
Dalla Liga alla Terra piatta: la storia irregolare di una ribellione personale
Nel calcio dei contratti milionari e delle carriere pianificate al millimetro, la scelta di abbandonare tutto proprio quando il sogno si realizza resta un gesto raro, quasi inconcepibile. Eppure è ciò che accadde nell’estate del 2011, quando Javi Poves, ventiquattrenne centrocampista appena affacciatosi alla Liga con lo Sporting Gijón, annunciò il proprio ritiro dal professionismo. Non c’erano infortuni né mancanza di offerte dietro quella decisione, ma una presa di posizione ideologica netta: il calcio, disse, era dominato dal denaro e dalla corruzione, un ingranaggio del capitalismo al quale non voleva più contribuire.
Le sue parole fecero il giro della Spagna e non solo. Nato a Madrid nel 1986, cresciuto nel vivaio dell’Atlético Madrid e poi passato al Rayo Vallecano prima di approdare allo Sporting, Poves aveva seguito il percorso classico di tanti giovani calciatori. Dopo anni nelle categorie minori, nel maggio 2011 era arrivato l’esordio nella massima serie contro l’Hércules: il traguardo che per molti rappresenta l’inizio di una carriera, per lui coincise con la fine. Già in quei mesi aveva manifestato disagio: restituì l’auto concessa dal club e chiese di non ricevere lo stipendio tramite banca, per non alimentare – a suo dire – un sistema finanziario speculativo. In poche settimane divenne un caso mediatico, simbolo di una ribellione che metteva in discussione non solo il calcio ma l’intero modello economico occidentale.

Lasciato il pallone, Poves trasformò la protesta in viaggio. Partì per il Senegal, dove visse per alcuni mesi con una famiglia locale, rifiutando il sostegno delle Ong perché non ne condivideva le politiche. Raccontò di aver contratto la malaria e di essersi curato con rimedi naturali, coerentemente con la sua diffidenza verso le multinazionali farmaceutiche. Tornò in Europa, soggiornò anche a Roma, poi ripartì: Messico, Cuba, Venezuela. Si spostava in autostop, dormiva in alloggi economici o di fortuna, evitava il cellulare e si collegava a internet solo sporadicamente per rassicurare la famiglia. Più che un’avventura esotica, la sua sembrava una ricerca ostinata di coerenza, il tentativo di vivere con il minimo indispensabile e fuori dalle logiche del mercato.
Nel 2013 accettò di raccontarsi, tramite un questionario scritto, nel libro di Quique Peinado Calciatori di sinistra. Le sue risposte, però, mostrarono un pensiero sempre più frammentario e radicale: critiche al sistema economico globale, dubbi su eventi storici contemporanei e posizioni complottiste che ne offuscarono l’immagine romantica costruita nei mesi del ritiro. L’eroe anti-capitalista lasciò spazio a un personaggio controverso, difficile da inquadrare, sospeso tra idealismo e confusione.

Nel 2014 rientrò stabilmente in Spagna e aprì un bio-bar a Madrid, esperienza imprenditoriale che si rivelò breve. Con il ricavato fondò una società calcistica a Móstoles, il Móstoles Balompié, con l’intenzione dichiarata di proporre un modello alternativo, lontano dalla mercificazione dei giovani talenti. Nel 2019 il club cambiò nome in “Flat Earth FC”, richiamando la teoria della Terra piatta, posizione che Poves abbracciò pubblicamente e che lo riportò sotto i riflettori più per le sue convinzioni che per i risultati sportivi.
La parabola di Javi Poves resta una delle più singolari del calcio recente. Ha raggiunto la Liga e l’ha lasciata per scelta, ha trasformato il dissenso in viaggio e poi è tornato al pallone con un progetto personale e discusso. Più che un simbolo limpido di ribellione o un semplice provocatore, appare come il ritratto di un’inquietudine profonda: il desiderio di sottrarsi alle regole del gioco, anche quando quel gioco ti aveva appena aperto le porte del sogno.
Mario Bocchio
