Bruno Nattino, una vita in campo tra fedeltà e passione
Mar 5, 2026


Dall’Asti del dopoguerra alla rinascita con Valcareggi: il percorso di un uomo che nel calcio ha trovato la sua misura e la sua felicità

Il volto di Bruno Nattino raccontava prima ancora delle parole. Era il viso disteso di chi ha attraversato il calcio senza rimpianti, con gratitudine. E quando affiorava il nome di Ferruccio Valcareggi, lo sguardo cambiava: diventava quello di un allievo che non aveva mai dimenticato il maestro.

Como – Spal 1-0, 1 febbraio 1953: Nattino primo sulla sinistra.



Nato ad Asti il 21 novembre 1931, figlio unico di commercianti di pollame, Bruno cresce tra il mercato coperto e il negozio di famiglia in corso Ivrea. Lo studio non lo appassiona quanto il pallone. Al collegio Fulgor trova un campo dove poter correre e sognare, poi arriva l’Asti, dove nella stagione 1947-’48 muove i primi passi nelle giovanili.

Ancora Nattino in azione



L’8 maggio 1949 debutta in Serie C contro la Fossanese. L’Asti vive mesi complicati, tra problemi economici e cambi ai vertici societari, ma quel ragazzo longilineo si fa notare. Tanto che nell’estate del 1950 arriva la chiamata che cambia tutto: il Como.

Il club lariano è alla scoperta della Serie A e sorprende per solidità e organizzazione. Per Nattino è un salto enorme. Esordisce il 30 settembre 1951 a Ferrara contro la Spal. In due stagioni nella massima serie raccoglie cinque presenze: poche, ma preziose.

Sono anni in cui il calcio italiano brilla. Bruno osserva da vicino la Juventus di Boniperti, l’Inter di Nyers e Skoglund, il Milan del trio svedese Gren-Nordahl-Liedholm, il Napoli di Jeppson. Vede Silvio Piola negli ultimi capitoli di una carriera leggendaria. È un apprendistato silenzioso, fatto di allenamenti duri e di gerarchie da rispettare.

Determinante è la convivenza con Giuseppe Baldini, attaccante esperto e navigato. Da lui impara i segreti dell’area di rigore, ma anche l’ironia e la leggerezza necessarie per affrontare il mestiere.

Nattino nel Como (a sinistra) e nel Fanfulla in Serie C

Dopo le tappe con Biellese, Fanfulla e Siracusa, nel 1956 arriva a Prato. Qui incrocia la figura destinata a segnare la sua carriera: Ferruccio Valcareggi.

Valcareggi, tecnico meticoloso e lungimirante, capisce che Nattino non è un centravanti classico. Lo arretra a centrocampo, gli affida libertà di movimento e responsabilità tattiche. È la chiave della sua rinascita.

Bruno diventa l’uomo dell’equilibrio, quello che corre per due, che costruisce e protegge. Nel 1956-’57 il Prato vince la Serie C e conquista la promozione in B. Seguono cinque stagioni nella serie cadetta, con 93 presenze e 5 reti. Numeri che raccontano continuità più che clamore.

Allenatore del Canelli in Serie D nella stagione 1970-’71



In Toscana trova anche l’amore: in una sala da ballo conosce Marcella. Sarà il legame più duraturo della sua vita.

Valcareggi, intanto, salirà fino alla panchina della Nazionale, guidando l’Italia al trionfo europeo del 1968 e alla finale mondiale del 1970, quella storica giornata del 4-3 contro la Germania allo Stadio Azteca. Nattino ne parla con affetto sincero, come si parla di un padre calcistico.

Conclusa l’attività da giocatore nel 1962, Bruno sceglie la strada dell’allenatore. Tra il 1970 e il 1983 guida diverse realtà piemontesi: Canelli, Astimacobi, Casale, Acqui, Torretta Santa Caterina e Asti T.S.C.

Ritiro precampionato dell’Astimacobi 1971-’72 a Cinzano: Nattino in piedi primo a sinistra, accanto a lui Giancarlo Antognoni



Con la Torretta conquista la promozione in C2 vincendo la Serie D 1979-’80. Vive stagioni intense, anche se meno esaltanti rispetto a quelle trascorse in campo. Tra le soddisfazioni c’è l’intuizione su un giovane talento cresciuto ad Asti: Giancarlo Antognoni, che lui segnala proprio a Valcareggi.

Non mancano episodi amari, come l’esonero all’Astimacobi nel 1971-’72 e la promozione sfumata all’ultimo respiro. Ma nel suo racconto prevaleva sempre la misura, mai il rancore.

Bruno Nattino non è stato una stella del firmamento calcistico. È stato, piuttosto, un uomo di campo: generoso, intelligente, capace di mettersi al servizio della squadra e di accettare le trasformazioni del destino.

“Mi sono divertito”, ripeteva spesso.

Ed è forse questa la vera vittoria: aver attraversato il calcio con dignità, entusiasmo e riconoscenza. Una carriera senza clamore, ma piena di significato.

Mario Bocchio

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