
Dalle baracche del Dopoguerra ai cortili pieni di ragazzi: la storia del Villaggio di Santa Caterina, periferia torinese che ha cresciuto generazioni di calciatori
Da più di mezzo secolo a Torino via Parenzo attraversa il “Villaggio” come una linea tracciata con il righello, dividendo i tre isolati dominati dalle vecchie case rosse. Mattoni scuri, scale rumorose, cortili che hanno visto passare intere vite. Qui, nel secondo Dopoguerra, arrivarono famiglie con valigie leggere e memorie pesanti: esuli di Fiume, dell’Istria, della Dalmazia. Prima le baracche dei campi profughi, poi finalmente un appartamento ai margini di Torino, tra Lucento e le Vallette, dove nel 1956 la città finiva e cominciavano ancora i prati.

Santa Caterina non ha mai avuto l’eleganza dei quartieri centrali. Era un luogo ruvido, essenziale, costruito in fretta per accogliere chi non aveva più nulla. Eppure, dentro quelle strade, nacque qualcosa di prezioso: una comunità che imparò a riconoscersi attraverso il calcio. Niente samba né scenari esotici, ma palloni consumati, porte disegnate con il gesso e una folla di bambini che trasformava ogni cortile in uno stadio improvvisato. Col tempo qualcuno cominciò a chiamarlo il “Villaggio dei calciatori”, perché da pochi isolati uscirono giocatori in quantità sorprendente.

Fulvio Aquilante, classe 1943, figura storica del comitato degli esuli Anvgd, che di quelle strade conserva ogni ricordo, racconta questa storia come se fosse divisa in tre capitoli. Il primo appartiene ai ragazzi cresciuti nei campi profughi, quelli che avevano imparato a giocare su terreni duri e sconnessi. Tra loro spiccavano Claudio Rimbaldo, destinato a vincere la Coppa delle Coppe con la Fiorentina nel 1961, e Luigi Bodi, che avrebbe collezionato più di cento presenze in Serie A tra Torino, Bologna e Atalanta. Erano i pionieri, quelli che dimostrarono che anche dalla periferia potevano nascere calciatori veri.


Claudio Rimbaldo nella Fiorentina (a sinistra) e Luigi Bodi, con la maglia dell’Alessandria
Poi arrivò la generazione successiva, quella dei ragazzi che dividevano le giornate tra allenamenti, piccoli lavori e la prospettiva quasi inevitabile della fabbrica. “Avevamo carattere e sogni, ma spesso la vita ci portava altrove”, ha sempre ricordato Aquilante. In quel gruppo c’erano talenti come Luciano Palin, promessa granata fermata da un grave infortunio, e giocatori che comunque riuscirono a costruirsi carriere importanti: D’Alessandro, esterno veloce che arrivò alla Reggina, Bruno Luciano tra nazionale semi-professionisti e diverse squadre di categoria, e Guccione, diventato simbolo del Nardò.


Giorgio Mastropasqua nella Juventus (a sinistra) e Sergio Vatta, il mago delle giovanili del Toro con il sogno di far rinascere la Fiumana a Torino
L’ultima ondata di calciatori, quella nata dopo il 1950, trovò nel difensore Giorgio Mastropasqua il suo volto più rappresentativo. Anche lui era cresciuto palleggiando sotto casa, notato quasi per caso da un osservatore del quartiere mentre giocava in strada. Gli allenamenti con le giovanili e il lavoro quotidiano procedevano insieme, perché allora il calcio non garantiva certezze e il professionismo era una conquista lenta. Nonostante gli anni trascorsi lontano, il legame con via Parenzo non si è mai spezzato: ogni ritorno significava ritrovare amici, cortili e storie rimaste intatte.

Per decenni il rumore dei palloni fu la colonna sonora del Villaggio. Le partite nascevano ovunque: tra le auto parcheggiate, nei piazzali della chiesa, nei piccoli campetti polverosi dove la domenica si radunavano decine e decine di spettatori. Poi arrivarono anni più silenziosi: le famiglie rimasero le stesse, i bambini diminuirono, i cortili si svuotarono. Solo di recente nuove voci hanno ricominciato a riempire quegli spazi, con cognomi che raccontano altre migrazioni, dal Marocco alla Romania, segno che la storia del quartiere continua a cambiare senza perdere la propria anima.

Il vecchio campo accanto alla chiesa di Santa Caterina è ancora lì, consumato dal tempo ma resistente come la memoria di chi ci ha giocato. Per molti abitanti il calcio non è stato soltanto un passatempo: è stato il linguaggio comune con cui persone arrivate da terre diverse hanno imparato a sentirsi parte dello stesso luogo. In quelle strade, prima ancora dei palazzi, fu il pallone a costruire il Villaggio.
Mario Bocchio
