
Dalla Liguria agli stadi europei, vice di Sarti nella leggendaria Inter di Herrera, maestro silenzioso e affidabile, testimone di un calcio di dedizione e passione
C’è un’eco che resta a Genova, tra vicoli stretti e moli battuti dal vento, il ricordo di un uomo che ha attraversato decenni di calcio senza mai cercare riflettori: Rosario “Sarìn” Di Vincenzo, scomparso a 84 anni. Non era un campione, ma una presenza solida e discreta, il portiere che dava ordine e sicurezza a ogni squadra, un custode della memoria calcistica della città. Nato il 16 giugno 1941, tra il profumo di mare e il ritmo dei vicoli, Di Vincenzo ha vestito maglie che a Genova difficilmente si incontrano: Genoa e Sampdoria, con parentesi importanti anche in Inter, Lazio, Entella e Imperia.

Il suo viaggio nel calcio comincia tra i campi polverosi della Liguria, dove la passione e la fatica erano il primo allenamento. L’Entella lo accoglie e gli dà i primi palcoscenici, ma il destino lo porta presto a Milano, nella stagione 1962-’63, quando Helenio Herrera costruisce quella squadra destinata a diventare leggenda: la “Grande Inter”.

Rosario diventa vice di Giuliano Sarti, il titolare monumentale. Tre presenze in campionato nella stagione 1964-’65 gli valgono uno Scudetto, ma il valore di Di Vincenzo va oltre i numeri: era il secondo portiere che sapeva essere primo nella concentrazione, nella preparazione e nella testa, pronto a entrare in campo con la stessa determinazione di chi guida la squadra.


Alla Lazio sulle figurine (a sinistra) e il allenamento
Milano diventa esperienza di disciplina e rigore, ma Genova resta casa. Tornato in Liguria, Rosario difende le porte del Genoa, affrontando la Serie B con serietà e senza clamore, e negli anni ’70 passa alla Sampdoria, alle spalle di grandi portieri come Pietro Battara e Massimo Cacciatori. Le sue 15 presenze tra campionato e Coppa Italia raccontano più di qualsiasi statistica: il suo ruolo era di collante nello spogliatoio, equilibrio silenzioso che manteneva unito il gruppo.

La Lazio, invece, lo vede protagonista, titolare nella stagione 1968-’69 e partecipe della promozione in Serie A. Qui Di Vincenzo mostra il lato da leader tranquillo, capace di fare la differenza con affidabilità e costanza, più che con gesti eclatanti. La sua carriera diventa una geografia del calcio italiano: Chiavari, Marassi, San Siro, l’Olimpico; luoghi che raccontano un’Italia in cambiamento e un calcio che si vince con attenzione ai dettagli.

Ci sono immagini che restano scolpite nella memoria: il derby della Lanterna del 13 marzo 1977 tra Genoa e Sampdoria, quando – dopo aver già parato un rigore – un colpo di testa di Roberto Pruzzo lo coglie sospeso tra uscita e posizione, un fotogramma che diventa simbolo di tutta la sua carriera.

Rosario ha saputo convivere con queste immagini senza amarezza, consapevole che il calcio non è solo gloria, ma anche equilibrio, pazienza e responsabilità.
Terminata la carriera da giocatore, Di Vincenzo non lascia il campo. Diventa preparatore dei portieri, portando esperienza e metodo negli staff di Napoli, Siena, Palermo, Lazio e Sampdoria. Fondatore della “Scuola portieri Sarìn Di Vincenzo”, ha insegnato ai giovani come costruire gesti e riflessi fino all’automatismo, trasmettendo valori di disciplina, serietà e dedizione. Ogni allenamento diventava un esercizio di memoria e di rispetto per il ruolo, ogni gesto una lezione di vita.

La sua esistenza racconta il calcio degli anni d’oro con tutte le sfumature: la fatica, la ruvidità degli stadi, il coraggio, ma anche la gioia dei piccoli trionfi quotidiani. Uomo di due città – la Genova del Grifone e quella doriana – e di una stagione memorabile a Milano, Rosario Di Vincenzo ha incarnato la professionalità senza clamore, il rispetto del mestiere senza bisogno di applausi, la dedizione costante che segna chi resta nei cuori più di chi appare una volta sola sotto i riflettori.
Mario Bocchio
