
Nel girone decisivo segnò tre reti in sei partite, trascinando la Fiorentina a un passo dall’ultimo atto
Se n’è andato a 69 anni William Barducci, attaccante romagnolo che legò il proprio nome a una manciata di partite, intense e decisive, nella Coppa Italia 1977-’78. Un’avventura breve ma incisa con forza nella memoria viola, quando la Fiorentina arrivò a un soffio dalla finale, chiudendo il girone conclusivo alle spalle dell’Inter, poi finalista contro il Napoli.

In campionato non trovò spazio, ma fu proprio nella competizione nazionale che Barducci si ritagliò un ruolo inatteso. La Fiorentina affrontava la fase decisiva tra assenze pesanti e attacco ridotto all’osso. L’allenatore decise di puntare su quel ragazzo cresciuto nella Sammaurese, rapido e istintivo, arrivato a Firenze dopo essersi messo in luce a Bellaria e un passaggio alla Rondinella. Barducci rispose con ciò che gli riusciva meglio: segnare.

Il suo capolavoro arrivò a San Siro. L’Inter, che avrebbe poi alzato il trofeo, conduceva 2-0 e sembrava avere la partita in pugno. Nel finale, però, la Fiorentina trovò energie inattese. Prima il colpo di testa in tuffo che riaprì la sfida, poi la zampata da centravanti vero per il 2-2: una doppietta che gelò lo stadio e accese le speranze viola. In quella serata Barducci mostrò tempismo e coraggio, qualità che gli permisero di emergere proprio quando il peso della partita si faceva più forte.

Non fu un episodio isolato. Nel 2-0 contro il Torino mise ancora la firma, portando a tre il conto personale nel girone finale. Sei presenze, tre reti: numeri che raccontano di un contributo concreto, in un momento in cui la Fiorentina aveva bisogno di risposte immediate.

Il sogno si interruppe all’ultima curva. La sconfitta inattesa contro il Monza costò l’accesso alla finale. Un passo falso che rese vani gli sforzi e lasciò ai viola soltanto il rimpianto. Per Barducci, quella primavera rimase comunque l’apice della carriera al massimo livello: poche settimane vissute con l’intensità di chi sa che ogni pallone può cambiare il destino.

Nell’estate del 1978 lasciò Firenze e cominciò un lungo cammino tra i professionisti della Serie C. Indossò le maglie di Livorno, Montecatini, Spezia e soprattutto Lucchese, dove trovò continuità e gol. Contribuì poi alla promozione dell’Alma Juventus Fano in C2 e concluse il percorso tra Pontedera e Faenza, sempre con affidabilità e spirito di sacrificio.
Da allenatore seppe farsi apprezzare con lo stesso pragmatismo mostrato in campo. Guidò il Faenza dal 1989 al 1991 e nel 1992 centrò un traguardo storico con il Gualdo, portandolo per la prima volta tra i professionisti. Successivamente lavorò a lungo come vice di Corrado Benedetti, prima di tornare a dedicarsi ai giovani del suo territorio.
Resta l’immagine di quell’attaccante che, in un maggio già proiettato verso il Mondiale argentino, seppe ritagliarsi una notte da protagonista. Non bastò per una finale, ma fu sufficiente per consegnargli un posto nella storia di quella Coppa Italia.
Mario Bocchio
