Jürgen Nöldner, il tempo giusto del gioco
Gen 26, 2026


Il figlio di un resistente, un gol che dura un minuto e una carriera vissuta senza mai rincorrere il pallone

Il calcio d’inizio è appena stato battuto quando la palla arriva in area. Un cross teso, uno stop controllato, poi un destro improvviso. Non è il piede naturale, ma è quello che serve. Al Zentralstadion di Lipsia, il 31 ottobre 1965, non è ancora scoccato il primo minuto di gioco quando Jürgen Nöldner segna contro l’Austria. Sono le qualificazioni ai Mondiali e quella rete diventa la più rapida mai realizzata dalla Nazionale della DDR. Un lampo che resiste al tempo, come certi primati nati per non essere inseguiti.

Nöldner in azione con il pallone tra i piedi

Nöldner nasce nel 1941, nel cuore di una Germania che di lì a poco si sarebbe spezzata in due. Prima ancora che il calcio entri nella sua vita, è la storia a farlo. Suo padre Erwin aveva vestito la maglia dello Sparta Lichtenberg, una squadra operaia legata al movimento sportivo comunista. Ma il pallone era solo una parte della sua identità: Erwin faceva parte della resistenza clandestina contro il nazismo, inserito nelle strutture del KPD e nelle reti guidate da Robert Uhrig e Anton Saefkow.

Gli arresti si susseguono, fino all’ultimo, nel 1944. Nonostante le richieste di grazia, Erwin Nöldner viene giustiziato. Jürgen ha meno di tre anni e cresce con l’assenza come compagna fissa. Sarà la madre Lucie a crescerlo nella Germania Est appena proclamata, uno Stato che nel 1951 riconoscerà ufficialmente il sacrificio del padre, sepolto nel Memoriale dei Socialisti di Friedrichsfelde.

Con la maglia della DDR nel 1969 (a sinistra). La cosmonauta sovietica Valentina Tereškova e il calciatore della Germania Est Jürgen Nöldner prima del calcio d’inizio dell’incontro valido per il primo turno di qualificazione al Campionato Europeo delle Nazioni 1964, tra Germania Est e Ungheria, disputato al Walter-Ulbricht-Stadion nel quartiere Mitte di Berlino, Repubblica Democratica Tedesca, il 19 ottobre 1963. Tereškova si trovava in visita nella Germania Est insieme a Jurij Gagarin.

Il calcio arriva come una lingua naturale. Jürgen inizia nello stesso club di Erwin, lo Sparta Lichtenberg, poi passa al BEWAG Berlino. Il talento non ha bisogno di essere spiegato: a sedici anni entra nel settore giovanile dell’ASK Vorwärts Berlino, la squadra dell’esercito. Con quella maglia vince campionato e coppa, riuscendo nell’impresa in due categorie differenti, segno di una crescita fuori dal comune.

In azione con la maglia della Repubblica Democratica di Germania (a sinistra) e nel club ASK Vorwärts Berlin

Il debutto nella massima serie arriva il 27 settembre 1959. Ha diciotto anni e contro l’Einheit Dresden segna uno dei gol della vittoria. Tre giorni dopo debutta anche in Coppa dei Campioni, contro il Wolverhampton. Segna ancora, aprendo la partita che il Vorwärts vince 2-1. Il ritorno in Inghilterra ribalterà il verdetto, ma Nöldner è ormai una presenza centrale, non solo in squadra ma nell’intero calcio della DDR.

Nöldner firma autografi ai giovani

Negli anni Sessanta diventa il volto del Vorwärts Berlino, sempre in lotta per il titolo. Conquisterà cinque campionati e porterà il club due volte ai quarti di finale europei: nel 1969 in Coppa dei Campioni e nel 1971 in Coppa delle Coppe. Gioca da centrocampista offensivo, ma la definizione è riduttiva. Mancino raffinato, è soprattutto un interprete del tempo: rallenta, accelera, sceglie sempre la soluzione meno appariscente e più efficace.

Non a caso amava sintetizzare il suo modo di stare in campo così: “Non ho mai corso dietro a un pallone che sapevo di non poter raggiungere”.

Nel 1963 viene eletto miglior interno offensivo dalla Deutsches Sportecho; nel 1966 Die Neue Fußballwoche lo proclama calciatore dell’anno. A Berlino Est lo chiamano “Kuppe”, il fratello maggiore, perché in campo sembra sapere sempre cosa accadrà un attimo dopo.

In Nazionale debutta nel 1960. In dieci anni colleziona trenta presenze e sedici reti. Non giocherà mai un Mondiale né un Europeo, destino comune a molti calciatori della sua generazione. Ma il palcoscenico olimpico gli offre la scena che merita. A Tokyo 1964 guida la Squadra Unificata Tedesca, formalmente unica rappresentante delle due Germanie. È capitano, leader tecnico e carismatico. Segna due reti, una delle quali nella semifinale persa contro la Cecoslovacchia.

I paragoni si sprecano. C’è chi vede in lui un erede di Fritz Walter, chi, come il commissario tecnico olimpico Károly Soós, azzarda il nome di Ferenc Puskás. Nöldner ascolta e gioca, senza mai alzare la voce.

ASK Vorwärts Berlin – Lok Stendal 1-0: Nöldner (in maglia bianca) al tiro

Nel 1971 arriva la frattura. Per decisione politica, il Vorwärts Berlino viene trasferito forzatamente a Francoforte sull’Oder. Nöldner, ancora nel pieno della sua maturità, sceglie di fermarsi. È iscritto alla SED, ufficiale della Nationalvolksarmee, ma quella scelta non gli appartiene. Preferisce uscire di scena piuttosto che adattarsi.

Non diventerà allenatore. Troppo rigidi i percorsi obbligati, troppo lontani dal suo modo di intendere il calcio e la vita. Si iscrive all’università di Jena, studia giornalismo, si laurea. Cambia ruolo, non sguardo.

Premiazione del “Calciatore dell’Anno” 1987-’88): il caporedattore della “Fussballwoche”, Jürgen Nöldner (a sinistra), consegna ad Andreas Thom il “Pallone d’Argento”. Si riconosce anche Thomas Doll

Scrive per Sportecho e Fußballwoche, poi attraversa senza timore il passaggio del 1989. Approda a Kicker e racconta lo sport nei nuovi Länder, diventando una delle voci più autorevoli nel raccontare l’Est dopo la riunificazione. Dal 1997 fino al 2006 lavora nell’ufficio di corrispondenza di Berlino.

Non lascia mai Lichtenberg, il quartiere dove una strada e una fermata ricordano suo padre. Fino alla morte, nel 2022, continua a osservare il calcio con distacco e competenza, forte di una credibilità che nessun cambiamento politico può scalfire.

Perché quando Jürgen Nöldner esprimeva un giudizio, nessuno poteva dubitare di una cosa: parlava con la memoria di chi quel gioco lo aveva vissuto fino in fondo.

Mario Bocchio

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