la fatica erano il primo allenamento. L’Entella lo accoglie e gli dà i primi palcoscenici, ma il destino lo porta presto a Milano, nella stagione 1962-’63, quando Helenio Herrera costruisce quella squadra destinata a diventare leggenda: la “Grande Inter”.

Nella Triestina 1963-’64

Rosario diventa vice di Giuliano Sarti, il titolare monumentale. Tre presenze in campionato nella stagione 1964-’65 gli valgono uno Scudetto, ma il valore di Di Vincenzo va oltre i numeri: era il secondo portiere che sapeva essere primo nella concentrazione, nella preparazione e nella testa, pronto a entrare in campo con la stessa determinazione di chi guida la squadra.

Alla Lazio sulle figurine (a sinistra) e il allenamento

Milano diventa esperienza di disciplina e rigore, ma Genova resta casa. Tornato in Liguria, Rosario difende le porte del Genoa, affrontando la Serie B con serietà e senza clamore, e negli anni ’70 passa alla Sampdoria, alle spalle di grandi portieri come Pietro Battara e Massimo Cacciatori. Le sue 15 presenze tra campionato e Coppa Italia raccontano più di qualsiasi statistica: il suo ruolo era di collante nello spogliatoio, equilibrio silenzioso che manteneva unito il gruppo.

Sulla panchina della Sampdoria



La Lazio, invece, lo vede protagonista, titolare nella stagione 1968-’69 e partecipe della promozione in Serie A. Qui Di Vincenzo mostra il lato da leader tranquillo, capace di fare la differenza con affidabilità e costanza, più che con gesti eclatanti. La sua carriera diventa una geografia del calcio italiano: Chiavari, Marassi, San Siro, l’Olimpico; luoghi che raccontano un’Italia in cambiamento e un calcio che si vince con attenzione ai dettagli.

1973, nel Brindisi



Ci sono immagini che restano scolpite nella memoria: il derby della Lanterna del 13 marzo 1977 tra Genoa e Sampdoria, quando – dopo aver già parato un rigore – un colpo di testa di Roberto Pruzzo lo coglie sospeso tra uscita e posizione, un fotogramma che diventa simbolo di tutta la sua carriera.

Il portiere ed il re dei bomber si trovano faccia a faccia, come in un duello all’Ok Corral

Rosario ha saputo convivere con queste immagini senza amarezza, consapevole che il calcio non è solo gloria, ma anche equilibrio, pazienza e responsabilità.



Terminata la carriera da giocatore, Di Vincenzo non lascia il campo. Diventa preparatore dei portieri, portando esperienza e metodo negli staff di Napoli, Siena, Palermo, Lazio e Sampdoria. Fondatore della “Scuola portieri Sarìn Di Vincenzo”, ha insegnato ai giovani come costruire gesti e riflessi fino all’automatismo, trasmettendo valori di disciplina, serietà e dedizione. Ogni allenamento diventava un esercizio di memoria e di rispetto per il ruolo, ogni gesto una lezione di vita.

“Sarìn” ai tempi dell’Imperia



La sua esistenza racconta il calcio degli anni d’oro con tutte le sfumature: la fatica, la ruvidità degli stadi, il coraggio, ma anche la gioia dei piccoli trionfi quotidiani. Uomo di due città – la Genova del Grifone e quella doriana – e di una stagione memorabile a Milano, Rosario Di Vincenzo ha incarnato la professionalità senza clamore, il rispetto del mestiere senza bisogno di applausi, la dedizione costante che segna chi resta nei cuori più di chi appare una volta sola sotto i riflettori.

Mario Bocchio


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