
Dalla Rhodesia coloniale al pallone multirazziale, una storia di sport, resistenza e indipendenza
Il 18 aprile 1980 lo Zimbabwe, fino a pochi anni prima conosciuto come Rhodesia Meridionale, si affrancava finalmente dalla Gran Bretagna, conquistando l’indipendenza e inaugurando un nuovo capitolo della storia dell’Africa australe. Era il coronamento di un lungo percorso iniziato quasi un secolo prima, quando nel 1888 Cecil Rhodes siglò accordi con i capi locali per lo sfruttamento delle immense risorse minerarie della regione. Quella firma aprì la strada a decenni di dominio coloniale e a un sistema rigidamente segregato, che separava le comunità in base al colore della pelle e definiva le gerarchie sociali del paese.

La Rhodesia Meridionale divenne colonia britannica ufficiale solo nel 1923, dopo un referendum che sancì il controllo diretto della Corona. Le leggi e le norme razziali segnarono la vita quotidiana e lo sviluppo sociale, ma non riuscirono a soffocare del tutto la voglia di libertà e di espressione della popolazione africana. In questo contesto, il calcio – introdotto dai coloni bianchi alla fine dell’Ottocento – rappresentò sia uno strumento di controllo che un possibile spazio di emancipazione.

All’inizio, le squadre erano rigorosamente divise: i bianchi avevano i loro club, i neri i loro, e le risorse disponibili erano drasticamente diverse. Le squadre africane dovevano spesso affittare o condividere gli impianti sportivi, mentre i club dei discendenti dei coloni disponevano di strutture proprie, attrezzature e sponsorizzazioni che permettevano allenamenti più agevoli e una vita sportiva organizzata. Ma proprio tra i campi da gioco, lentamente, emersero figure e realtà capaci di trasformare il calcio in un simbolo di identità e unità.

Club come gli Highlanders FC di Bulawayo, fondato nel 1926 e vicino all’etnia ndebele, e i Dynamos FC di Harare, sorto nel 1963 e sostenuto soprattutto dalla comunità shona, diventarono veri punti di riferimento sociali. Non erano solo squadre: erano centri culturali, luoghi dove giovani e famiglie trovavano aggregazione, ma anche spazi in cui il senso di appartenenza alla propria comunità si rafforzava, spesso al di là delle regole imposte dai colonizzatori.

Le tensioni non tardarono a manifestarsi anche tra gli spalti. Nel 1947, a Bulawayo, i tifosi locali boicottarono gli stadi per due stagioni consecutive, protestando contro l’acquisizione dei campi da calcio da parte del consiglio comunale, destinati esclusivamente ai club bianchi.


Il calcio è lo sport più seguito in Rhodesia ed è apprezzato da persone di tutte le razze
E quando, negli anni Sessanta, la federazione calcistica locale tentò di ottenere il riconoscimento internazionale dalla FIFA, la domanda fu respinta a causa delle forti discriminazioni razziali. Solo un’ammissione condizionata nel 1965 permise al paese di partecipare alle qualificazioni per i Mondiali, ma le squadre africane boicottarono il girone africano, costringendo la nazionale di Harare a spostarsi nel gruppo Asia–Oceania.

Fu in questo periodo che emerse una figura centrale per il calcio e la società locale: John Madzima. Negli anni Settanta, il suo impegno portò alla nascita della National Football Association of Rhodesia (NFAR), che aggregò club, giocatori, coppe e sponsorizzazioni, dando al calcio locale una struttura realmente multirazziale.

Con Madzima al timone, il pallone divenne uno strumento concreto di integrazione, dimostrando che sport e coesione sociale potevano andare di pari passo, anche in un paese segnato da decenni di segregazione.

Quando finalmente arrivò l’indipendenza nel 1980, il calcio era pronto a diventare uno dei simboli della nuova nazione. La sospensione della federazione nazionale dalla FIFA fu revocata e la nazionale dello Zimbabwe poté tornare a confrontarsi a livello internazionale, rappresentando finalmente tutti i cittadini, senza distinzioni di colore o appartenenza etnica.

Il giorno dell’indipendenza, il legame tra calcio e libertà si manifestò anche in un modo inatteso. Per celebrare la nascita dello Zimbabwe, fu invitato il leggendario Bob Marley, che si esibì nello storico Rufaro Stadium, il principale impianto della capitale. Marley sostenne personalmente tutte le spese per sé, per la band e per gli strumenti, regalando alla città un concerto indimenticabile, simbolo della gioia e della speranza di un popolo che aveva lottato a lungo per la propria libertà.
Così, in Zimbabwe, il calcio non fu mai soltanto un gioco. Fu un luogo di resistenza e di identità, un terreno in cui la società nera imparò a organizzarsi, a confrontarsi e, infine, a celebrare la libertà conquistata. Quel 18 aprile 1980, mentre le note di Marley risuonavano tra le gradinate dello stadio, lo sport e la musica si fusero per raccontare una storia di indipendenza, unità e rinascita che ancora oggi rimane nel cuore del paese.
Mario Bocchio
