
Il centro invisibile dell’Olanda che arrivò due volte seconda
Wim Jansen non è mai stato il volto di una squadra. Era piuttosto ciò che permetteva agli altri di esserlo. In campo parlava poco, ma ogni suo movimento aveva un senso preciso. Per questo Johan Cruijff lo considerava indispensabile: non perché inventasse, ma perché ricordava tutto.



Wim Jansen in nazionale
Era basso, compatto, con un corpo che sembrava più adatto alla fatica che all’eleganza. Eppure il calcio totale passava anche da lui. Dal Feyenoord, la squadra della sua città, Jansen costruì una carriera fatta di continuità più che di lampi: quindici anni, trofei europei, campionati, una Coppa dei Campioni che cambiò la storia del calcio olandese.




Con la maglia del Feyenoord
In nazionale fu parte di un’illusione collettiva. Due finali mondiali, due sconfitte. Nel 1974 contro la Germania, nel 1978 in Argentina. L’Olanda incantò tutti, ma tornò a casa senza coppa. Jansen c’era, sempre nello stesso punto del campo, a tenere insieme linee e distanze.

Poi il tempo ha cominciato a fare il suo lavoro. Prima lentamente, poi senza pietà. I ricordi si sono sgretolati, uno dopo l’altro. Le partite, i compagni, persino il gioco che aveva capito meglio di chiunque altro.

Quando Wim Jansen è morto, il 25 gennaio 2022, probabilmente non sapeva più di essere stato parte di qualcosa di grande. Resta una figura discreta, essenziale. Un calciatore che non cercava il centro della scena, ma che senza di lui quella scena non avrebbe retto.
Mario Bocchio
