
Tra allenamenti al Coppino, un asino chiamato “Pierino” e le merende nei ciabòt: il campionato 1942-43 vissuto a villa Sorano
Nell’inverno più duro della guerra, mentre Torino veniva colpita dai bombardamenti, la Juventus trovò rifugio tra le colline di Alba. Dal novembre 1942 alla primavera del 1943, quasi tutta la squadra bianconera lasciò la città per stabilirsi alla villa Sorano, casa di campagna della famiglia Bonardi. Non fu una scelta dettata dal fascino del paesaggio, ma dalla necessità di allontanarsi dalle incursioni aeree.
A favorire il trasferimento fu Carlin Cignetti, dirigente dell’Albese, legato da ottimi rapporti ai vertici juventini. Così la squadra guidata da Virginio Rosetta trovò sistemazione sul Bricco delle Capre, in località Serre.
Al pianterreno del Sorano si trovavano la cucina e la sala da pranzo; al piano superiore le camere. Dalle finestre si godeva un panorama ampio e luminoso. Di notte, però, si scorgevano in lontananza i bagliori dei bombardamenti su Torino.

Tra chi visse quell’esperienza c’era Elsa Rosetta, figlia dell’allenatore. All’epoca aveva sedici anni e raggiunse il padre nella primavera del 1943 insieme alla madre. Prima di salire in collina, le due donne furono ospitate per qualche giorno ad Alba, in via Cavour, sopra il negozio di cappelli di Cignetti.
Elsa ricordava che, in attesa delle stanze alla villa Sorano, avevano vissuto in quell’alloggio per pochi giorni. Poi si erano trasferite definitivamente in collina. Raccontava che al pianterreno c’erano la sala da pranzo e la cucina, mentre sopra si trovavano le camere da letto, e che il panorama era magnifico.
Rimase a Sorano circa tre mesi, fino al termine del campionato. In quel periodo abbandonò la scuola. Pur essendo stata ad Alba per poco tempo, spiegava di aver stretto molte amicizie e di aver sofferto, in seguito, per aver perso i contatti. I pomeriggi trascorrevano tra gite in bicicletta, discese al mulino Vivalda – dove spesso arrivavano anche i giocatori – e passeggiate in collina a raccogliere fiori. In città si andava al cinema o nelle pasticcerie di via Maestra per mangiare le bignole. Conservava il ricordo di cortili eleganti e silenziosi.
Alla villa vivevano anche i familiari di Felice Borel, con la figlia piccolissima, e la moglie di Alfredo Foni. Due cuoche si occupavano dei pasti della squadra e, talvolta, anche le donne presenti davano una mano in cucina.

Per la spesa si scendeva in città a piedi oppure con un carretto trainato da un asino, ribattezzato “Pierino”. Il soprannome, si diceva, fosse un bonario riferimento al presidente bianconero Piero Dusio. Su quel carretto viaggiavano viveri, mogli e bambini, lungo la strada che collegava la collina al centro.
Tra i giocatori sfollati c’erano anche Pietro Rava, i fratelli Vittorio Sentimenti e Lucidio Sentimenti, oltre al portiere Giuseppe Perucchetti, che nel dopoguerra avrebbe sposato una ragazza albese. Faceva parte della rosa anche Giuseppe Meazza, che però non risiedeva stabilmente al Sorano, pur raggiungendo talvolta i compagni per allenarsi. La squadra si allenava al campo Michele Coppino, a volte insieme ai calciatori dell’Albese. Per le partite si partiva in treno, affrontando viaggi spesso complessi. Una trasferta a Livorno si concluse su un vagone merci, poiché il convoglio previsto non era arrivato.
La stampa locale dedicò poco spazio alla presenza della Juventus in città. L’8 dicembre 1942 comparve una breve notizia su un’amichevole vinta 11-4 contro l’Albese. Poi quasi nulla: in tempo di guerra le cronache sportive passavano in secondo piano. Eppure la squadra faceva parte della vita cittadina. I giocatori frequentavano i bar del centro per partite a carte o a biliardo, si allenavano a tennis lungo la circonvallazione, giocavano a pallacanestro nella palestra della Maddalena e talvolta arbitravano le partite del torneo tra le scuole superiori albesi.
Elsa ricordava quel periodo come felice. Raccontava che la guerra, per loro, sembrava lontana, nonostante dal cortile del Sorano si vedessero i riflessi dei bombardamenti. I vicini li invitavano spesso nei ciabòt per la merenda e, insieme alla madre, talvolta aiutava le cuoche della Juventus a preparare i pasti per la squadra.
Per qualche mese, tra il 1942 e il 1943, la storia del calcio italiano passò da Alba. Senza clamore, senza scorte, senza distanze. Solo un campo, una collina e un gruppo di campioni che, in mezzo alla guerra, cercava di continuare a giocare.
Mario Bocchio
Bibliografia: Gazzetta d’Alba e Quando la Juve si allenava al Coppino di Corrado Olocco
Foto sotto il titolo: Il portiere della Juventus Giuseppe Perucchetti insieme a Francesco Boggione, capitano dell’Albese
