
Dall’Istria perduta ai record con Reggina, Cagliari e Carbosarda: il talento che il calcio salvò solo a metà
La storia di Erminio Bercarich è quella di un grande attaccante e, insieme, di un uomo segnato dall’esilio. Nato nel 1923 a Valdarsa, in Istria, dovette lasciare la propria terra nel dopoguerra insieme a migliaia di italiani della Venezia Giulia. Senza radici e senza certezze, trovò nel calcio l’unica strada per ricominciare.

Il primo vero approdo fu Reggio Calabria, dove dal 1945 divenne rapidamente uno degli attaccanti più temuti dei campionati meridionali. Con la maglia della Reggina segnò con continuità straordinaria, tanto da restare ancora oggi tra i bomber più prolifici della storia del club, simbolo di un periodo in cui l’esule istriano seppe conquistare l’affetto di un’intera città.

Le sue prestazioni gli valsero l’occasione in Serie A con il Venezia, seguita dall’esplosione realizzativa al Prato e, soprattutto, dall’esperienza decisiva al Cagliari. In Sardegna Bercarich diventò un idolo popolare: contribuì in modo determinante alla promozione in Serie B del 1952 e mantenne una media realizzativa altissima, tanto da rimanere ancora oggi tra i migliori marcatori della storia rossoblù. Successivamente vestì anche le maglie di Legnano, Chinotto Neri e della Carbosarda di Carbonia, dove continuò a segnare e sfiorò nuovamente la cadetteria prima di chiudere la carriera nei primi anni Sessanta.

Finito il calcio, però, iniziò la fase più difficile della sua vita. Senza stabilità e segnato da problemi personali, visse a lungo tra precarietà e solitudine, allontanandosi progressivamente dai riflettori che lo avevano accompagnato negli anni migliori. Nel 1985, durante la grande nevicata di Roma, rischiò persino di morire assiderato: l’aiuto del Cagliari e di alcuni ex compagni gli restituì temporaneamente dignità e lavoro, permettendogli di ricevere l’ultimo applauso del pubblico rossoblù allo stadio Sant’Elia.
Morì il 1 settembre 1986, quasi in silenzio, lontano da quei campi dove aveva costruito la propria fama. Rimane il ricordo di un attaccante straordinario, capace di lasciare il segno ovunque abbia giocato, e la parabola malinconica di un uomo che, nonostante i gol e i successi, non riuscì mai davvero a liberarsi dell’ombra dell’esilio.
Mario Bocchio
