
Il talento del Catania che non arrivò mai al suo domani
L’11 dicembre 1970, poco dopo le undici di sera, Luciano Limena guida lungo il litorale di Catania in direzione di Aci Castello. È solo nella sua Alfa Romeo Giulia Sprint GT. Ha appena lasciato un amico, dopo una serata trascorsa davanti alla televisione. Niente lascia presagire che quello sarà l’ultimo tratto della sua strada.

Il Catania è lontano, chiuso in ritiro a Montecatini per la trasferta di Bologna. Limena non è partito: una distorsione alla caviglia, rimediata contro il Varese, lo ha costretto a fermarsi. Il recupero è vicino, l’assenza è solo cautelativa. Restare in Sicilia sembra una parentesi senza conseguenze. Non lo sarà.

Superato il ristorante “La Scogliera”, la strada curva verso sinistra. L’auto perde stabilità, scivola, sbatte. Il rumore dei freni dura un istante, poi l’impatto contro i massi interrompe tutto. Quando arrivano i soccorsi, le condizioni del giovane calciatore sono già disperate.
Trasportato all’ospedale Garibaldi, Limena giunge in arresto cardiaco, con lesioni gravissime alla testa e alla colonna vertebrale. I medici tentano l’impossibile, ma devono arrendersi. Nel referto restano solo numeri e oggetti: documenti, effetti personali, 940 lire.


Sulle figurine “Panini”
La notizia corre veloce e raggiunge Bologna, dove il Catania deve scendere in campo. La squadra gioca immersa in un silenzio pesante, con il dolore addosso. Subito dopo, il ritorno in Sicilia per partecipare al funerale.
L’ultimo saluto si svolge nella chiesa di Piazza Bonadies. Arrivano i familiari dal Nord, la dirigenza rossazzurra è presente al completo, con il presidente Angelo Massimino visibilmente provato. La città risponde in massa, stringendosi attorno a un ragazzo che aveva già conquistato tutti.



Il tragico incidente sui giornali dell’epoca
Nato a Este, in provincia di Padova, il 7 gennaio 1948, Luciano Limena era un giovane riservato, poco incline alle luci. In campo, però, si trasformava: terzino sinistro moderno, potente, affidabile, dotato di buona tecnica e grande senso del dovere. Cresciuto nel Torino, con cui vinse il campionato Primavera nel 1967, arrivò a Catania nell’estate del 1968.



Il resoconto del funerale
In due stagioni divenne un punto fermo. In Serie B fu protagonista della cavalcata che riportò gli etnei in Serie A, con presenze costanti e un gol pesantissimo a Bergamo contro l’Atalanta. Il club lo riscattò a titolo definitivo, convinto di avere tra le mani un difensore destinato a crescere ancora.
L’esordio nella massima serie fu incoraggiante e attirò l’interesse di società importanti. Poi l’infortunio, la sosta obbligata, e quella notte di dicembre.
Per compagni e tifosi era “Cicci”, un soprannome affettuoso che raccontava più l’uomo che il calciatore. Di lui resta il ricordo di una promessa autentica e la sensazione amara di un futuro che non ha mai avuto il tempo di diventare presente.
Mario Bocchio
