
Pristina, Ćiro Blažević e l’arte di salvare una squadra quando tutto sembra perduto
Quando Miroslav Blažević arrivò a Pristina era notte fonda. Le strade erano ancora umide, l’aria fredda, ma davanti alla stazione c’era una folla che non aveva nulla di casuale. Non si aspettano duemilacinquecento persone alle tre del mattino se non sta per succedere qualcosa di importante. Lui lo capì subito, anche se non capiva ancora perché.
Indossavano tutti una sciarpa bianca. Non era una trovata di marketing, non c’era nessun negozio aperto, nessuna regia. Erano lenzuola tagliate in casa, forbici passate di mano in mano, un gesto collettivo nato senza che nessuno lo ordinasse. Blažević sorrise, un po’ sorpreso e un po’ lusingato. In quel momento non lo sapeva ancora, ma Pristina aveva già deciso: quell’uomo sarebbe stato uno di loro.

Il Pristina, del resto, non era una squadra come le altre. Era arrivato in prima divisione jugoslava da outsider, portandosi dietro una provincia intera. In Kosovo il calcio non era solo sport: era identità, affermazione, presenza. Quando il Pristina giocava in casa, la città si fermava davvero. Trentacinquemila persone sugli spalti, a volte di più. Si raccontava che persino i matrimoni venissero rimandati se cadevano di domenica pomeriggio.
Il simbolo di tutto questo aveva un nome: Fadil Vokrri. Non era soltanto il miglior giocatore della squadra, era il suo centro di gravità. Con lui in campo, il Pristina non si sentiva inferiore a nessuno. Senza di lui, mancava qualcosa che andava oltre la tecnica. Vokrri era l’idea che una squadra kosovara potesse stare in mezzo ai giganti della Jugoslavia.

La prima stagione in Prva Liga fu un sogno lucido. Il Pristina non solo si salvò, ma sfiorò l’Europa. Batté in casa il Partizan, superò Dinamo Zagabria e Stella Rossa, arrivando a vincere perfino al Marakana. Per un attimo sembrò che nulla fosse impossibile. Poi arrivò la seconda stagione. E con lei, la realtà.
La squadra perse sicurezza, l’allenatore non trovò più le chiavi giuste, i risultati si fecero sporadici. Dopo dodici partite, la classifica raccontava una storia che non lasciava tranquilli. La promozione era ormai lontana, la salvezza non era affatto scontata. Pristina cominciò a sentire la paura.


Ćiro Blažević, ricordi di Pristina
Fu allora che qualcuno pensò a Ćiro Blažević. In quel periodo Blažević era lontano dai Balcani. In Svizzera allenava, vinceva, conduceva una vita ordinata. Ma gli mancava qualcosa. Gli mancava il rumore, il conflitto, la teatralità. Quando due emissari del Pristina lo raggiunsero a Zurigo per chiedergli di tornare, lui ascoltò più con il cuore che con la testa.


Anche la celebre cantante pop Tereza Kesovija allo stadio di Pristina
Racconterà poi di aver deciso tutto con una passeggiata. Se qualcuno lo avesse fermato per strada riconoscendolo, sarebbe partito. Accadde. E così, poche ore dopo, lasciò tutto e salì su un treno diretto verso sud-est.
A Pristina, Blažević non si comportò come un salvatore calato dall’alto. Entrò nello spogliatoio e parlò di rispetto, di pubblico, di responsabilità. Disse ai giocatori di ascoltare il rumore dello stadio prima ancora del fischio d’inizio. Disse che quella gente non veniva per lui, ma per loro. Che ogni partita era un debito da onorare. Qualcosa cambiò.
In casa, il Pristina divenne imprendibile. Squadre più attrezzate, più esperte, cominciarono a cadere una dopo l’altra: Vardar, Rijeka, Sutjeska, Velež. Non era sempre bel calcio, ma era calcio feroce, emotivo, totale. Lo stadio spingeva, urlava, trascinava.

La partita che decise tutto arrivò contro la Dinamo Vinkovci. Era una di quelle giornate in cui lo stadio sembra troppo piccolo per contenere l’attesa. Il Pristina vinse 3-1. Segnarono Batrović – diventato Batir per i tifosi, che avevano eliminato quel “-ić” poco familiare – e Vokrri. Quando l’arbitro fischiò la fine, la salvezza non era più una speranza, ma un fatto.
La città esplose. Blažević divenne leggenda. Non poteva pagare nulla, ovunque andasse. Mangiare un kebab diventava un rito collettivo. Anni dopo, lontano da Pristina, qualcuno continuava a riconoscerlo e a trattarlo come si fa con uno di famiglia.
Ćiro è stato un uomo pieno di contraddizioni: allenatore geniale e politico discusso, provocatore, accusato, idolatrato. Ha attraversato il calcio della ex Jugoslavia lasciando ovunque storie difficili da separare dal mito. Ma a Pristina, più che altrove, il mito ha messo radici.
Lì non è stato solo Miroslav Blažević. È stato Qiro. L’uomo arrivato di notte che salvò una squadra e, per un po’, fece credere a tutti che niente fosse davvero impossibile.
Mario Bocchio
