
Dall’infanzia a Tunisi al Grande Torino, fino alla lunga carriera da calciatore e allenatore: mezzo secolo di calcio tra memoria, sacrifici e idee per il futuro

Antonio “Tony” Giammarinaro, oggi novantaquattro anni, porta ancora dentro di sé il peso del 4 maggio 1949, il giorno in cui la tragedia di Superga cancellò il Grande Torino e cambiò per sempre la sua vita. All’epoca era un diciassettenne già entrato nel giro della prima squadra e soltanto una convocazione dell’ultimo momento con la formazione giovanile gli impedì di partire per Lisbona insieme ai compagni.
Il ricordo di quel pomeriggio resta vivido. Si stava allenando con la Primavera quando iniziò a diffondersi la notizia dell’incidente: all’inizio sembrò impossibile crederci, ma salendo verso la collina di Superga, tra la folla e l’odore di fumo, capì che la tragedia era reale. Davanti ai resti dell’aereo distrutto comprese che non era finita soltanto un’epoca del calcio italiano, ma anche il suo sogno di crescere accanto a campioni che lo avevano accolto con affetto, primo fra tutti Valentino Mazzola, che lo aveva incoraggiato fin dai primi allenamenti.
La sua storia, però, era iniziata molto lontano da Torino. Nato a Tunisi da una famiglia siciliana emigrata in Nord Africa, scoprì il calcio nei cortili e nei campi improvvisati della comunità italiana. Da bambino sfidava spesso i coetanei arabi in gare di palleggio con una pallina da tennis, scommettendo perfino i pochi soldi della merenda e vincendo quasi sempre grazie alla sua abilità tecnica.

Quel talento lo accompagnò anche dopo il trasferimento in Italia, dove continuò a giocare nei campetti di strada finché qualcuno notò le sue qualità. Gli fu persino proposto un provino con la Juventus, ma il giovane Giammarinaro rifiutò senza esitazioni: il suo sogno era indossare la maglia del Torino, la squadra simbolo di quegli anni.
Entrato nel vivaio granata, visse da vicino l’atmosfera irripetibile del Grande Torino, allenandosi accanto a campioni che per un ragazzo rappresentavano un punto di riferimento assoluto. Il dramma di Superga cambiò improvvisamente il destino di molti giovani del settore giovanile, chiamati a riempire un vuoto sportivo e umano impossibile da colmare, e segnò profondamente anche la sua carriera.
Negli anni successivi Giammarinaro costruì il proprio percorso attraversando il calcio professionistico italiano con serietà e passione, vestendo le maglie di diverse squadre, tra cui Modena e Mantova, con cui conquistò una promozione importante, prima di tornare nuovamente al Torino nei primi anni Sessanta. In seguito proseguì l’attività tra Bari e Pescara, città in cui si stabilì definitivamente e dove conobbe anche la futura moglie.
Terminata la carriera da calciatore, rimase nel mondo del pallone come allenatore, portando ovunque l’immagine di un tecnico attento alla crescita del gruppo e alla disciplina, convinto che il valore di una squadra nasca soprattutto dall’equilibrio dello spogliatoio e dalla capacità di mettere il collettivo davanti alle individualità. Con il passare del tempo la sua esperienza si è trasformata anche in riflessione sul cambiamento del calcio italiano: secondo Giammarinaro, il futuro passa inevitabilmente dalla valorizzazione dei vivai e dei giovani talenti, troppo spesso sacrificati a favore di soluzioni immediate.

Dopo oltre ottant’anni trascorsi sui campi, tra partite, panchine e nuove generazioni da seguire, continua a guardare al calcio con lo stesso entusiasmo di quando era un ragazzo appena arrivato in Italia. Un lungo viaggio iniziato sulle rive del Mediterraneo e segnato per sempre dal ricordo del Grande Torino, una memoria che resta il filo conduttore di tutta la sua vita sportiva e umana.
Mario Bocchio
