
Dal mito del gol al dramma finale di un campione scomparso troppo presto
L’11 giugno 1957, un uomo di 54 anni con il berretto calcò lentamente le strade di Low Fell, a Gateshead. Il volto scavato e gli occhi colmi di lacrime tradivano un dolore profondo. Un tempo, Hughie Gallacher era stato per Tyneside ciò che Maradona sarebbe stato per Napoli: un talento sconfinato, amato dai tifosi e temuto dagli avversari. Ma l’età, l’alcol e le ferite della vita avevano spento la sua brillantezza, lasciandolo solo con il peso dei rimpianti.

Nato nel North Lanarkshire, in Scozia, Gallacher giocava con Alex James tra le strade di Bellshill e Mossend, mentre a quindici anni lavorava nelle miniere. Nonostante fosse piccolo di statura – 1,65 m – aveva forza, agilità e un talento straordinario: dribbling fulminei, precisione nei passaggi e tiri potentissimi. Esordì con il Queen of the South, poi brillò con l’Airdrieonians, segnando 91 gol in 111 partite e conquistando la Coppa di Scozia nel 1924.

Arrivò a Newcastle nel 1925 e diventò subito un idolo: 36 gol in 38 partite portarono il club al titolo 1926-’27. Ma Gallacher era anche un uomo di temperamento difficile: scontri con arbitri, risse, alcol e scelte personali complicarono la carriera. Nonostante il talento, fu ceduto al Chelsea nel 1930 e poi a Derby, Notts County, Grimsby e Gateshead, mentre la sua vita privata e finanziaria crollava.

Dopo la morte della moglie Hannah nel 1951, Gallacher rimase solo con tre figli. Nel 1957, dopo un litigio con il più giovane, scrisse una lettera di scuse al tribunale e si tolse la vita sui binari ferroviari, davanti agli occhi di un mondo che un tempo lo aveva venerato. La leggenda del piccolo grande uomo che dominava i campi di calcio scozzesi e inglesi si chiuse in un tragico silenzio.
Mario Bocchio
