
Quando un centravanti catanese diventò il simbolo di Torino che cambiava, tra fabbrica, stadio e riscatto sociale
Alla fine degli anni Sessanta la Juventus non progettava solo vittorie sportive. Stava disegnando, forse senza dirlo apertamente, una strategia sociale. Torino era diventata una città nuova: centinaia di migliaia di uomini e famiglie arrivavano dal Sud per lavorare alla Fiat e nelle aziende dell’indotto. Portavano con sé dialetti, abitudini, diffidenze subite e una nostalgia che cercava appigli. Anche il calcio poteva diventarlo.
In quel contesto maturò una politica chiara: puntare su campioni di origine meridionale, capaci di parlare a quella nuova Torino operaia. L’acquisto simbolo fu quello di Pietro Anastasi, detto Pietruzzu, nell’estate del 1968. Aveva diciannove anni, veniva da Catania, brillava nel Varese ed era già promesso all’Inter. Ma Gianni Agnelli ribaltò la partita fuori dal campo: il presidente del Varese, Giovanni Borghi, era il patron della Ignis e i compressori dei suoi frigoriferi li forniva la Fiat. L’offerta, in denaro e in merce, non si poteva rifiutare.

Così Anastasi arrivò alla Juventus e, senza volerlo, diventò molto più di un centravanti. Era il volto in cui si riconoscevano gli emigranti del Sud: la pelle scura, il sorriso aperto, un modo di stare al mondo che non sapeva di salotto torinese. La sua foto in maglia bianconera entrò nelle case popolari di Santa Rita come nei paesi siciliani rimasti a guardare il Nord da lontano.
Accanto a lui arrivarono altri tasselli di quella Juventus “meridionale”: il sardo Cuccureddu, il palermitano Furino, il leccese Causio. Con loro la Juve vinse cinque scudetti negli anni Settanta e consolidò un legame profondo con il Mezzogiorno. I “meridionali di Torino”, quelli che costruivano la ricchezza industriale degli Agnelli, trasmisero la fede juventina ai parenti rimasti al Sud. Il tifo seguì le stesse rotte dei treni e delle valigie di cartone.

Quella squadra fu anche la spina dorsale della Nazionale: nove juventini ai Mondiali del 1978, sei titolari nell’Italia campione del mondo del 1982. Il cosiddetto “blocco Juve” non era solo un fatto tecnico, ma culturale.
Torino, allora, era davvero una città operaia. Quartieri come Santa Rita vivevano di fabbrica, tram e stadio. Lo Stadio Comunale era a pochi passi, e la domenica diventava uno sfogo collettivo. Si entrava gratis nell’ultima mezz’ora, si stava in piedi, stretti, al freddo. Il tram che portava allo stadio era lo stesso che, il lunedì mattina, portava a Mirafiori. Il calcio era continuità della vita, non evasione.

Gli immigrati erano italiani e venivano guardati con sospetto, non troppo diverso da quello riservato oggi agli stranieri. “Non si affitta ai meridionali” non era una leggenda. Ma accanto alla diffidenza c’era un mescolarsi continuo che spesso funzionava: scuole, cortili, campetti improvvisati. E il pallone come lingua comune.

In quel mondo Pietro Anastasi era uno di casa. Non un eroe da cartolina, ma un ragazzo che sembrava uscito dalle stesse strade. Quando oggi qualcuno lo celebra come simbolo di integrazione e poi deride ancora i tifosi “perché meridionali”, il corto circuito è evidente. Anastasi era esattamente quel mondo lì, senza filtri.

Nato a Catania nel 1948, raccattapalle al Cibali, innamorato della Juventus fin da bambino – celebre la foto con John Charles – Pietruzzu bruciò le tappe fino a diventare campione d’Europa con l’Italia nel 1968, segnando nella finale-bis contro la Jugoslavia. Con la Juventus giocò otto stagioni, segnò 132 gol, vinse tre scudetti e indossò anche la fascia da capitano. Poi l’Inter, l’Ascoli, la Svizzera. Una carriera intensa, consumata in fretta, come spesso accade a chi brucia forte.
Anastasi non è stato solo un grande calciatore siciliano. È stato un simbolo popolare, un pezzo di storia sociale italiana. Raccontarlo significa raccontare una Torino che non c’è più, ma che ha lasciato tracce profonde. Nelle curve, nei cognomi, nelle memorie. E in quell’orgoglio che ancora oggi, a distanza di decenni, scorre nelle vene di chi sa benissimo da dove viene.
Mario Bocchio
